sabato 27 novembre 2010

domenica 14 novembre 2010

CORNELIA - UNA STORIA VERA

Verso la fine dell'ottocento e i primi del novecento migliaia e migliaia di persone – uomini, donne e bambini – lasciavano i loro affetti, le loro case, i loro luoghi per emigrare dovunque, in ogni parte del mondo, alla ricerca di una vita migliore di quella che conducevano nei propri paesi d'origine.
Navi e treni trasportavano la loro speranza insieme ai loro corpi e alle loro menti.
Col trascorrere degli anni questa tremenda questione dell'emigrazione andò scemando per riprendere negli anni cinquanta e nei primi del sessanta, quelli del boom economico, quando migliaia di persone e intere famiglie emigrarono dal sud al nord d'Italia e non solo. Rammento i treni stracolmi e quelle valigie legate con lo spago.
Negli ultimi tempi la questione dell'emigrazione è tornata a galla ed in forma ancora più tragica.
Stavolta si tratta per la maggior parte di persone che emigrano dalle terre d'Africa e dai paesi dell'Europa dell'Est. Le ragioni sono molteplici, quelle della sopravvivenza soprattutto.
Tutto quanto sopra mi è tornato in mente ascoltando dalla viva voce della protagonista la sua storia personale.
Cornelia – non è il suo vero nome – è una giovane signora rumena di circa quarantatre anni, amica della signora, anche lei rumena, che assiste mia moglie di 82 anni, 24 ore su 24. Incuriositomi della sua vicenda appena accennatami ho chiesto se Cornelia poteva avere qualcosa in contrario ove io fossi riuscito a metterla per iscritto. Nulla da obiettare mi è stato risposto e allora lei è venuta a casa a raccontarmela portando con sé tre album di fotografie sue e della sua famiglia.
Sposatasi giovanissima, nel 2001, con due figli una di 16 anni ed uno di 9, divorzia dal marito che aveva allacciato una relazione con una ragazza molto più giovane di lui e di lei. I due figli rimangono con Cornelia la quale, per poter mandare avanti la baracca partecipa ad un corso di formazione terminato il quale riesce ad essere assunta presso l'Università della sua città come operaia addetta agli impianti termo-idraulici. Nel 2004, dopo tre anni di duro lavoro, subisce un incidente che le impedisce di poter continuare a fare quel mestiere. Ottiene una misera pensione e si mette alla ricerca di qualche altra opportunità lavorativa. Non ne trova. Dopo essersi consultata con alcune amiche, chiede un prestito bancario e ottenutolo ne lascia una parte ai figli che restano in Romania ed emigra a Roma ottenendo il visto per una "visita turistica" che rinnoverà dopo tre mesi. Gli ostacoli che le si presentano sono principalmente due: nessuna conoscenza della lingua italiana e la ricerca spasmodica di un posto dove passare le notti. Vaga frastornata nelle vie di questa città e finalmente, dopo due notti, fa la conoscenza di una rumena come lei che la indirizza verso tre località marine, a nord-ovest di Roma, dove abitano molti cittadini e cittadine rumene che lavorano soprattutto negli ospedali. Inizialmente lavora come assistente familiare presso persone anziane spostandosi continuamente perché priva di permesso di soggiorno e quindi clandestina. Trattandosi appunto di persone molto anziane ed in condizioni di salute piuttosto precarie, difficilmente riescono ad interloquire con Cornelia, ma lei testardamente si fa capire a gesti così' come cerca di interpretare i loro di gesti. Per la notte trova una casa dove deve adattarsi a dormire in un letto che le hanno sistemato nella cucina pagando mensilmente 265 euro più le spese, tutto in nero. Nel 2007 la Romania entra a far parte della Comunità Europea e pertanto Cornelia diventa cittadina comunitaria. Si mette quindi alla ricerca di una occupazione più stabile e la trova in una maniera un po' particolare. Salita su un autobus della linea che collega la località dove alloggia temporaneamente ad una più vicina a Roma, giunta alla fermata scende e parlando pochissimo l'italiano si guarda attorno e scorge due donne sedute su una panchina. Si rivolge ad una di loro usando la lingua rumena credendola tale, ma l'interpellata è un'italiana e le dice di non capire. L'altra vicina però è rumena e quindi fa da interprete. Cornelia racconta una parte della sua storia e dice che è alla ricerca di un posto di lavoro. Quando la signora italiana apprende tutto ciò, sempre tramite l'interprete rumena, le fornisce il recapito telefonico e l'indirizzo di una persona che sta cercando appunto una come lei.
Trovato il lavoro ha cercato la gentile signora italiana per dimostrarle la sua gratitudine ma non è più riuscita a trovarla e neppure a sentirla.
Conclusione ecco come stanno le cose attualmente: Cornelia, la cui figlia oggi venticinquenne si è sposata, è diventata nonna del suo bambino di tre anni e sta facendo studiare l'altro figlio diciottenne in Romania. In quasi tutte le foto che ho visto ho notato lo sguardo triste del ragazzo e Cornelia mi ha detto, con le lacrime agli occhi, che è molto attaccato a lei, è un "mammone" e la sua tristezza è dovuta alla lontananza. Quando può lo fa venire a Roma ospitandolo in un monocale che ha preso in affitto.
Adesso Cornelia parla bene l'italiano anche se ciò le è costato molta fatica.
Si occupa di un "vecchiotto" che vive da solo è autosufficiene, sa e vuole cucinare lui. E lo fa benissimo.
Ha ottant'anni, si chiama Aldo ed ha una folta capigliatura bianca.
Vabbè anch'io ho ottant'anni e mi chiamo Aldo, ma sono pelato e soprattutto non so cucinare.

PER UN PERIODO DI TEMPO SOSPENDO LA PUBBLICAZIONE DI POST MA CONTINUERO' A PASSARE DAGLI ALTRI BLOG, LEGGERLI E LASCIARE UN COMMENTO OVE IO SIA CAPACE DI FARLO.
UN SALUTO MOLTO CORDIALE.

mercoledì 10 novembre 2010

LA PRIMA VOLTA CHE VIDI PARIGI

Era l'estate del 1972 e capitò l'occasione buona per andare a vedere Parigi. Mai vista prima.
Ecco come andarono i fatti. Il fratello di mia moglie, mio cognato, era anche lui cognato del fratello di sua moglie. Il cognato di mio cognato, nato in Italia, viveva in Francia da oltre vent'anni, insieme alla sua famiglia, faceva il floricultore e aveva una bella casa nella campagna vicinissima a Parigi.
Da adesso in poi il "romano" sarà il mio di cognato e il "francese" sarà invece il suo di cognato così si potrà capire meglio la distinzione. Spero.
Il "francese" aveva invitato il "romano" a trascorrere una quindicina di giorni a casa sua appunto a Parigi estendendo l'invito anche a me in quanto eravamo quasi parenti. Lo eravamo? Credo di no.
Io e il romano tenemmo due o tre riunioni per pianificare il viaggio in tutti i minimi particolari.
Poichè a partire eravamo in sei e cioè io, mia moglie e mio figlio di tredici anni e lui, sua moglie e sua figlia di undici anni, decidemmo all'unanimità di andare con due autovetture: la mia 1100/R e la sua Renault. Consultando carte, cartine e mappe apprendemmo che la distanza da Roma a Parigi misurava 1500 chilometri circa e che, senza fermarsi mai – cosa sicuramente impossibile – ci avremmo impiegato non meno di 15 ore. L'unica soluzione era partire all'alba in maniera tale da arrivare a destinazione in un orario ragionevole.
Il romano abitava in un quartiere periferico mentre io invece in un rione del centro e allora pensammo di darci un appuntamento al primo distribuore di benzina presente all'inizio della via consolare che ci avrebbe consentito di accedere in autostrada verso Torino. Nessuno di noi sapeva
di quale società petrolifera fosse, ma doveva essere rigorosamente il primo. Le cinque del mattino
era l'ora fissata di comune accordo.
L'indomani mattina, prima dell'alba, dopo aver regolato i nostri orologi, ci mettemmo in marcia verso il primo obiettivo: un distributore di benzina qualsiasi. Miracolo dei miracoli, alle cinque in punto avvenne il rendez-vous esattamente davanti il primo distributore che, se ricordo bene, era quello del canone a sei zampe.
Verso le tredici – dopo otto ore di viaggio – ci fermammo per una brevissima sosta mangereccia e quindi proseguimmo a velocità sostenuta come se non si vedesse l'ora di arrivare alla meta.
Quando arrivammo a Lione era già pomeriggio inoltrato. Dovevamo ancora percorrere circa 500
chilometri per giungere a Parigi. Una breve sosta e di nuovo in marcia, ma ad un centinaio di chilometri da la Ville Lumiere decidemmo all'unamità di fermarci: eravamo stanchissimi. Cercammo un alberghetto per dormire ma l'unico che trovammo non era di gradimento delle nostre consorti. Parcheggiammo in un prato alberato quasi sul ciglio di un burrone in fondo al quale si vedevano dei binari ferroviari.
Avevamo sonno e allora, desiderando "ritirarci nei nostri alloggi", predisponemmo le nostre due auto per cercare di farle diventare qualcosa che somigliasse ad un posto dove dormire. Il romano aveva l'auto con i sedili anteriori adattabili e quindi lui e la moglie si misero discretamente comodi mentre la loro figlia si accomodò sul sedile posteriore. Mentre mio figlio prendeva possesso anche lui del sedile posteriore, si accinse a dormire con le gambe fuori dal finestrino. Io e mia moglie seduti sui due sedili anteriori. Natutralmente, meno i due ragazzi che dormirono placidamente, noi quattro non chiudemmo occhio anche perchè su quei binari ferroviari transitarono molti treni, sia in una direzione che in quella opposta. Riprendemmo il nostro viaggio e, finalmente, verso le undici di
mattina arrivammo a Parigi e quindi a casa del cognato francese. Io e i miei ci trattenemmo una settimana ma facemmo in tempo a visitare Champs Elysees, Notre Dame, Tour Eiffel, Tomba di Napoleone e altro ancora che non rammento. La sera prima di partire il figlio del francese c'invitò a noi maschietti di fare una capatina nella strada parigina dove si trovano le Folies Bergeres ed altro.
Per noi, quell'altro fu una capatina ad un locale notturno il buttafuori del quale ci aveva magnificato
lo spogliarello integrale al quale avremmo assistito. Non fu così, nulla era più casto di quello spettacolo. Meglio. Giusta punizione per dei turisti ingenui.
L'indomani di buon'ora io e i miei ci mettemmo in viaggio per Montpellier vicino Marsiglia dove eravamo stati invitati da una mia cugina figlia di un fratello di mio padre.
Rimanemmo lì circa sei giorni, facendo in tempo a farci alcuni bagni nel Mediterraneo e prendere atto che a quei tempi, anno 1972, topless e tanga andavano già di moda.
Ne ho una prova fotografica conservata con cura.

domenica 7 novembre 2010

LA RAGAZZA CON I CAPELLI COLOR FIAMMA

Ebbene sì, lo confesso, sono uno che s'incuriosisce specialmente quando fatti, persone e situazioni fanno aumentare il livello della mia innata curiosità.
Ieri mattina sono uscito di casa per recarmi alla vicinissima fermata del bus che dovevo prendere, ma il medesimo mi sfugge proprio sotto il naso. Pazienza. Tanto di tempo ne ho a volontà...Forse esagero.
Il bus successivo so benissimo che passerà non prima di quindici minuti, almeno.
Mi guardo intorno e noto che sono solo.
Dopo qualche minuto, lontana una ventina di metri, vedo avvicinarsi una figura femminile che, forse a causa del bel sole, sembra emanare bagliori di fuoco.
Cammina lentamente parlando attraverso un telefonino poggiato sull'orecchio destro. Noto alcuni particolari della sua silhouette anche perché viene a fermarsi proprio davanti a me. Evidentemente anche lei aspetta il bus.
È una figurina discretamente magra, indossa una giacchettina blu di velluto rasato che non arriva a coprirle il bacino. Le gambe snelle sono inguainate in jeans attillatissimi che terminano in un paio di stivali neri alti fin sotto le ginocchia. Le mani sono piccole con le dita affusolate e le unghie smaltate di un colore scuro, quasi nero, una delle quali stringe il telefonino tramite il quale parla sottovoce. I lineamenti del volto aggraziati e dolci sono circondati da una massa di capelli rossi, lisci e lunghi che le arrivano fino alle spalle. Sulla fronte una frangetta.
Vestita in una foggia diversa mi fa venire in mente una di quelle statuine applicate sui carillon.
Noto il colore rosso vivo dei suoi capelli e, appena interrompe la conversazione telefonica, non riesco a trattenermi e le dico
= Mi scusi, non pensi che voglia infastidirla però vorrei chiederle se quei capelli sono suoi o se è una parrucca. Sa, il motivo per cui glielo chiedo è...
= il colore vistoso, vero?
= ehm...ecco appunto...chiedo scusa ma...
= stia tranquillo, non è la prima persona che me lo chiede...
= lo credo bene, incuriosiscono molto
= certo, ma questi sono veramente i miei capelli, tinti è ovvio. Mi piace che si notino...
= mi scusi, ambisce forse a qualche ruolo in TV, al teatro o al cinema?
= nemmeno per sogno, io faccio la parrucchiera ed è un mestiere che mi piace e che faccio bene...
= peccato, ha tutti i requisiti adatti, mi permetta di dirglielo. È molto graziosa ed è giovane...
= ho trentacinque anni e la gioventù ormai...Ma non mi lamento, sto bene così
= le faccio i miei complimenti, sinceramente, mi creda, pensavo invece...
= che fossi più giovane, la ringrazio...Ecco l'autobus, buon giorno...
Non faccio in tempo a dire una sola parola che la "rossa" si avvia alla porta posteriore e sale.
Io, stupito – o stupido? - salgo da quella anteriore e dopo quattro fermate scendo.
Malgrado mi sia voltato più volte sbirciando tra i passeggeri del bus non sono riuscito a vederla.
Non mi domando il perché.

giovedì 4 novembre 2010

IL MOMENTO DEL FRESCONE

…può capitare a tutti, certo, a me è capitato nel 1950 e probabilmente anche altre volte.
Bei tempi quelli.
Nei primi giorni di settembre di quell’anno, io ne avevo venti di anni, partii da Roma per il servizio militare: destinazione Casale Monferrato (Alessandria).
Circa due mesi di Centro Addestramento Reclute e poi trasferimento al reggimento di fanteria di stanza ad Asti dove ebbi la fortuna di essere assegnato - o imboscato - in fureria come “graduato di contabilità”, praticamente scribacchino.
Del periodo della “naia” – dodici mesi – trascorso tra alti e bassi, più frequenti questi ultimi, ricordo un discreto numero di episodi più o meno piacevoli.
Ad esempio trovavo molto gradevole trascorrere alcune serate in compagnia degli amici presso un locale vicino la caserma ed assaporare bagna cauda e barbera che ci venivano servite da due belle ragazze figlie del proprietario.
Probabilmente era quella la ragione principale per cui andavamo lì quasi tutte le sere.
Ma adesso, per onorare il titolo di questo breve scritto, mi riporto alla memoria un episodio un po' particolare.
Verso la fine del mese di giugno del 1951 la nostra Compagnia insieme ad altre, venne autotrasportata vicino a Dronero, circa 20-25 Km. da Cuneo, nei pressi dei Monti S.Bernardo, Rocceré e Pelvo d’Elva dove, in un tratto di mezza montagna, all’aperto, ci accampammo per prendere parte ad una serie di manovre estive di addestramento.
Il primo giorno in cui arrivammo ricevemmo l’ordine di montare le tende e costruirci una sorta di letto per trascorrervi la notte. Il quale letto consisteva in una serie di rami d’albero ricoperti da uno strato di foglie tenuto alto dalla “nuda terra” per circa una decina di centimetri.
Eravamo stati suddivisi quattro militari per ogni tenda ed a noi sembrò di aver messo su un buon riparo e di aver costruito dei discreti giacigli.
Fummo subito smentiti perché la sera si scatenò un nubifragio così violento che, oltre a farci trascorrere la notte in bianco quasi ci sommerse per la quantità di pioggia caduta.
Il classico temporalone d’estate. Ma non poteva aspettare altri due mesi?
Quando la sera, in libera uscita scendevamo a Dronero, ci si poteva permettere qualche svago in più come ad esempio frequentare un chiosco-bar all’aperto con tavolini e sedie a volontà.
Con un gruppo di compagni eravamo riusciti a fare amicizia con alcune ragazze. Lì per fortuna, al contrario di Casale e Asti dove ci “schifavano”, non facevano differenza tra chi era in borghese e chi in divisa da militare. Una sera, tra queste ragazze nostre coetanee, riuscii ad allacciare, abbastanza rapidamente, un rapporto più amichevole del solito con una piccolina - di statura, non d’età - capelli ed occhi chiari ed un personalino niente male. Mentre si stava avvicinando la fine della serata mi chiese se potevo accompagnarla a casa. Non me lo lasciai dire due volte e, dopo un breve tragitto, con lei che indicava la strada, ci trovammo al buio in aperta campagna.
Mi assicurò che il muretto dove ci stavamo sedendo rappresentava il confine della proprietà della sua famiglia. Si parlò tra noi per un po’ e ad un certo punto io cominciai con la tattica del romantico, della luna, delle stelle e così via ma lei, dopo un breve istante mi fermò e mi fece, chiara e tonda, questa semplice domanda:
= Ma che stai aspettando? =
Lì per lì non compresi. Poi rimasi di stucco, capii che ero stato un allocco. In quel momento avrei preferito sprofondare sotto terra. Le chiesi scusa, la salutai e me ne tornai mogio mogio all’accampamento.
Avevo fatto la figura del “pirla” più grossa della mia vita!
Agli amici che mi stavano aspettando per sapere com'erano andate le cose raccontai una bella balla da bullo.