Non era un soprannome quello ma il suo vero nome come sono veri questi fatti. Ormai ne posso parlare perché lei non c'è più da oltre 40 anni e si è, come dire, trasferita al Verano. Questo è a Roma uno dei luoghi per il riposo. Lo dico più chiaro, quello eterno.Mi si dirà allora perché ne parlo dal momento che la protagonista ci ha lasciato. Per vari motivi e tra loro scelgo quelli più interessanti, certamente per me. In realtà lei non era una mia zia consaguinea ma acquisita in quanto ero marito di sua nipote figlia di un suo fratello. La Zia faceva parte di una famiglia che, tra fratelli e sorelle erano, credo, sette od otto, dei quali cinque femmine, tutti nati a Roma e residenti in un appartamento all'ultimo piano di un palazzo nella famosa Piazza Navona. Zia Candida era nubile e sempre lo era stata mentre le altre quattro sue sorelle erano addirittura monache di clausura ospiti di altrettanti conventi sparsi per Roma. La conobbi sin dai primi anni cinquanta alla quale venni presentato dalla mia attuale moglie, a quell'epoca fidanzata, figlia appunto di uno dei suoi fratelli. La Zia era impiegata presso un grosso Ente ed era socia di un'Associazione di impiegate che ospitava donne single o vedove anche in pensione, piuttosto benestanti. Ognuna delle socie aveva a sua disposizione una camera singola facente parte di un paio di grandissimi appartamenti di un fabbricato in Piazza Navona attualmente sede dell'Ambasciata del Brasile. Le ospiti avevano vitto e alloggio non gratuitamente ma dietro pagamento di una retta mensile. A quei tempi era rimasta sola in quanto, a parte tre delle quattro monache di clausura, gli altri fratelli e sorella erano tutti passati a miglior vita. Essendo molto religiosa faceva parte di una Congregazione laica. Lei era molto legata a mia moglie, anzi era l'unica dei nipoti che frequentava e con la quale andava molto d'accordo. Naturalmente io venni coinvolto in questa situazione di reciproco affetto tra loro due tanto che man mano anche la Zia si affezionò a me. Quando nel 1956 ci sposammo lei ci fece un piccolo dono in denaro e, scritta a mano, anche una pergamena dove ci faceva gli auguri e si complimentava con entrambi elogiandoci. Conservo ancora quella pergamena inserita in una cornice munita di vetro come un quadro che ho appeso alla parete del corridoio.Quando lei andò in pensione io e mia moglie le facevamo visita molto spesso e qualche volta, da solo, la invitavo in una trattoria vicino dove abitava. Col passare degli anni i suoi malanni aumentarono finché un giorno una sua vicina di stanza mi telefonò in ufficio per dirmi che avrebbero portato la Zia al Policlinico Gemelli, un ospedale di Roma in via della Pineta Sacchetti. Andai di corsa dove abitava e vidi che la stavano portando via in ambulanza. In macchina la seguii, attesi che la visitavano e la ricoveravano in una stanza singola. Presi accordi con una infermiera capo-sala, le diedi i miei numeri telefonici di casa e dell'ufficio e le tenni compagnia fin quando mi fu permesso. Uno dei primi giorni di ottobre del 1968, io avevo in casa oltre mia moglie e mio figlio di neppure 10 anni, anche mia suocera, anziana, vedova e piuttosto sofferente. Non ricordo esattamente il giorno ma verso le ventuno mi telefonarono dal Policlinico per dirmi che la Zia stava lasciando questa terra. Salutai i miei, presi la macchina in garage e arrivai all'ospedale più in fretta che potei. Lei mi riconobbe e vidi sul suo volto sereno un piccolo cenno di sorriso. Tre brevi note a margine di questo ricordo: 1) qualche tempo prima di lasciarci mi aveva confidato che quando arrivava la sua ora non voleva essere sepolta nella sua tomba di famiglia ma desiderava lasciare il posto agli eredi successivi in quanto lei aveva acquistato un sito in un settore del Verano di proprietà della Congregazione religiosa della quale aveva fatto parte quando era in vita; 2) era romana puro sangue ed amava molto le poesie romanesche dei grandi poeti romani Belli, Trilussa e Pascarella. Quando ci o m'incontrava ne declamava una sempre diversa dalle altre e senza doverla leggere; 3) la notte che scomparve io ero da solo in quell'ospedale e quando verso le due dopo mezzanotte feci ritorno a casa non riuscii ad entrare in quanto i miei avevano dimenticato di togliere il catenaccio cioè l'asta di ferro scorrevole dietro la porta. Quindi, malgrado varie suonate di campanello e colpi con le mani nessuno mi aprì. Rassegnatomi mi recai nello studio professionale dove lavoravo del quale possedevo le chiavi e dormii, per modo di dire, in un divano del salotto d'attesa.
lunedì 17 settembre 2012
domenica 9 settembre 2012
LA CAREZZA
Ormai era giunto alle soglie della quinta età però da una ventina d'anni si stava struggendo per la mancanza di una carezza.
Non di chissà cosa, gli bastava solo la carezza di una mano femminile.
Aveva soltanto il ricordo di molto tempo prima quando un lieve tocco di una mano di donna lo aveva risvegliato da un sonno artificiale.
Sentiva proprio la necessità di un gesto così affettuoso, dolce, tenero.
Però aveva il timore di chiederlo a chi lo conosceva e a chi lo frequentava, poteva apparire una richiesta poco rispettosa verso di loro perché forse potevano pure pensare che lui nascondesse qualche altro strano desiderio.
Lui invece cercava di prestare molta attenzione ai propri comportamenti durante gli incontri e i dialoghi con amiche e amici e si sforzava nel tentativo di mostrare il suo vero essere: naturale e spontaneo il più possibile ma controllato.
Stranamente nei pochi sogni che faceva non appariva il quadro di "donna che carezza un uomo sul volto".
Però gli piaceva spesso figurarsi la scena fantasticandoci sopra per un po' di tempo.
Ciò che lo meravigliava era il fatto che non aveva mai pensato o desiderato che quella carezza dovesse "arrivare" soltanto dalle mani di una donna giovane; era un dettaglio di poca importanza ma che fosse di mano femminile questo sì.
Considerava quel lieve tocco di mano femminile, quella carezza, come un cenno che gli dava la certezza di essere ancora vivo.
D'altra parte anche un cane, un gatto desiderano spesso essere carezzati.
mercoledì 5 settembre 2012
I NONNI
Molti film, libri, racconti sia scritti che a voce, iniziano con le parole "mia nonna – oppure mio nonno – mi diceva che, mi raccontava che...".
Invece io a voce o in qualsiasi tipo di cosa che scribacchio, vero, verosimile o di fantasia, non ho usato mai un tale inizio non perché non volessi farlo, ma soltanto perchè non ho conosciuto nonni materni o paterni salvo una nonna paterna il giorno prima che morisse. Evidentemente aveva fretta di raggiungere i suoi tre mariti che aveva seppellito nel corso della sua vita.
Però poteva almeno aspettare qualche altro giorno per narrarmi qualcosa.
Mi sarebbe piaciuto poter ascoltare a suo tempo i loro racconti, i loro ricordi, le loro esperienze ed anche, perché no, qualche loro marachella giovanile come esempio da non seguire.
Per quello che ricordo non mi sembra che i miei genitori mi abbiano raccontato qualcosa riguardo i loro nonni, ma forse mi sbaglio in quanto la mia memoria va limitandosi ogni giorno di più.
Oggi l'età della "esistenza-resistenza" in vita delle persone va aumentando e quindi di nonni se ne vedono in giro sempre di più.
Io ho avuto la fortuna e la gioia di diventare nonno la prima volta a 58 anni e la seconda a 66 e non mi sono sottratto al mio dovere di fare il "nonno-sitter" per entrambe le mie due nipoti.
E confermo "sitter" perché l'ho fatto includendovi ogni mansione: cambio dei pannolini, prima colazione e pranzo, lunghe camminate con passeggini, ninne-nanne tra le mie braccia, entrata e uscita dall'asilo nido fino alle medie e via dicendo.
Non ricordo se ne ho già parlato ma quando la prima nipote frequentava la scuola materna, per due anni di seguito le maestre, d'accordo con i genitori degli altri bambini, mi chiesero di fare il "babbo natale" procurandomi per l'occasione costume e barba bianca. Fu per me un gran divertimento anche perchè i bambini erano alquanto timorosi quando li chiamavo uno per uno e dicevo loro qualcosa. Prelevavo dal sacco che portavo sulle spalle i regali preparati dalle loro famiglie e glieli consegnavo.
Qualche anno dopo la nipote mi disse che mi aveva riconosciuto dalla voce soltanto la seconda volta.
Chissà se qualche volta anche le mie nipoti parlando ai propri figli diranno loro "mio nonno mi raccontava che...".
sabato 1 settembre 2012
SUSPENSE
Da un bel po' di tempo qui sul mio pc-Pasquale – grazie ad una dritta di mia nipote – riesco a collegarmi con un sito tramite il quale posso vedere un discreto numero di film d'ogni genere, basta che scelgo. Appassionato di gialli, come ho già scritto in precedenza, nonché di polizieschi, thriller e legal thriller vedo almeno uno di questi film ogni giorno. Fantascienza ed horror li ho esclusi. Due giorni fa, di pomeriggio, ho visto, scaricandolo in download (finalmente qualcosa ho iniziato ad imparare), un film giallo anzi thriller che prometteva, dal titolo, una notevole dose appunto di suspense, di attesa spasmodica, di ansia e via dicendo. Ma - e mi ripeto - gli americani sono molto bravi nel campo cinematografico, siamo d'accordo, però sbagliano anche loro o esagerano e non poche volte sono anche ripetitivi e un po' ingenui.Il film che ho visto me ne ha dato la conferma. Ometto di dire sia il titolo del film che i nomi dei protagonisti per una specie di riguardo verso le persone che vi hanno preso parte.
L'inizio della pellicola che fa scorrere il titolo, i nomi dei componenti il cast, quelli dei vari direttori, dei produttori e dei tecnici è accompagnato da una colonna sonora che dovrebbe dare i brividi. Poi ecco la prima scena: è piena notte, una bella ragazza cammina per strada e sembra che sia di ritorno da una festa per un suo compleanno poiché porta tra le mani tre o quattro pacchi incartati e infiocchettati con carta e nastri da regalo.La strada è bagnata , evidentemente a causa di una recente pioggia ma la ragazza non ha ombrelli con se, e naturalmente la strada è anche semibuia e deserta. Sorride – la ragazza non la strada – e cammina normalmente, senza fretta, come passeggiando; si sta avvicinando a casa, poi la macchina da presa inquadra le scarpe – da ginnastica, da tennis, da corsa o da calcetto, non si capisce bene – ai piedi di qualcuno nascosto dietro un muro e coperto dal buio del quale si intravedono appunto solo scarpe, piedi e metà degli arti inferiori. Si comprende chiaramente che sta seguendo la ragazza e chiunque capisce benissimo che non lo fa per chiederle di poter accendere una sigaretta o per sapere dov'è una qualsiasi strada nei paraggi. Le sequenze successive fanno vedere che la ragazza, dopo aver aperto con una chiave, entra dentro casa quasi al buio, procede verso l'interno senza chiudere la porta che è di quelle con ritorno automatico al loro posto. E chi è che ferma la porta senza farla chiudere? Il postino? La vicina di casa che vuole chiedere del sale o dello zucchero in prestito? Mi sembra molto facile capirlo: è "scarpe da tennis", l'aspirante killer che fa fuori la ragazza tagliandole la gola con un coltello che più affilato non si può. Poi la sequenza dell'arrivo dei detective – chi li ha avvisati non si sa, si viene a sapere sempre dopo – ed ecco che iniziano le investigazioni. Combinazione, il killer che non è aspirante ma un serial-killer con precedenti simili che non è stato mai catturato invece in quel film, guarda un po', si lascia catturare piuttosto banalmente.
La frase ricorrente del detective protagonista principale è sempre la stessa "...prima o poi il killer farà un passo falso e allora...".
Una mia considerazione forse un po' sciocca: ma possibile che in quel tipo di film un killer non riesce mai a farla franca?
mercoledì 29 agosto 2012
AVEVO NOTATO IL SOGGETTO E...
...l'osservavo incuriosito per il suo comportamento. Un uomo alto, capelli folti leggermente brizzolati, un viso con un cipiglio duro, baffetti sottili allaClark Gable, distintamente vestito. Stavamo entrambi fermi, insieme ad altre persone, in piedi sul marciapiede dove era posizionata la fermata di tre linee di autobus ognuno verso differenti destinazioni. Il soggetto in realtà era appoggiato ad una balaustra in ferro che divideva la strada riservata ai mezzi pubblici da quella del traffico privato. Volgeva lo sguardo verso le persone in attesa ma si soffermava soprattutto ad osservare le donne. Un paio di autobus erano sopraggiunti, molte persone erano salite, ma il soggetto no e per la verità neppure io. Evidentemente aspettavamo lo stesso bus e insieme a noi anche altre persone. Quando sopraggiunse il bus che aspettavo insieme ad altri ci accingemmo a salire ed io mi feci un poco da parte per far passare prima alcune donne ma venni bruscamente scansato da quel soggetto il quale, rapido come un fulmine, s'infilò tra me e una ragazza, forse ventenne, che si era messa in fila per obliterare il biglietto di viaggio. Non feci alcuna rimostranza per evitare fastidiose polemiche. Lo spazio era ristretto ed il bus strapieno. Molto lentamente ci stavamo avvicinando al centro del bus dove si trovava l'uscita quando mi accorsi che il soggetto davanti a me palpeggiava con le mani il didietro di quella ragazza ventenne. Lei si voltò due o tre volte senza parlare ma lanciando occhiate di fuoco verso il soggetto il quale, imperturbabile, con un sorriso mefistofelico sulle labbra, fingeva di guardarsi intorno. All'ennesima palpeggiata la ragazza, furiosamente, si voltò ed esplose
= la vuole smettere porco che non è altro?
= come ti permetti?
= mi permetto sì perché mi sta maneggiando sin da quando siamo saliti
= bada come parli, tu non sai con chi hai a che fare
= con un maiale, questo è poco ma sicuro
= se le cose stanno così allora guarda la mia tessera, io sono un sovrintendente di polizia, quindi adesso scendi con me e andiamo al commissariato...Autista? Fermi questo bus!
Facendomi coraggio e a brutto muso mi sorpresi a dirgli
= scusi lei sta commettendo un sopruso e sta abusando della sua qualifica...
= e tu chi sei?
= io sono uno che ha assistito a questa ignobile scena e non sono solo, vero gentili signore?
Due donne che si trovavano sedute proprio vicino al luogo del misfatto come se non aspettassero altro annuirono prontamente e...
= nun solo avemo visto tutto ma si nun scenne subbito lo pjamo pure a borzate 'n testa...
= allora dovete venire pure voi al commissariato...
= noi nun venimo da nessuna parte e si nun te sbrighi a annattene da 'sto coso becchi pure un par de pizze su quer grugno da...
Il soggetto, servito a dovere, scese dal bus bofonchiando chissà cosa. Noi invece, ampiamente soddisfatti, scoppiammo a ridere tutti quanti, compreso la ventenne.
lunedì 27 agosto 2012
COME L'ARABA FENICE
"Che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa" Queste parole mi son ronzate spesso in testa dagli inizi di luglio sino a ieri domenica 26 agosto 2012. Come mai? Presto detto.
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Una giovane signora trentasettenne, rumena, mamma di un bambino di dieci anni, sposata con un operaio rumeno, è stata ospite in casa mia quale assistente di mia moglie di 84 anni afflitta da una serie di guai fisici, in sostituzione della "titolare", anch'essa rumena, assente per ferie e per seri problemi di salute della propria madre.Lo è stata poichè ieri sera è rientrata tra i suoi in Romania.Abbiamo conosciuto la giovane signora sin dal 2007 la quale appunto torna ogni anno da noi soltanto nei periodi estivi per i motivi di sostituzione sopraindicati.Mi si dirà: ma che c'entrano le parole iniziali di questo scritto. C'entrano perchè non ho mai visto una persona aggirarsi in casa per sbrigare tutte le utilissime faccende casalinghe e di assistenza con così tanta discrezione al punto che,a volte, sapevo che c'era ma non sapevo se era in casa oppure no.Per me la definizione di datore di lavoro o ancor meno di "padrone" io l'ho sempre rifiutata, non solo ma ho anche precisato sin dall'inizio e con tutti coloro che hanno frequentato o frequentano questa casa di non voler essere interpellato "signore" ma soltanto "aldo" e l'uso del tu reciproco. Siamo uguali.Alla giovane signora non le ho mai chiesto di avvertirmi quando doveva uscire per le varie incombenze tipo per gettare l'immondizia differenziata, oppure per stendere e poi ritirare la biancheria nel terrazzo condominiale, oppure ancora per qualche altra breve faccenda e quindi io, non sentendola uscire o rientrare, ove avessi avuto bisogno di chiederle qualcosa, non sono mai andato in giro per casa, l'ho sempre cercata chiamandola a voce. Può sembrare una bizzarria la mia.Mi ha ricordato spesso il modo di fare e di muoversi in casa come una tipo Butterfly.Si è divertita a fare crostate, dolci. focacce rustiche ripiene ed anche il pane, una goduria per me, nonché qualche altro "piatto" sfizioso se e quando mi è riuscito procurarmi la ricetta dal web.La stanza da me occupata 24 ore al giorno si trova proprio di fronte alla cucina e quindi, con molta discrezione anche da parte mia, la osservavo nel mentre preparava colazione, pranzo, cena e leccornie varie e vedevo il suo profilo con i lineamenti del viso molto attenti, dolci e sereni.Mi faceva tenerezza perché ho sempre capito che anche in quei momenti i suoi pensieri erano rivolti verso suo figlio e suo marito in Romania.A volte mi ha chiesto di potersi collegare con loro tramite Skipe ed io l'ho accontentata volentieri.
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Ogni anno che passa diventa sempre più ciarliera, le piace scambiare quattro chiacchiere con me perché credo voglia imparare a districarsi meglio con la lingua italiana. In realtà sta imparando ad usare pure un po' di dialetto romanesco.Non ha mai usato un filo di trucco e, sia in casa che quando esce, non le ho mai visto indossare una gonna, soltanto jeans.Posso essere benissimo suo nonno e quindi mi permetto di affermare che il suo aspetto è piacevole sotto ogni punto di vista.Ieri le ho detto che l'ho soprannominata "Araba Fenice" e quando ho cercato di spiegarle il perchè le si è illuminato il viso ed è scoppiata in un'allegra risata.Giunta l'ora per lei di recarsi all'aeroporto ci siamo salutati abbracciandoci affettuosamente.
venerdì 24 agosto 2012
ATTUALMENTE
...de 'sti tempi cioè che so' magri e semo d'accordo e nun potrebbe esse' diverso, c'e er di più de 'sta callaccia che nun m'aricordo più da quann'è ch'è incominciata.
Me sa però armeno da un par de' mesi.
Quanno le previsioni...ahò le riccomanno...ce dicheno che all'indomani saremo a 30, no a 35, no a 40 a me me sa che se sbajieno e pure de grosso perché seconno me stamo ar doppio.
Forse esaggero ma mica de tanto.
Ho visto coce le fettine de carne su 'na panchina e allora sto tranquillo perché si me vié voja de famme du ova ar tegamino, nun me devo da proccupa' perché er tegamino nun serve, basta che m'affaccio a 'na finestra e sur davanzale ce calo le du ova così, senza manco l'oio.
Arisparmio pure er gasse.
M'aricordo 'na frase che spesso se sente: "c'è un sole che spacca le pietre" . Eh sì, è vero, spacca le pietre, ma spacca e rompe pure quarc'artra cosa, nun so si me spiego.
Intanto quarcosa s'è rotta sur serio: er ventilatore in cammera mia, tanto pe' nun famme manca' mai gnente.
E da quarche giorno però che giornali, tiggì e tivvi ce fanno sape' che all'incirca da domani sabbato 25 agosto 2012 ariva Beatrice.
Prima de tutto, famo a capisse, ma Dante Alighieri lo sa? Nun vorei che lei vié qui da noiartri de niscosto, 'na scappatella de un par de giorni e poi se ne aritorna da indove é venuta.
Qui ce deve da sta' un ber po', senza fa troppa cagnara de lampi, furmini e saette, giusto un po' de gnagnarella – dicasi così ar posto de pioggerella – pe' un ber po' de giorni in modo da riempi' li fiumi, li laghi e anche le pozzanghere tié, crepi l'avarizzia.
E anche pe' rinfrescacce un po' sia a noi che le strade, le piazze, li vicoli e tutto insomma.
Però, adesso che m'aricordo e spero de nun sbajiamme, er fatto de Beatrice e Dante fu sortanto immagginario.
Sta' a vede che magara "Beatrice" è sortanto un sogno, bello ma sempre un sogno.
Pe' scaramanzia mo vado a lustra' er manico de l'ombrello.
Aspetta un po', ma indove l'avrò messo ch'è tanto tempo che nun l'adopero.
Vado a cercallo.
mercoledì 22 agosto 2012
C'E' POCO DA RIDERE
Conversazione realmente registrata sulla frequenza di emergenza marittima sul canale 106 al largo della costa di Capo Finisterre (Galicia), tra galiziani e americani, il 16 ottobre 1997.
Spagnoli: (rumore di fondo)…vi parla l’A-853, per favore, virate 15 gradi sud per evitare di entrare in collisione con noi. Vi state dirigendo esattamente contro di noi, distanza 25 miglia nautiche
Americani: (rumore di fondo)…vi suggeriamo di virare 15 gradi nord per evitare la collisione
Spagnoli: Negativo. Ripetiamo, virate 15 gradi sud per evitare la collisione
Americani: (un’altra voce) Vi parla il Capitano di una nave degli Stati Uniti d’America. Vi intimiamo di virare 15 gradi nord per evitare la collisione
Spagnoli: Non lo consideriamo fattibile, né conveniente, vi suggeriamo di virare di 15 gradi per evitare di scontrarvi con noi
Americani: (tono accalorato) VI PARLA IL CAPITANO RICHARD JAMES HOWARD, AL COMANDO DELLA PORTAEREI USS LINCOLN, DELLA MARINA DEGLI STATI UNITI D’AMERICA, LA SECONDA NAVE DA GUERRA PIU’ GRANDE DELLA FLOTTA AMERICANA. CI SCORTANO 2 CORAZZATE, 6 DISTRUTTORI, 5 INCROCIATORI, 4 SOTTOMARINI E NUMEROSE ALTRE NAVI D’APPOGGIO. NON VI “SUGGERISCO” VI “ORDINO” DI CAMBIARE LA VOSTRA ROTTA DI 15 GRADI NORD. IN CASO CONTRARIO CI VEDREMO COSTRETTI A PRENDERE LE MISURE NECESSARIE PER GARANTIRE LA SICUREZZA DI QUESTA NAVE. PER FAVORE OBBEDITE IMMEDIATAMENTE E TOGLIETEVI DALLA NOSTRA ROTTA!!!
Spagnoli: Vi parla Juan Manuel Salas Alcantara. Siamo 2 persone. Ci scortano il nostro cane, il cibo, 2 birre e un canarino che adesso sta dormendo. Abbiamo l’appoggio della stazione radio “Cadena Dial de La Coruna” e il canale 106 di emergenza marittima. Non ci dirigiamo da nessuna parte visto che parliamo dalla terraferma, siamo nel faro A-853 di Finisterre sulla costa Galiziana. Non abbiamo la più pallida idea di che posto abbiamo nella classifica dei fari spagnoli. Potete prendere le misure che considerate opportune e fare quel cazzo che vi pare per garantire la sicurezza della vostra nave di merda che si sfracellerà sulla roccia. Pertanto insistiamo di nuovo e vi suggeriamo di fare la cosa più sensata e di cambiare la vostra rotta di 15 gradi sud per evitare la collisione
Americani: Bene, ricevuto, grazie
sabato 18 agosto 2012
LA PRIMA VOLTA CHE VIDI PARIGI
Era l'estate del 1972 e capitò l'occasione buona per andare a vedere Parigi. Mai vista prima.Ecco come andarono i fatti. Il fratello di mia moglie, mio cognato, era anche lui cognato del fratello di sua moglie. Il cognato di mio cognato, nato in Italia, viveva in Francia da oltre vent'anni, insieme alla sua famiglia, faceva il floricoltore e aveva una bella casa nella campagna vicinissima a Parigi. Per capire meglio la differenza il "romano" è il mio di cognato e il "francese" è invece il suo di cognato. Il "francese" aveva invitato il "romano" a trascorrere una quindicina di giorni a casa sua appunto a Parigi estendendo l'invito anche a me in quanto eravamo quasi parenti (?). Io e il cognato romano tenemmo due o tre riunioni per pianificare il viaggio in tutti i minimi particolari. Poiché a partire eravamo in sei e cioè io, mia moglie e mio figlio di 13 anni e lui, il cognato romano, sua moglie e sua figlia di 11anni, decidemmo all'unanimità di andare con due autovetture: la mia 1100/R e la sua Renault. Consultando carte, cartine e mappe apprendemmo che la distanza da Roma a Parigi misurava 1500 chilometri circa e che, senza fermarsi mai – cosa sicuramente impossibile – ci avremmo impiegato non meno di 15 ore. L'unica soluzione era partire all'alba in maniera tale da arrivare a destinazione in un orario ragionevole. Il cognato romano abitava in un quartiere periferico mentre io invece in un rione del centro e allora pensammo di darci un appuntamento al primo distributore di benzina presente all'inizio della via consolare che ci avrebbe consentito di accedere in autostrada verso Torino. Nessuno di noi sapeva di quale società petrolifera fosse il distributore, ma doveva essere il primo, rigorosamente. Le cinque del mattino era l'ora fissata di comune accordo. L'indomani mattina, prima dell'alba, dopo aver regolato i nostri orologi, ci mettemmo in marcia verso il primo obiettivo: un distributore di benzina qualsiasi. Miracolo dei miracoli, alle cinque in punto avvenne il rendez-vous esattamente davanti il primo distributore che, se ricordo bene, era quello del canone a sei zampe. Verso le tredici – dopo otto ore di viaggio – ci fermammo per una brevissima sosta mangereccia e quindi proseguimmo a velocità sostenuta come se non si vedesse l'ora di arrivare alla meta. Quando arrivammo a Lione era già pomeriggio inoltrato. Dovevamo ancora percorrere 500 Km. circa per giungere a Parigi. Una breve sosta e di nuovo in marcia, ma ad un centinaio di chilometri da la Ville Lumiere decidemmo, sempre all'unanimità, di fermarci: eravamo stanchissimi. Cercammo un alberghetto per dormire ma l'unico che trovammo non era di gradimento delle nostre consorti. Parcheggiammo in un prato alberato quasi sul ciglio di un burrone in fondo al quale si vedevano dei binari ferroviari. Avevamo sonno e allora, desiderando "ritirarci nei nostri alloggi", predisponemmo le nostre due auto per cercare di farle diventare qualcosa che somigliasse ad un posto dove dormire. Il cognato romano aveva l'auto con i sedili anteriori adattabili e quindi lui e la moglie si misero discretamente comodi mentre la loro figlia si accomodava sul sedile posteriore. Nel frattempo mio figlio prendeva possesso del sedile posteriore della mia auto e si metteva a dormire con le gambe fuori dal finestrino. Io e mia moglie seduti sui due sedili anteriori. Naturalmente, meno i due ragazzi che, placidi dormirono , noi quattro non chiudemmo occhio anche perché su quei binari ferroviari transitarono molti treni, sia in una direzione che in quella opposta. Riprendemmo il nostro viaggio e, finalmente, verso le undici di mattina arrivammo a Parigi e quindi a casa del cognato francese. Io e i miei ci trattenemmo una settimana ma facemmo in tempo a visitare Champs Elysees, Notre Dame, Tour Eiffel, Tomba di Napoleone e altro ancora che non rammento. La sera prima di partire il figlio del francese c'invitò a noi maschietti a fare una capatina nella strada parigina dove si trovano le Folies Bergeres ed altro. Per noi, quell'altro fu una capatina ad un locale notturno il buttafuori del quale ci aveva magnificato lo spogliarello integrale al quale avremmo assistito. Non fu così, nulla era più casto di quello spettacolo. Meglio. Giusta punizione per dei turisti ingenui. L'indomani di buon'ora io e i miei ci mettemmo in viaggio per Montpellier vicino Marsiglia dove eravamo stati invitati da una mia cugina figlia di un fratello di mio padre. Rimanemmo lì circa sei giorni, facendo in tempo a fare alcuni bagni nel Mediterraneo e prendere atto che a quei tempi, anno 1972, topless e tanga andavano già di moda.
lunedì 13 agosto 2012
BREVE CRONACA IN PRESA DIRETTA
Oggi è domenica 12 agosto e sono le otto di mattina.
Percepisco che la temperatura mi confà e allora decido di uscire da casa dopo un periodo di quarantena - magari esagero però quindici giorni sono sicuri – che ho dovuto osservare standomene rinchiuso tra quattro mura sia per il caldo eccessivo sia per una leggera indisposizione poi risoltasi.
Passeggio lentamente sul marciapiede di destra della mia strada di casa che costeggia l'Istituto Tecnico Industriale Galilei con ingresso in via Conte Verde appena girato l'angolo.
Ricordo che nel 1944, durante la "liberazione" di Roma l'Istituto era stato occupato dai soldati americani i quali, quando era loro concesso il riposo, lo trascorrevano nel breve tratto di Via Luigi Pianciani proprio di fronte l'Istituto medesimo, che avevano adibito a campodi baseball.
Torniamo ad oggi. La temperatura è buona, tira anche il classico e fresco venticello di Roma, giro l'angolo di Via Conte Verde, traverso e inizio il breve tratto di una Via Pianciani insolitamente vuota
appena quattro o cinque auto parcheggiate sul lato sinistro della via mentre a destra il deserto! Sul lato destro affacciano l'Ufficio Scolastico Regionale del Ministero dell'Istruzione, ex Provveditorato agli Studi; gli uffici dell'A.N.A.S. e quelli della Regione Lazio Agenzia Agricoltura Caccia e Pesca quindi, tolto il periodo ferragostano, di solito è affollato e frequentatissimo. Nel lato opposto alcune abitazioni ed un piccolo albergo credo a tre stelle non di più. Preciso che il largo marciapiede dove si trovano gli Uffici appena descritti è interamente coperto da una grata metallica a copertura ritengo di locali adibiti a vari usi, mentre quello a sinistra è stretto e coperto dai classici sanpietrini.
La via, oggi domenica ante ferragosto, è "felicemente" deserta ed io mi avvio verso il vicinissimo supermercato quando ad un tratto dall'alberghetto esce una stangona in minigonna che si mette a fotografare l'esterno e l'insegna dell'albergo stesso mentre da una macchina parcheggiata lì davanti esce uno stangone in calzoncini che si avvicina alla ragazza. Entrambi giovanissimi. Mentre passo sul marciapiede opposto, quello destro con la grata, sbircio la targa dell'auto e noto che è italiana,
Credevo fossero turisti nordeuropei. Giunto nei pressi i due mi danno un'occhiata ed io penso che se mi chiedono di far loro una foto sono fritto perché non ne capisco un'acca. Invece per mia fortuna niente. Seguito a camminare, sento che mi stanno sorpassando sullo stesso marciapiede che percorro io e, fatto qualche passo, una qualche folata di vento proveniente dalla rete metallica solleva la leggerissima minigonna della stangona la quale si volta e S O R R I D E N D O M I si tiene bassa la mini con il braccio destro. Mi sorride anche lo stangone! Ma che vor di'? Ad ogni modo ce ne fossero di incontri così tutti i giorni. Chissà perchè mi è tornata in mente la scena di Marilyn Monroe nel film "Quando la moglie è in vacanza".
Sto per giungere a destinazione ma il supermercato nei giorni festivi apre alle 8.30 e allora mi metto all'ombra di un alberello poco distante.
Appena qualche minuto dopo una persona anziana, credo di qualche anno meno di me, capelli bianchissimi, mi passa vicino e, camminando, mi guarda e mi chiede =dov'è il locale di......?.= senza dire di che cosa e, senza fermarsi, si allontana lentamente. Sono rimasto basito. Non ho capito che voleva sapere e quindi non ho potuto rispondere.
Quando sono entrato al supermercato mi sono chiesto se per caso mi avesse beccato in pieno qualche colpo di sole.
Eppure non mi sono inventato nulla, niente fantasia solo realtà e ho voluto descrivere tutto subito.