sabato 11 luglio 2015

2 GIUGNO (scritto da mio figlio Massimo)

Ogni anno, quando si avvicina il momento di festeggiare questa storica giornata così importante per il nostro paese, mi torna in mente un intimo ricordo di quello che è stato il mio primo consapevole due giugno. Doveva essere il 1964 o il 1965, avevo o cinque o sei anni. Mio padre, come molti italiani, non aveva ancora la macchina - la mitica seicento arrivò solo nel '66. La giornata era bellissima,il cielo di un blu intenso e già da alcuni giorni faceva molto caldo per cui era naturalmente venuta a tutti, specialmente ai bambini, un'irrefrenabile voglia di mare. Sono quasi sicuro che già dal giorno prima avevo cominciato a fare la “lagna” ai miei per andare a Ostia. Come spesso succedeva, mi era stato detto che, per svariati motivi, non era possibile. Invece quella mattina, con grande sorpesa, mi svegliarono prima del solito e, armi e bagagli, si decise di andare tutti al mare.Non ricordo perchè ma avevamo una terribile fretta, non so se legata a motivo particolare o a una generica ansia di mio padre. Forse sapeva l'orario in cui partiva la metropolitana o immaginava che fossimo già in ritardo, fatto sta che la sensazione dominante che pervade tutto il ricordo di quel viaggio, da casa alla spiaggia, è quella di andare di corsa. Prendemmo l'autobus – credo il 90 – per arrivare al Circo Massimo, ma giunti a piazza Numa Pompilio, proprio sotto la casa del grande Albertone, l'autobus fu costretto a fermarsi e deviare la sua corsa.Quello che doveva essere il suo naturale percorso – cioè viale delle Terme di Caracalla – era tutto completamente occupato da una fila interminabile di carri armati, blindati, pezzi di artiglieria e tantissimi soldati. Mio padre a quel punto prese una decisione drastica. Avremmo comunque raggiunto il nostro obbiettivo, la fermata metro Circo Massimo, correndo a piedi in mezzo a tutta quella meraviglia. Naturalmente non era in corso nessuna guerra civile e neanche qualche tentativo di golpe. Tutto quell'armamentario era in attesa di sfilare per la tradizionale parata dei Fori Imperiali, ma io questo non potevo saperlo. Per me fu un'emozione di straordinaria intensità. Il ricordo è ancora vivo fin nei dettagli: correvamo zigzagando tra i carri armati con mio padre che mi tirava per mano, mentre io con l'altra tenevo mia madre con il suo vestito a fiori svolazzante e la borsa del mare. Credo che questa corsa non fosse completamente lecita, dato che qualche militare ci strillò di toglierci di mezzo. Mio padre riuscì però ad essere assolutamente convincente, correndo e sbracciandosi come per una reale e impellente urgenza. In realtà era solo per non perdere la metro. Di tutta questa catena umana in corsa, io ero in realtà l'anello frenante. Completamente rapito dagli enormi cingoli dei carri armati, il rumore assordante dei motori, la terra che tremava sotto i nostri piedi, vedevo per la prima volta concretizzarsi l'oggetto delle mie passioni, dei miei giochi infantili e non avevo alcuna voglia di lasciarmi scappare l'occasione di rimirarli, toccarli e magari anche montarci sopra. Adoravo tutto ciò che aveva a che fare con la guerra e con le armi, fossero giornalini, film o giochi. In particolare la seconda guerra mondiale, di cui avevo ascoltato molti racconti da chi l'aveva vissuta.Oggi mi viene da ridere al pensiero che, qualche anno più tardi, sarei stato un fiero e convinto obiettore di coscienza. La folle corsa terminò sotto il marmoreo edificio della FAO, risucchiati dai sotterranei metro della stazione Circo Massimo. Un turbine di vento ci rapì già dalle scale, annunciando l'arrivo della metro, che prendemmo al volo. Eravamo riusciti nel nostro intento e ora... solo mare.  

venerdì 3 luglio 2015

ESTIVO POST

I circa 35 gradi di calura qui a Roma mi solleticano per scrivere qualcosa di ridicolo e poiché in questo campo io sono un portento, affermo e confermo che fa un caldo boia. Lo so, non è una novità, ma se lo dico io che amo il caldo in quanto sono stato sempre e sin dalla nascita un gran freddoloso. giuro e arigiuro che l'Africa è più vicina a noi più di quanto non si creda. Ho sempre sentito dire che lì di notte fa addirittura freddo e allora ho deciso, m'imbarco su una nave della Guardia Costiera ed emigro in Libia.

lunedì 11 maggio 2015

IO SALUTO

Buongiorno, buonasera, buonanotte che sono usati normalmente come saluti augurali o di commiato, a volte possono anche non essere tali. Oppure essere male interpretati sia da chi li rivolge sia da chi li riceve. Allora come ci si deve comportare? Non lo so,posso soltanto cercare di capirne gli intendimenti. Io personalmente saluto, per esempio, amici, conoscenti, negozianti, commessi, commesse e cassiere dei supermercati e dei negozi dove abitualmente mi reco, gli operatori ecologici che cercano di mantenere pulite le strade, gli abitanti del fabbricato in cui risiedo anche se li vedo raramente. Gli incontri quasi quotidiani sono quelli che faccio casualmente da circa 45 anni nelle strade intorno alla zona dove risiedo con la mia famiglia. Il fabbricato che comprende la mia abitazione, suddiviso in quattro scale, è composto di circa 92 unità immobiliari - abitazioni, magazzini, negozi ed uffici - ed i proprietari si riuniscono ogni due o tre mesi nelle rituali assemblee condominiali alle quali partecipano però soltanto quella minima parte necessaria per arrivare alla maggioranza dei millesimi di proprietà. Io, pur non essendo un condomino ho partecipato, quale delegato del proprietario dell’abitazione che occupo, a numerose di queste assemblee in occasione delle quali ho avuto la possibilità di conoscere alcuni di questi condomini. Tra loro un tale, sempre taciturno, di cui non ricordo né il nome né il cognome, che partecipa sempre alle assemblee e che incontro spesso per strada. C’incrociamo, mi guarda, lo saluto e lui non risponde neppure con un cenno. Sarà muto? Sordo? No, perché una mattina l’ho visto che chiacchierava animatamente con un mio amico che conosco da oltre quindici anni, della stessa mia età e delle mie stesse idee politiche. Sono passato proprio vicino a loro, ho salutato: il mio amico ha risposto molto cordialmente, lui zitto, un pesce! Mi sono detto: vuoi vedere che lui, benché non so come ne sia a conoscenza, ha idee politiche completamente opposte alle mie? Neanche per sogno perché un giorno ha acquistato dallo stesso mio edicolante un quotidiano che va ancora più in là di come la penso io. Da me interpellato il medesimo edicolante mi ha informato che il “silente” acquista da anni sempre quello stesso giornale. E allora? Mah! Gli devo stare molto sulle cosiddette e non ne conosco il motivo. A volte percorro una strada dove affacciano numerosi fabbricati: uno solo di questi ha sempre il portone aperto davanti al quale sostano due settantenni, o giù di lì, i quali sono frequentemente immersi in animate ma pacifiche conversazioni. Quando sto per superarli uno dei due, il meno alto, il più rotondo, capello e pizzetto brizzolati, con gli occhi che brillano e con un ampio sorriso mi saluta cordialmente. Io nell’allontanarmi ricambio il saluto e mi chiedo: ma chi è? Non riesco a ricordarmi chi sia Eppure ogni volta che c’incontriamo, accade spesso perché anche lui dovrebbe abitare in zona, mi saluta ed io faccio altrettanto senza, però, riuscire a capire di chi si tratta. Perfino due giorni addietro nel salutarmi al “buongiorno” ha aggiunto “caro dottore”! Chissà per chi mi scambia. Io, posso quasi giurarlo, non lo conosco. Sarà qualcuno che si vuole divertire? Sempre durante il percorso di quelle strade vicino la mia abitazione incontro un altro amico, credo abbia più di 80 anni, il quale, unitamente alla moglie, viene spesso da queste parti per fare la spesa. Non appena mi vede, anche se è lontano, almeno la vista deve averla ottima, mentre per il resto è meglio tacere, si ferma, blocca la moglie accanto a sé, con fare autoritario mi fa cenno con la mano di avvicinarmi e appena mi trovo a portata di orecchie mi “ammolla” un monologo impetuoso cianciando tra i più svariati argomenti: dove ha lavorato, le opere che ha compiuto, la politica, il suo punto di vista opposto al mio, le sue altissime e molteplici conoscenze in ogni campo. Insomma un pozzo senza fine di scienza e conoscenza. Ho provato sempre ad interromperlo, ma non ci sono mai riuscito: le mie opinioni, il mio parere non gli interessano minimamente. Anche la moglie, che evidentemente lo conosce bene, cerca di fermarlo ma lui, dopo averle lanciato un’occhiata “fulminante”, la “stoppa” perentoriamente e prosegue nel suo soliloquio. Ad un certo punto, evidentemente per mancanza di fiato, si ferma e, con un filo di voce mi dice che: “ proseguiremo in un successivo incontro il nostro dialogo”. Ma se non mi ha mai fatto aprire bocca, io vorrei sapere: quando abbiamo “dialogato”? Adesso però, quando esco da casa e quindi dal portone, mi guardo bene intorno, mi munisco di un binocolo per poterlo scorgere anche a chilometri di distanza e, appena ne intravedo la sagoma, mi dirigo nella direzione opposta. Ecco quindi i motivi per cui: A) al “silente” non gli rivolgo il saluto; B) al “buontempone” glielo ricambio e al “logorroico”, poiché lo evito, glielo tolgo.

lunedì 4 maggio 2015

LA RAGAZZA CON I CAPELLI ROSSO FIAMMA

Ebbene sì, lo confesso, sono uno che s'incuriosisce specialmente quando fatti, persone e situazioni fanno aumentare il livello della mia innata curiosità. Faccio un esempio raccontando un ricordo di circa 4 anni fa.Una mattina, uscito di casa per recarmi alla vicinissima fermata del bus che dovevo prendere, il medesimo mi sfuggì proprio sotto il naso. Sapevo bene che il bus successivo sarebbe passato non prima di 15 minuti, almeno, ma pazienza .Mi guardai intorno e notai che ero solo. Dopo qualche minuto, vidi avvicinarsi una figura femminile che, forse a causa del sole,sembrava emanare bagliori di fuoco. Camminava lentamente parlando attraverso un telefonino poggiato sull'orecchio destro. Notai alcuni particolari della sua silhouette perché venne a fermarsi proprio davanti a me. Evidentemente anche lei aspettava il bus.Era una figurina magra, indossava una giacchetta blu di velluto rasato che non arrivava a coprirle il bacino. Le gambe snelle erano inguainate in jeans attillatissimi che terminavano in un paio di stivali neri alti fin sotto le ginocchia. Le mani erano piccole con le dita affusolate e le unghie smaltate di un colore scuro, quasi nero. Una delle mani stringeva il telefonino tramite il quale parlava sottovoce. I lineamenti del volto aggraziati e dolci erano circondati da una massa di capelli rossi, lisci e lunghi che le arrivavano oltre le spalle. Sulla fronte una frangetta.Notai il colore rosso vivo dei suoi capelli e, appena interruppe la conversazione telefonica, non riuscii a trattenermi e le dissi: = Mi scusi, non pensi che voglia infastidirla però vorrei chiederle se quei capelli sono suoi o se è una parrucca. Sa, il motivo per cui glielo chiedo è... = il colore vistoso, vero? = ecco, appunto...chiedo scusa ma... = stia tranquillo, non è la prima persona che me lo chiede... = lo credo bene, incuriosiscono molto = certo, ma questi sono veramente i miei capelli, tinti è ovvio. Mi piace che si notino... = mi scusi, ambisce forse a qualche ruolo in TV, al teatro o al cinema? = nemmeno per sogno, io faccio la parrucchiera ed è un mestiere che mi piace e che faccio bene... = peccato, ha tutti i requisiti adatti, mi permetta di dirglielo. È molto graziosa ed è giovane... = ho trentacinque anni e la gioventù ormai...Ma non mi lamento, sto bene così = le faccio i miei complimenti, sinceramente, mi creda, pensavo invece... = che fossi più giovane, la ringrazio...Ecco l'autobus, buon giorno...= Non feci in tempo a dire una sola parola che la "rossa" si avviò alla porta posteriore e salì. Io, stupito (o stupido?) salii da quella anteriore e dopo quattro fermate scesi. Malgrado mi fossi voltato più volte sbirciando tra i passeggeri del bus non riuscii a vederla. Circa un mese dopo, al termine della mia solita passeggiata, anziché iniziare il giro dalla via che imboccavo quando uscivo da casa e che facevo sempre, mi incamminai verso la via parallela arrivando quindi alla fermata del bus che comunque non dovevo prendere. E chi ti vidi alla fermata? La stessa giovane donna dai capelli rosso fiamma che avevo ammirato 30 giorni prima. Abbigliata come la volta precedente, lo stesso atteggiamento, il telefonino tenuto fermo all'orecchio destro con la mano dalle dita affusolate, gli stessi capelli di un bagliore accecante e il sole che sembrava illuminarglieli ancora di più. Mentre camminavo rasentando il ciglio del marciapiede la rossa si voltò leggermente e abbozzò un sorriso verso di me, sempre parlando al telefonino. Un po' sorpreso mi fermai e le feci un cenno con la testa a mo' di saluto, lei mi fece un cenno con la mano sinistra, piccola e affusolata come l'altra, facendomi intendere di aspettare un momento. Mi voltai per vedere se tutto ciò era rivolto a qualcun altro, ma c'ero soltanto io. Terminata la telefonata mi disse: = salve come va? = si ricorda di me? = certo l'altra volta abbiamo scambiato qualche parola e allora... = ti...ehm...posso usare il tu? = sì, tanto lo faccio anch'io = benissimo e...abiti da queste parti? = sì, non molto lontano da questa fermata = capito...vai al lavoro? = come sempre, almeno i giorni feriali = vorrei farti una domanda personale se me lo permetti... = sei un tipo curioso vero? = sì, lo ammetto = spara = al tuo lui, se lo hai, gli piacciono i tuoi capelli? = non sto con un lui ma con una lei = ah! = ti scandalizza? = a me? E perché? Ognuno è libero di stare con chi gli pare... = credevo di sì, i capelli bianchi che hai mi hanno... = oltre quelli ho anche un cervello che ancora funziona, poco ma quel poco mi basta = ad ogni modo ce l'ho avuto un uomo ma sarebbe stato meglio non averlo conosciuto. Adesso mi trovo benissimo con la mia ragazza. È più giovane di me ma siamo veramente innamorate l'una dell'altra. Viviamo insieme nella stessa casa = credo sia questo ciò che maggiormente conta = ci puoi giurare. Sta arrivando il bus. Devi salire anche te? = no abito qui a due passi e allora... = allora ciao, ci vediamo... = ciao...io mi chiamo Aldo e tu? = è importante per te? = beh, insomma... = te lo dirò quando c'incontreremo la prossima volta, ciao.= La guardai salire, restai fermo per un po' e mi chiesi: cosa avrà voluto dire con l'ultima frase?

sabato 25 aprile 2015

LA MIA PRIMA GATTA

Mucci il nome semplice con il quale noi quattro fratelli “battezzammo” la piccola gattina tigrata che nel ’48-’49 introdussi in casa nostra. Questa dolcissima felina me la ritrovai tra le gambe mentre una sera, seduto in tram, stavo rientrando a casa verso le 22. Pur immaginando la reazione negativa di mia madre, speravo invece nella “benevola fratellanza” dei miei germani…e così fu. Quella stessa sera Mucci fece il suo primo “dovere”. Era già da qualche tempo che un topolino, intrufolatosi attraverso il caminetto situato nel corridoio, gironzolava per casa. Ebbene visto che c’era il “topo” poteva mancare il “gatto”? O meglio la gatta?E allora occorreva preparare la “trappola”. La nostra camera da pranzo era arredata in quegli anni oltre che da un mobile dove erano riposti stoviglie e altre cose, anche da due letti ad una piazza, alcune sedie ed un tavolo quadrato abbastanza robusto, di quelli che si potevano allungare mediante alcune assi in esso contenute (ancora “vivente”, con nostra grande gioia, in casa del terzo fratello). Con quale espediente riuscimmo ad attirare the young mouse sotto il tavolo non lo ricordo proprio, ricordo soltanto che, appena entrato lui, recintammo immediatamente i quattro lati dello stesso tavolo poggiando le assi sulle sue gambe, in modo da creare una sorta di arena nella quale poi introducemmo la Mucci accingendoci quindi ad assistere al ludo gladiatorio. D’altronde casa nostra faceva parte di un fabbricato distante pochi metri dal Colosseo e perciò l’emulazione era più che giustificata. La battaglia, anzi la corsa, iniziò immediatamente ad una folle velocità ma Mucci ebbe presto la meglio. Quello che allora non compresi fu che anziché farlo fuori subito, prima lo stordì con una zampata, poi ci cominciò a giocherellare, ma non fece altro,lo lasciò lì, immobile rivolgendogli un’occhiata ogni tanto. Chissà, forse aspettava da noi spettatori lo storico segnale con la mano ed il pollice rivolto all’ingiù. Resta il fatto che da quel giorno topi in casa non ne girarono più. E’ stata una gatta bonacciona e socievole anche se un poco birichina. Quando le riusciva rubacchiava volentieri qualche bocconcino prelibato. Nostra madre, ogni volta che si recava al vicino mercato a fare la spesa, portava sempre per lei qualcosa che si procurava al banco dell’”abbacchiara” che tra l’altro abitava sul nostro stesso pianerottolo, noi all’interno 11, lei al 12. Sulle doti di bontà e socievolezza di Mucci ricordo quando, in inverno, la infilavo nel mio letto sotto le coperte e poi, per riscaldarmi, le piazzavo i miei piedi gelidi sulla sua calda e morbida pancia. Nessun segnale di ostilità da parte sua. E così pure quando cercavo di mascherarla infilandole un mio calzino sulla testa come cappello. L’unica sua reazione era quella di guardarmi come per chiedermi se fossi stato soddisfatto di come l’avevo combinata.Ricordo che un giorno, sempre d’inverno, evidentemente pire lei sentiva freddo,andò tranquilla nella piccola camera che un nostro zio, fratello di nostra madre, aveva adibito anche a laboratorio di sartoria. Le piaceva andare lì perché sul tavolo da lavoro di nostro zio c’era poggiato, tra le altre cose, anche un grosso ferro da stiro a carbone e quindi, se acceso, una bella fonte di calore, ma quella volta, confortata dal dolce tepore si addormentò finendo dritta sul ferro bollente. Un miagolio disperato che non aveva nulla di felino e subito una fuga precipitosa verso un posto più fresco. A volte, quando nostro padre si sedeva al tavolo in camera da pranzo per scrivere o leggere qualcosa, gli saliva sulla schiena e gli si accoccolava intorno al collo avvolta come una sciarpa. Papà e Mucci fermi e tranquilli come se fosse la situazione più normale di questo mondo. Quando invece rubacchiava qualcosa di commestibile non si riusciva a vederla girare per casa, andava a nascondersi sotto uno dei letti in camera da pranzo perché sapeva benissimo che le sarebbe spettata quanto meno una sgridata e, allorché io o qualcun altro riusciva a trovarla e cercava di farla uscire da lì, lei si ribellava miagolando come per dire che aveva avuto fame e quindi. Aveva anche l’abitudine, specialmente d’estate, di accucciarsi sul davanzale della finestra in camera da pranzo e di sbirciare, tra le persiane socchiuse, giù nella strada. Appena si accorgeva di nostra madre che faceva il suo rientro a casa dopo aver fatto la spesa al mercato, andava di corsa ad attenderla alla porta d’ingresso. Stava per arrivare il vitto. La sua vista doveva essere ottima perché noi abitavamo, in quel fabbricato, al secondo piano sul rialzato, praticamente al terzo.Tra una sbirciatina e l’altra aveva anche trovato il modo di amoreggiare con un gatto, piuttosto grosso, pelo di vari colori con prevalenza del “roscio”, enorme “capoccia” sulla quale spiccava un orecchio mozzato: il risultato di violente zuffe con gli altri gatti della nostra via e del circondario, i quali si erano come volatilizzati. Peppone, questo era il nome autentico che gli aveva appioppato la sua famiglia composta anche da tre nostri coetanei abitante al n. 41 in una casa posta al livello strada facente parte dello stesso nostro fabbricato. Praticamente viveva come un sultano nell’harem. Non si vedevano gatti maschi in giro. Perciò Mucci quando qualcuno di noi dimenticava di chiudere la porta di casa lei riusciva a fuggire senza farsene accorgere, era solita andare a trovare il suo “lui” e trascorrere così i suoi momenti d’intimità. Nei suoi anni di vita, circa nove, si verificarono troppi di questi “momenti” tanto che nostro fratello più grande dovette più volte recarsi nel giardino di Piazza Vittorio per depositarvi le cucciolate dei due nostri “giulietta e romeo”. Certamente Mucci e Peppone erano talmente innamorati l’uno dell’altra che una volta lei, forse per il troppo amore, ebbe il coraggio di gettarsi da casa nostra (quasi terzo piano) nelle braccia, pardon, nelle zampotte del suo adorato. Le andò bene perché non le si ruppe niente, almeno a noi non disse nulla. Ma, purtroppo, l’ultimo suo parto le fu fatale. Senza una ragione, quella volta uscì da casa nostra e salì al piano superiore, si accucciò vicino la porta di non so quale abitazione ed evidentemente, per le doglie, si lamentò in modo così straziante che gli abitanti, ignorando come stavano le cose, si affrettarono a chiamare il personale dell’ Ente Nazionale Protezione Animali. Non vedemmo più la nostra Mucci.

lunedì 20 aprile 2015

[HD] Russian Pyatnitsky Choir & "Bella Ciao" Italian Partisan Hit

25 APRILE 2015 70°ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE

lunedì 30 marzo 2015

LA PATENTE A 36 ANNI, UNA 600 USATA e poco altro ancora

È l'anno 1966 e, sposati da circa 10 anni, io e mia moglie abbiamo un figlio che ha 7 anni. Lui ha preso da me e, come si usa dire, “tale padre, tale figlio”. Mi somiglia infatti per quanto riguarda le fughe. Io ne feci tre intorno ai 14 e i 15 anni, lui invece è stato più precoce. Fortunatamente le sue mini-fughe si sono interrotte all’età di 9 anni. La prima mini-fuga la esegue a poco più di 4 anni. Un giorno mia moglie va a prenderlo all’uscita dalla scuola materna quando lui, improvvisamente, si divincola dalla sua mano e corre velocemente incontro a chissà quali avventure. La scena è questa: mamma urlante a perdifiato cerca d’inseguire il pargolo ormai distante. Un brav’uomo, captato il SOS, blocca il fuggitivo mentre lo stesso sta scendendo dal lungo marciapiede diretto verso il traffico cittadino. Madre disperata, brav’uomo consolante, bimbetto sghignazzante. Rientrano a casa e che fa la madre? Informa subito il figlio che telefonerà al genitore in ufficio per informarlo di tutto l’accaduto e gli dice queste precise parole: “adesso telefono a papà così viene a casa e vedrai quello che ti succede”. Questa frase, scolpita a chiare lettere sia nella mente della mamma, sia in quella del pargolo, sia infine negli annali della storia, verrà ripetuta credo fino alla maggiore età del bimbo. In definitiva io sono il bau-bau, l’orco nero, il mangiabambini e invece lei che cosa è se non la mammina adorata che non ha mai rimproverato o sgridato la sua creatura?. All’età di 7 anni il pargolo frequenta la II^ elementare di una scuola distante oltre un chilometro da casa. Andata e ritorno, all’entrata (ore 8) e all’uscita (ore 16), lui e un suo compagno di scuola abitante nella nostra stessa via - amici per la pelle - vengono accompagnati dalle rispettive mammine. Un giorno alle 15.10 circa ricevo una telefonata in ufficio. E’ la mammina la quale, quasi piangendo, mi dice - “sai che ha fatto TUO FIGLIO?” - A questo proposito io ho sempre saputo che: “la madre è certa, il padre non si sa”. Perché allora in certi casi è mio figlio ed in altri è nostro ed in altri ancora è suo? Misteri della psiche. Comunque il misfatto compiuto dai due amiconi è stato quello di fuggire dalla scuola alle 15 anzichè attendere l’arrivo delle mamme alle 16, di prendere armi e bagagli e, saltellando allegramente, di tornarsene ognuno a casa propria. Anzi no - mio, tuo, suo, insomma nostro figlio ci ha messo il carico da undici. Se ne va a casa dall’amico, fanno prendere anche alla di lui mamma un grosso spavento e, giocando con la sorellina dell’amico, vedendole sul visetto due guanciotte rosse e molto paffute, esclama: “la pesca”! E le dà un morso sulla guancia. Eccolo chi è il mangiabambini! Fortuna che padre e madre sono nostri amici e, bontà loro, perdonano. Quindi l’ultima mini-fuga. La mammina e il pargoletto sono soliti trascorrere i pomeriggi all’aria aperta, tempo permettendo, nei parchi che distano poco da casa. Questa volta tocca al Parco del Colle Oppio sovrastante la Domus Aurea – Casa di Nerone di fronte al Colosseo. Camminano entrambi, mano nella mano, lungo il vialone che arriva fino al Largo della Polveriera, mia moglie distraendosi nell’ammirare il panorama, mio figlio rovinando le scarpe per prendere a calci i sassolini della ghiàia che copre i vialetti del giardino. Improvvisamente uno di questi sassolini, calciato in aria dal pargolo, nel ricadere va a colpire esattamente un puntino qualsiasi del parabrezza di un’auto che passa proprio nello stesso istante e, scheggiandolo, lo fa diventare una ragnatela. In quest’ulteriore scena, descrittami in seguito, i personaggi si muovono così: l’automobilista infuriato frena bruscamente e scende dall’auto, si avvia verso la mammina che con le mani nei capelli sta quasi per piangere mentre del pargolo-colpevole non c’è traccia alcuna. I due si mettono alla ricerca del fuggitivo, lo scovano nascosto chissà dove – forse a casa Nerone – parlano del fatto che il danno va riparato (e pagato), decidono prima di passare da un meccanico per conoscerne l’entità e poi, dato che la mammina esce da casa sempre con poche lire, di venire da me in ufficio poco distante dal luogo del misfatto. Durante il tragitto il pargolo assilla l’automobilista con la descrizione che fa del proprio genitore, forse gli avrà anche detto che se mi girano posso anche uccidere, chi lo sa. Quello che io vedo quando mi appaiono in ufficio i tre…beh diciamo i due e qualcosa perché il pargolo è completamente nascosto dalla gonna della madre, è una scena da film lacrimevole. Compunti e quasi silènti riescono a stento a dirmi dell’accaduto. Prendo atto, dico poche parole e mollo le lire. I conti con l’automobilista li ho regolati, quelli con i demolitori di macchine altrui lo farò a casa.
***Questi furono alcuni degli episodi che mi indùssero a prendere la patente d’auto e fanno parte del “prima” in quanto ogni volta che il bimbo fuggiva, la mamma chiamava e io con la macchina accorrevo. Dovevo dire e fare qualcosa e invece lo guardavo soltanto. L’episodio però più convincente quello cioè della goccia che fece traboccare il vaso fu il seguente:
È il 10 luglio 1966 una caldissima giornata d’estate ed io, il pargolo e la mammina dovremmo iniziare a pranzare ma lei è ancora indaffarata con qualcosa che improvvisamente le cade di mano e si va ad infrangere sulla parte superiore del suo piede destro. Una caraffa di vetro colma d’acqua le produce un brutto taglio. Perde sangue. Non so perché non mi viene in testa di chiamare l’ambulanza. Cerco qualcuno nel palazzo che ha la macchina e che ci possa portare me e mia moglie al più vicino pronto soccorso. Non trovo nessuno. Mi ricordo di quel nostro amico, il padre della “pesca”. Di corsa vado su, loro pure stanno mangiando ma lui smette subito ed esce con me. Lascio lì mio figlio sperando che non si mangi la “pesca”. Di corsa all’ospedale ed in poco tempo tutto sistemato. Prendo l’estrema decisione. L’indomani mi iscrivo ad una vicinissima scuola guida e seguo tutte le lezioni teoriche con molta attenzione. Un istruttore mi fa fare anche ore di pratica e arriva il giorno dell’esame alla presenza, nella macchina da me guidata, di un funzionario credo della Prefettura. Accanto a me siede l’istruttore. Via, si parte, magari a singhiozzo ma si parte. Dopo una buona mezz’ora di varie grattate nel cambiare le marce, di fanali e marciapiedi evitati per puro miracolo, di inutili tentativi di parcheggio - avanti e indrè non ricordo per quante volte – il funzionario, lui sudatissimo, noi pure, esplode e mi ordina di fermarmi. Tre giorni dopo mi telefona l’istruttore e m’informa che posso andare a ritirare il foglio rosa, anteprima della patente. Ancora oggi mi chiedo: se le patenti vengono concesse ad un incapace come me chissà se è meglio non girare tanto per le strade. Il giorno stesso del “rosa” parlo con un cliente dello studio dove lavoro, proprietario di una società di vendita d’auto usate e a rate. Prendo appuntamento per l’indomani e ci vado accompagnato da mio fratello più piccolo (di 7 anni) lui sì patentato doc. Col “rosa” si può guidare col patentato accanto. Acquisto una 600 che sembra abbastanza in forma e mio fratello mi dice che devo guidare io. Da lì a casa sono circa 10 chilometri e, quando finalmente arriviamo, lui scende mi augura buona fortuna e se ne va credo maledicendo il giorno in cui m’ha detto che m’avrebbe accompagnato. La giornata fatidica arriva. Precisamente il 19 agosto 1966 mi viene consegnata dalla Prefettura di Roma la Patente con la P maiuscola, quella vera.. Domenica prossima si va ai pranzare ad uno dei Castelli Romani. Partiamo verso le 10 a.m., non si sa mai. Allegri come una Pasqua, mammina e il rampollo, tetro come il 2 novembre io. Sto attentissimo a non superare i 20 Km.l’ora benchè i cartelli indichino un numero maggiore, ma non mi riguarda. Riguarda però chi si azzarda a starmi dietro. Tre ore di viaggio senza alcun incidente. Per un percorso di un’ora e non di più credo sia un record, negativo forse. Tutti felici e contenti, meno io che già sto pensando al ritorno.
***Negli anni a seguire non è che la mia guida cambiò di molto. Certo camminavo molto più veloce ma osservavo scrupolosamente il codice della strada come, ad esempio, cedere il passo ai pedoni sulle loro strisce, fermarsi ai semafori quando inizia il giallo e attendere scrupolosamente il riapparire del rosso, non investire animali di qualsiasi tipo e cose del genere. Solo che io frenavo bruscamente tanto che colui o colei che mi seguiva inevitabilmente mi tamponava. Sono stato per un lungo periodo l’incubo degli automobilisti, delle loro case assicuratrici, ma il più apprezzato dai carrozzieri. Almeno una volta ogni 15 giorni ero da loro a rifarmi il paraurti posteriore nuovo o un’altra riparazione qualsiasi. Prima che mandassi la mia cara 600 in pensione, dopo tre anni, nel 1969 ebbi anch’io il mio momento di celebrità tamponando una macchina. Solo che era quella di mio fratello più grande che guidava la sua davanti a me in una strada provinciale. Ci mettemmo tutti a ridere per la stranezza del caso. Lui si era diligentemente fermato allo stop. E gli agenti delle due nostre rispettive società assicuratrici si resero conto della nostra assoluta buona fede e ci rimborsarono il costo delle riparazioni. Sorridendo: chissà perché? Ne avrei altre da raccontare sulle mie doti da automobilista, ma non le rammento più così dettagliatamente come quelle sopradescritte.***
TRANQUILLI, DA 20 ANNI NON HO PIU' RINNOVATO LA PATENTE E NON HO AUTO.

lunedì 23 marzo 2015

IMPROVVISAMENTE UN RICORDO

Se devo dire la verità non so spiegare neppure il motivo per cui mi sia tornato in mente l'episodio che sto per tentare di scrivere. ma è successo come se, d'un botto, si fosse accesa una piccola lampadina nella mia mente. Perchè poi, ad essere sinceri, non è niente di clamoroso. O forse sì dato che risale ai tempi che furono, circa 66 anni fa.
Una calda sera di primavera romana del 1949 ero andato dove lavorava la mia fidanzata, attuale mia consorte, per accompagnarla a casa facendo prima una breve sosta e così trascorrere un po' di tempo insieme. Ma quella sera, anzichè al Lungotevere, dove ci recavamo tutte le sere, chiesi io a lei di venire dalle mie parti, più precisamente al Parco del Colle Oppio, vicino Via della Polveriera dove abitavo a quell'epoca.
Entrambi adolescenti naturalmente non vedevamo l'ora di starsene tranquillamente da soli, anche se soltanto per poco tempo.
Data l'ora, era sceso il buio ed il Parco era quasi deserto. Ci sedemmo su una panchina e, da cosa nasce cosa, c'eravamo abbracciati per scambiarci le più innocenti delle effusioni.
Trascorso qualche minuto sento che qualcuno mi bussa sulle spalle, alzo la testa e, a stento, vedo il sorriso beffardo sul volto di un vigile urbano il quale mi/ci chiede i documenti di riconoscimento, annota qualcosa su un foglio di carta, saluta e se ne va.
Piuttosto dispiaciuti fummo costretti ad interrompere la nostra serata.
Circa una settimana dopo, rientrando a casa, mi aprì la porta mia madre (a me e ai miei fratelli le chiavi di casa ci vennero date molto tardi) la quale, sogghignando, mi sventolò dinanzi gli occhi un foglio di carta. Era il verbale della contravvenzione che il vigile mi aveva fatto al Parco con sopra citata l'ammenda da pagare e la causale: "...sorpresi nel Parco del Colle Oppio mentre erano intenti a BAGIARSI (testuale)".
Altri tempi quelli.
Se le forze dell'ordine dovessero usare attualmente lo stesso metodo, con le ammende pagate si risanerebbero i conti dello Stato.
SENZA INVIDIA, INTENDIAMOCI.

giovedì 19 marzo 2015

TRE DOMANDE

La prima domanda che mi faccio quando esco per una breve passeggiata mattutina, è semplice semplice. La mia uscita da casa varia secondo la situazione meteorologica, non quella mia perché non sempre tende al bello, parlo del tempo che fa.
Ecco quindi la prima domanda che rivolgo a chi fa le previsioni: ma è possibile che ogni canale televisivo dice la sua che poi è sempre diversa l’una dall’altra? Mettiamo da parte, per carità di patria le previsioni a lungo termine, il fatto è che non azzeccano nemmeno quelle del giorno dopo. Lo so è una storia vecchia detta e ridetta ma per carità astenetevi dal farle ‘ste previsioni. Mi complicano la vita poiché la sera mi preparo un certo abbigliamento per l’indomani ed è molto facile che non sia quello adatto.
La seconda domanda concerne i quadrupedi amici degli esseri umani. A questo proposito mi capita spesso di assistere a degli episodi veri. Cito il più recente. Molto spesso incrocio una signora non più giovane, ben vestita, dal fare distinto, quasi aristocratico, che esce dal portone del fabbricato dove abita, a poche centinaia di metri da quello dove abito io, sempre alla stessa ora del mattino. La particolarità di quest’incontro da cui la domanda, è la seguente. La gentildonna in questione porta con sé, al guinzaglio, tre cani differenti l’uno dall’altro, e non sto parlando se maschi o femmine ma solo delle loro diverse proporzioni, minuscola, media, grossa e della varietà dei loro antenati. Ieri si è verificato qualcosa che mi ha incuriosito e che non ho potuto fare a meno di notare. Insieme a questa signora, lei davanti io leggermente più indietro, abbiamo fatto lo stesso percorso fino al cancello del parco di Piazza Vittorio. Proprio al centro dell’accesso al parco era tranquillamente disteso sulle sue quattro zampe un felino (gatto o gatta?) di mia vecchia conoscenza: il protagonista principale di una simpatica scena alla quale ebbi modo di assistere nel febbraio di quest’anno, sempre in questo parco. Ho avuto la netta impressione che il gatto/a (?) stava come in attesa dell’arrivo di quei tre cani giacché non appena varcato il cancello del parco la signora ha tolto loro il guinzaglio e, tutti insieme in compagnia del micio/a (?), calmi e tranquilli se ne sono andati passeggiando nell’ampio spazio erboso loro riservato. Credo si siano persino scambiati un loro reciproco saluto di buongiorno. Quando però la gentildonna ha iniziato a tirar fuori da una busta di plastica qualcosa avviandosi quindi verso un lato dello spazio erboso dove era accoccolato un altro felino/a (?) il “compare” (o “la comare”) dei tre cani ha lasciato la loro compagnia ed ha pensato bene di accodarsi alla signora. Era arrivata la colazione! Be’…ma allora l’attesa era per l’”accoglienza” o per il cibo in arrivo?
L’ultima domanda per quel giorno l’avrei voluta rivolgere ad una persona, una giovane donna, molto probabilmente dell’Europa dell’Est, una ragazzona alta, piuttosto formosa, priva di trucco, capelli biondi, occhi azzurri ma arrossati per via che mentre camminava, da sola, senza nessuno accanto, piangeva senza alcun ritegno. L’ho incrociata, insieme con altre persone, lei camminando in un senso io invece al contrario. Non le ho chiesto il perché del suo pianto ma ho pensato di non farlo per non intromettermi in una situazione molto privata. Ho agito bene?

lunedì 16 marzo 2015

LA CROCIERA

Sin da ragazzo ho cercato di far diventare realtà un sogno e, dopo aver chiesto qua e là per Roma, ci sono riuscito. Ho avuto fortuna, non posso negarlo.
Sono le 12:20 e mi sto avviando con passo veloce all'agenzia di crociere di una famosa Società di navigazione che le organizza per il Mediterraneo con partenze anche da Civitavecchia in provincia di Roma. Quindici giorni da trascorrere sull'Autostrada del Mare e a bordo di una nave bellissima munita di tutti i comfort. Una coppia di coniugi, miei conoscenti con i quali mi sono confidato mi ha "raccomandato" alla loro unica figlia dipendente di quella Società di navigazione. Mi sono informato a dovere presso l'agenzia ed anzi la gentilissima nonché affascinante figlia della coppia dei miei conoscenti - Milena, questo il suo nome – proprio stamane mi ha telefonato e mi ha messo al corrente di qualcosa di meraviglioso. Lei, quale dipendente della Società, ha diritto ogni anno ad un premio di produzione che consiste in una crociera al costo ridotto del 50%, senza alcun altro esborso. Per l'intera durata della crociera - quindici giorni – usufruisce gratuitamente di tutte le comodità e i servizi offerti. C'è un piccolo problema però, quello cioè che la cabina di prima classe messa a sua disposizione è per due persone che devono occuparla. Milena, quando mi ha telefonato questa mattina, mi ha messo al corrente di un suo piano riguardo questo viaggio e me ne ha riferito tutti i particolari. Entrambi i suoi genitori sono partiti per altri lidi e lei avrebbe dovuto occuparsi della nonna materna durante la loro assenza. La nonna, che ha sempre desiderato fare un viaggio in mare, è una vedova perfettamente autosufficiente ed in buona salute, per carità, ma ha comunque una certa età e Milena e i suoi genitori non vogliono lasciarla sola. Milena inoltre ha tutto un altro programma di vacanze da trascorrere con il suo ragazzo in giro per l'Europa. Quindi come si fa a rinunciare ad una tale occasione? Allora mi ha fatto una proposta. Me la sarei sentita di fare quel viaggio da me tanto sognato facendo compagnia a sua nonna al costo del prezzo vantaggiosissimo e cioè metà di quello reale complessivo? Dopo alcuni chiarimenti chiesti a Milena e dalla stessa ottenuti ho detto sì. Mi ha fornito ulteriori dettagli e adesso sono in Agenzia a perfezionare la "scenetta" , già tra noi concordata, a voce alta, a beneficio dell'intero uditorio:
= buongiorno signorina, sono passato per sapere se ci sono novità per la crociera Mediterranea
= buongiorno anche a lei, aspetti che controllo perché forse c'è qualcosa che le può interessare (e inizia a spiegarmi tutti i dettagli della faccenda) = benissimo, d'accordo su tutto. Dove posso accomodarmi per attendere l'altro passeggero? = è una passeggera ed è già lì seduta su quel divano, se vuole andare a parlarle = certo, con permesso allora... (mi dirigo verso il divano, lì giunto faccio un mezzo inchino e chiedo alla signora seduta che so essere la nonna di Milena) posso sedermi?
= er posto c'è = grazie. (nel frattempo la osservo: è piuttosto in carne, capelli bianchissimi, neppure un filo di trucco, due occhi vispi di un colore incerto, senza occhiali, vestita molto sobriamente) =Sento dall'accento che lei è romana = da na marea de generazzioni = anch'io sono nato a Roma ma da antenati siciliani. Mi chiamo Calogero, il nome del mio nonno materno = io me chiamo Nanda e nun è er nome de nessuno de' li parenti =grazioso nome. È il diminutivo di Fernanda vero? =macché me chiamo proprio Nanda = sono un pensionato e... = te credo che voleva ancora lavora'? = no, certo. Lei invece lavora?= all'età mia? No, no, sto in pensione, prima facevo la fruttarola, c'avevo er banco a Campo de' Fiori. Puro mi padre prima de me e mi nonno prima de lui,tutti fruttaroli armeno da cent'anni...= a proposito di anni io ne ho 67 = e io 63. In due famo più de 'n secolo pensa un po' = cambiamo argomento... = sì, si è mejo= quella bellissima impiegata che vede lì a quel bancone... = chi quella? È mi nipote, la fja de mi fja = benissimo...= mica tanto. Pensi che noi tre c'avemo tutte lo stesso carattere e nun riuscimo a anna' d'accordo. Però se volemo bene e sa perché? Mica perché vivemo nella stessa casa, ma pe' er fatto che io so' vedova da sette anni e mi' genero c'è e nun c'è, nu' lo vedi e nu' lo senti, quinni...= quindi ecco spiegato perchè vi volete bene = già. Senti un po', m'hai fatto parlà solo a me ma de te nun hai detto gnente = ti ringrazio per essere passata ad un tono un po' più confidenziale, ma di me c'è poco da dire: sono vedovo anch'io, ho due figli, sposati, che hanno le loro famiglie però quest'anno ho deciso di fare una crociera senza di loro = e puro io. So' anni che me la sto a sogna'. Siccome mi nipote m'ha dato la cabbina sua che però è pe du' persone sto aspetta' che quarcheduno...ma dimme un po', ma che gnente gnente annamo su la stessa nave? = non solo, anche nella stessa cabina così in due risparmiamo= e vabbe' ho capito però famo a capisse pure noiartri due. Te rendi conto che dovemo da passa' quinnici giorni drento la stessa cabina? = certo, soltanto la notte però = e lo so però nun te mette gnente in testa che... = non porto cappelli = nun fa' la spiritoso, sai che voijo di'= tranquilla so benissimo come comportarmi = ecco bravo, comportate da ragazzo educato. Adesso annamo da mi nipote a sistemà l'urtime cose = sì, vedrai che sarò un perfetto gentiluomo= e sinnò 'na ciavattata su li denti nun te la leva nissuno = grazie, ti ringrazio per la tua bontà.=
Tre giorni dopo, di domenica, alle 9:00 a.m. in punto io e Nanda dalla nave salutiamo la cara Milena diretti verso la meta agognata, l'inizo della realizzazione del nostro sogno.Siamo sulla nave e guardando Nanda che saluta la nipote col fazzoletto in mano mi accorgo che le sta spuntando qualche lacrima e allora
= Nanda, che fai piangi? = ma chi piagne, chi piagne me dev'esse' entrato quarche bruscolino nell'occhi...= fammi vedere, te lo tolgo io...= ma che te faccio vede, lassa perde. Piuttosto annamo a vede' sta cabbina.=
Rimaniamo veramente estasiati nel visitare la cabina che ci è stata assegnata: ampia, arieggiata, ammobiliata ottimamente, un bagno-doccia completo di tutti gli accessori, due eleganti comodini e
due ampi letti singoli.
= a Calo'... ammazza che robba...sembra de sta' ar grandhotel = Nanda qui siamo in prima classe quindi...= e vabbè però tutto sto gran lusso... = non preoccuparti. Dimmi piuttosto quale letto preferisci tu, quello più vicino al bagno o l'altro sotto l'oblò?= er seconno che hai detto = bene. Io suggerirei di sistemare le nostre cose nell'armadio e poi di andare a fare un giro,che ne pensi?= sì, famo così.=
Dopo una trentina di minuti usciamo dalla cabina e visitiamo gran parte della nave .Giunta l'ora di pranzo ci indirizzano verso un bel salone e ci accompagnano al tavolo che sarà riservato a noi per l'intera durata della crociera. Pensavo che ci avrebbero fatto accomodare in un tavolo con più persone ed invece il nostro è soltanto per noi due.Finito il pranzo facciamo una breve passeggiata in coperta parlando del più e del meno, poi ci sistemiano su due comode sedie a sdraio, ammiriamo il panorama marino e scambiamo qualche parola con i vicini.
= Calo', ho sentito di' che stasera dopo cena se balla = se vuoi possiamo partecipare anche noi però ti avverto che non so muovere un piede = sei de coccio allora...vabbe' te ne stai seduto su quarche cosa e te metti a chiacchierà co' quarche vecchietta. Hai visto quante ce ne so' in giro? = Nanda, scusa la domanda impertinente, ma tu sei forse una giovanetta? = ma che vor di', io so' regazza drento. Sapessi quanno c'avevo diciotto-vent'anni come spirolavo e quanti spiroloni me ronzavano intorno. Poi un giorno, uno de questi - er mejo te l'assicuro - me comincio' a ronza' attorno più spesso dell'artri e così siccome due più due fa sempre quattro è annata a fini' che me lo so sposato
= e avete vissuto felici e contenti. Ne sono certo... = questo è poco ma sicuro. Solo però fino a quanno quer brutto malaccio me l'ha portato via.Era un pacioccone, 'n'omo bono, venneva er pesce accanto ar banco mio. Calo' adesso però piantamola e vestimose pe' anna' a cena' e poi se gettamo ner vortice de le danze...=
Siamo così riusciti a creare tra di noi un'atmosfera cordiale e simpatica. La sera quando ci prepariamo per andare a dormire lascio a Nanda la precedenza per il bagno e quella per mettersi a letto. Quando a mia volta esco dal bagno vedo che già dorme e non sente nulla degli eventuali rumori che faccio. Anche perché sin dalla prima sera le ho detto che mentre dormo io russo e lei allora si è premunita tappandosi le orecchie con dell'ovatta. Oggi è già il quinto giorno di navigazione e siamo andati a dormire subito dopo cena poiché abbiamo voluto partecipare a qualche attività dell'animatrice di bordo e così ci siamo stancati. E' quasi mezzanotte ma ancora non riesco ad addomentarmi. Ad un certo punto, benché al buio, mi accorgo che Nanda accanto al mio letto sta sollevando la mia coperta
= scusame Calo', nun dormo e sento freddo. Me metto drento al letto co' te. Sta' tranquillo nun ammollo carci quanno che dormo = anch'io non dormivo perciò non russavo e quindi non ti ho svegliata io= lo so, lo so, nun è corpa tua, adesso dormi, conta le pecorelle= è un metodo che non funziona = Calo'...ehm...se io t'abbraccio tu che fai? = educatamente ricambio il tuo abbraccio
= sai che c'è Calo'? Famo l'educati e strignemose forte.
A quel punto il "fatto" è finito come speravamo entrambi che finisse.
Il mattino successivo, quando mi sveglio, mi accorgo che Nanda, sdraiata accanto a me, mi sta guardando con uno strano sguardo, un incrocio tra il dolce e il tenero
= Calò, me vergogno pure, ma te devo da confessa' 'na cosa. Stanotte, quann'è successa quella cosa che m'ero scordata da un sacco de tempo, me so' fatta li comprimenti da sola = grazie a te Nanda anche per me è stato uguale. Non lo credevo proprio = e allora chi ce impedisce de comprimentasse quarch'artra vorta? Armeno provamoce.=
La nostra crociera è terminata, quindici giorni bellissimi trascorsi felicemente. Scendiamo dalla nave e Milena è lì che ci attende. Ci viene incontro, ci abbraccia e ci chiede com'é andata
= 'na favola, bella de nonna tua, se semo pure fatti li comprimenti = cioé? = cioé, cioé, quante cose voi sape'. Quanno cresci n'artro po' te lo spiego. Anzi, datte da fa' perché io e Calo' fra un par de mesi se sposamo, tanto er viaggio de nozze già l'avemo fatto. Annamo Calo' =
Mi volto per guardare Milena che, attonita, ci fissa con gli occhi completamente spalancati.