Sono stato rimproverato!
E il rimprovero me lo merito tutto poiché ho saputo che, a causa o grazie ad internet, alcuni miei scritti riguardanti certi trascorsi di quando ero un bambino, un ragazzo, poi un adolescente e vivevo a Roma, Via della Polveriera, mio luogo natio, sono stati e vengono letti dai miei coetanei di allora e di oggi. E non solo da quelli che vivono a Roma ma anche da coloro che per ragioni personali si sono trasferiti da questa città in altri luoghi d'Italia oppure in Danimarca, Germania e California. Questo però ha fatto nascere un problema per me in quanto ho dimenticato qualcuno e qualcosa di quando vivevo lì, nell'Isola del zibibbo la zona di cui parlo nel mio precedente scritto del 13 gennaio corrente.
Andiamo sul concreto. Questa mattina ho incontrato uno di quegli amici, miei coetanei o quasi, anche lui ex abitante nel mio stesso fabbricato di Via della Polveriera ed ora invece residente nel Rione Esquilino a 500 metri da dove abito io.
Per la verità c'incontriamo spesso e scambiano ricordi di quei tempi andati però oggi m'ha messo al corrente che ogni sabato mattina, verso le 10, lui s'incontra con una parte dei componenti della nostra "banda" in un bar dell'Isola. Perlomeno quelli che sono rimasti.
Da lì sono nati i problemi perché si sono chiesti leggendo i miei scritti su ER MONETA e gli altri:
= Ma come, Aldo "er ficozza" si è dimenticato di questo e di quest'altro nonchè di quello che erano e che facevano?
Ecco perché sento quasi il dovere di parlare un poco anche di qualcuno di quelli dimenticati.
Qualche giorno fa ho ricevuto una telefonata attraverso la quale una voce femminile mi saluta e mi chiede, senza dirmi il nome, se la riconosco. Io rispondo no e le chiedo a mia volta chi è lei. Invece di dirmi come si chiama mi dice che la dovrei riconoscere in quanto a suo tempo abitava accanto a casa mia in Via della Polveriera. Dopo qualche altro tira e molla mi fa capire di essere la figlia femmina facente parte della famiglia che abitava sullo stesso pianerottolo, all'interno 10 – noi stavamo all'11 – e telefonava dalla Liguria per parlarmi di ciò che avevo scritto e che lei aveva letto. Come potevo riconoscerla dopo oltre sessant'anni?
Pertanto è meglio se parlo anche di alcuni altri amici e dei loro soprannomi:
su "er cammina" devo precisare che le sue lunghe camminate giornaliere – dal Colosseo alla Basilica di San Paolo fuori le mura - circa 7-8 chilometri – diceva che gli erano necessarie non solo per pensare ma anche perchè soltanto lì, in un laboratorio di pasticceria di quella zona, poteva trovare una ciambella più grande, più buona e meno cara di altri posti;
- poi "er ciulecchia" il quale si era fabbricato una mazzafionda e, affacciato alla finestra di casa sua, si divertiva a "sparare" fiondate ai passeri e ad altri volatili facendo quasi sempre cilecca. Una volta però prese di mira un tale che alla fontanella al Largo della Polveriera stava riempiendo d'acqua un fiasco di vetro. Lo centrò in pieno e glielo frantumò in mano. Si dileguò dalla finestra e per giorni e giorni non fece che vantarsi della sua bravata.
- "er palletta" piccolo e rotondo sembrava proprio una palla;
- ed infine "er nasone", poi diventato notaio presso il quale ho lavorato fino alla mia pensione, il quale giocava molto bene a calcio nella squadretta amatoriale dell'Isola che avevamo formato e di cui io non facevo parte perché non sapevo giocare mentre lo sapeva fare il terzo dei miei fratelli.
Una mail è arrivata da mio fratello il quale mi precisa che lui e gli altri due nostri fratelli non avevano soprannomi perché il più grande lavorava e loro, terzo e quarto, sempre a studiare fino al termine degli studi universitari mentre io, il secondo, ero lo "stradarolo" giacché stavo più per strada che in casa e non avevo voglia di studiare.
Spero di non averne dimenticato altri. Eventualmente mi scuso e metto la parola FINE
lunedì 30 gennaio 2012
giovedì 26 gennaio 2012
UNA DORMITINA SOLITAMENTE LA FACCIO
Da circa tre anni mi succede che ad una certa ora del pomeriggio, verso le 14, mi cala il sonno per cui mi preparo una specie di divano – assente in camera mia - dove potermi spaparanzare e farmi la quotidiana pennichella.
In pratica sistemo sul mio letto single una serie di cuscini che formano quasi una poltrona-sdraio, una sedia imbottita davanti per poggiarvi le gambe ed ecco pronto lo pseudo divano.
Occorrendo mi preparo un plaid di lana di colore rosso, soltanto d'inverno però, almeno per ora.
Non appena le palpebre mi danno il primo segnale interrompo quello che sto facendo, di solito al pc - con la speranza che Pasquale non si dispiaccia – e mi sdraio soddisfatto.
Certe volte arrivo persino a sognare.
La durata della "pennica" - traduzione romanesca della dormitina – raramente supera un'ora ma questo dipende da quello che ho mangiato a pranzo e quanto ho mangiato poiché non bevendo vino o birra la causa dovrebbe essere quella.
Certo anche l'età incide, altroché.
Però la sera se non prendo una compressa soporifera a "nanna" non riesco ad andarci.
In tutta questa situazione c'è però una piccola questioncella. A volte quando domo resto con la "boccuccia" sempiaperta e sembro un neonato. Io non me ne accorgo però mi è stato riferito ed in seguito ne parlo. La colpa principale è da attribuire a qualche difficoltà che ho a respirare a causa delle adenoidi le quali, benché me le abbiano tolte da piccolo, sono ritornate.
Così pure le tonsille che sono tornate malgrado mi siano state tolte, sempre da piccolo, ben tre volte.
Ricordo che la mia consolazione successiva a tali interventini consisteva nel fatto che mia madre mi comprava sempre un cono gelato. Dopo però.
Nel vedermi appisolato così con l'aggiunta che pendo leggermente da una parte – come la Torre di Pisa – la signora che assiste mia moglie nel passare davanti la mia stanza entra e viene vicino al "letto-divano" per controllare se respiro! Me lo ha raccontato giorni fa perché la "pennica" si era protratta dopo l'ora abituale.
Domenica scorsa però, trovandosi in casa mio figlio e vedendomi in quello stato "semicomatoso" mi ha svegliato dolcemente scuotendomi una spalla e con un tono di voce un poco preoccupata mi ha chiamato un paio di volte: "papà, papà...".
Questi fatti non mi piacciono e allora ho deciso: quando sarò bello appisolato lo farò tenendo almeno un occhio aperto, anzi spalancato.
In pratica sistemo sul mio letto single una serie di cuscini che formano quasi una poltrona-sdraio, una sedia imbottita davanti per poggiarvi le gambe ed ecco pronto lo pseudo divano.
Occorrendo mi preparo un plaid di lana di colore rosso, soltanto d'inverno però, almeno per ora.
Non appena le palpebre mi danno il primo segnale interrompo quello che sto facendo, di solito al pc - con la speranza che Pasquale non si dispiaccia – e mi sdraio soddisfatto.
Certe volte arrivo persino a sognare.
La durata della "pennica" - traduzione romanesca della dormitina – raramente supera un'ora ma questo dipende da quello che ho mangiato a pranzo e quanto ho mangiato poiché non bevendo vino o birra la causa dovrebbe essere quella.
Certo anche l'età incide, altroché.
Però la sera se non prendo una compressa soporifera a "nanna" non riesco ad andarci.
In tutta questa situazione c'è però una piccola questioncella. A volte quando domo resto con la "boccuccia" sempiaperta e sembro un neonato. Io non me ne accorgo però mi è stato riferito ed in seguito ne parlo. La colpa principale è da attribuire a qualche difficoltà che ho a respirare a causa delle adenoidi le quali, benché me le abbiano tolte da piccolo, sono ritornate.
Così pure le tonsille che sono tornate malgrado mi siano state tolte, sempre da piccolo, ben tre volte.
Ricordo che la mia consolazione successiva a tali interventini consisteva nel fatto che mia madre mi comprava sempre un cono gelato. Dopo però.
Nel vedermi appisolato così con l'aggiunta che pendo leggermente da una parte – come la Torre di Pisa – la signora che assiste mia moglie nel passare davanti la mia stanza entra e viene vicino al "letto-divano" per controllare se respiro! Me lo ha raccontato giorni fa perché la "pennica" si era protratta dopo l'ora abituale.
Domenica scorsa però, trovandosi in casa mio figlio e vedendomi in quello stato "semicomatoso" mi ha svegliato dolcemente scuotendomi una spalla e con un tono di voce un poco preoccupata mi ha chiamato un paio di volte: "papà, papà...".
Questi fatti non mi piacciono e allora ho deciso: quando sarò bello appisolato lo farò tenendo almeno un occhio aperto, anzi spalancato.
domenica 22 gennaio 2012
HO I NEMICI IN CASA
Principalmente sarebbero tre ma dalla lista tolgo Pasquale, il mio pc, con il quale ho un rapporto particolare di amicizia-inimicizia e quindi per ora mi limito a elencarne due e cioè:
1) Il pavimento di tutta la casa e così pure quello del corridoio è composto da mattonelle quadrate 20x20 di cemento a due colori. Devo obbligatoriamente transitare nel tratto di corridoio antistante tra la cucina e il bagno sia per entrare e sia per uscire dalla porta di casa e da quelle appunto della cucina e del bagno nonché della stanza da me "vissuta" 24 ore al giorno trovandosi in essa tutte le cose che mi necessitano. L'ho battezzata "il nido dell'Aquila" per vari motivi. Inoltre, sempre quel tratto è privo di finestre e quindi per transitarvi occorre accendere la luce tramite un interruttore piuttosto scomodo da raggiungere per tale scopo. Quanto detto si riferisce alla notte e se è inverno, se invece è estate oppure è giorno pieno tutto procede bene La prolissità di questa descrizione serve per spiegare meglio possibile le piccole difficoltà che affronto quando devo passare in quel preciso punto per motivi vari, alcuni impellenti.
Ed ecco la dolente nota. Per non disturbare gli altri famigliari, specialmente in orari poco opportuni, sono costretto, alcune volte al buio, a fare una specie di "salto della quaglia" per evitare di calpestare una dispettosa mattonella che, sconnessa da molto tempo, produce un rumore fastidioso.
Lei, la mattonella, è una delle sei che compongono la fila da parete a parete, proprio in quel tratto del corridoio che ho prima indicato, le altre cinque sono un po' meno sconnesse. Quindi mi domando sempre quando transito da lì, primo se ci azzecco o meno ad evitare la "dispettosa" e, secondo, perchè non mi decido a farla sistemare insieme alle altre essendo io incapace di qualsiasi lavoro che abbia a che fare con l'edilizia. Per dire la verità anche di altri lavori "fai da te".
Riesco raramente ad evitare quella mattonella ma quando avviene lo faccio con un piccolo salto per sorpassarla, poi mi volto e la spernacchio sottovoce. Speriamo non se ne accorga perché altrimenti riesce a coinvolgere anche le altre della stessa fila e allora so' dolori.
2) Quando nel 1969 traslocammo in questa casa uno degli operai addetti mi installò, tra molte altre cose, anche quattro pensili della cucina che a quell'epoca veniva chiamata "all'americana" tenendo conto, per la loro installazione, della mia statura: mt.1,65 e quella di mia moglie: mt.1,50 – senza tacchi - così da poter usare i pensili senza necessità di doversi arrampicare su qualcosa. Succede così, sin dai primi anni, che se io ho sbrigare qualcosa in cucina batto regolarmente la testa su quei "pensili ostili" sia se l'abbasso e sia se la alzo. La testa intendo. Non parliamo poi di quando, per un motivo qualsiasi, si lascia aperto uno dei nove sportelli di detti pensili: i botti di capodanno! Lo strano è, ma forse no, che a mia moglie non è mai successo. Eppure, anche se di poco, li sfiora.
È vero anche che qualche volta hanno delle proprietà terapeutiche nel senso cioè che procurano un benessere fisico. Uno di detti pensili è collocato sopra il tavolo in cucina dove normalmente si fa colazione e ci si pone a sedere lateralmente o davanti per altri motivi. Io ormai al corrente del rischio che posso correre quando mi alzo da seduto compio gesti con il collo e la testa che servono benissimo ad evitare il botto e a curare la cervicale, ma qualche giorno fa la più grande delle nostre due nipoti che è venuta a trovarci, non ricordando il problema, quando si è alzata dalla sedia ha sbattuto la testa nella parte inferiore del pensile. La sera stessa vengo a sapere che la cefalea di cui sofriva in precedenza e che le dava molto fastidio era miracolosamente scomparsa.
Sarà a causa di quelle "capocciate" che a volte la testa non mi funziona troppo bene?
1) Il pavimento di tutta la casa e così pure quello del corridoio è composto da mattonelle quadrate 20x20 di cemento a due colori. Devo obbligatoriamente transitare nel tratto di corridoio antistante tra la cucina e il bagno sia per entrare e sia per uscire dalla porta di casa e da quelle appunto della cucina e del bagno nonché della stanza da me "vissuta" 24 ore al giorno trovandosi in essa tutte le cose che mi necessitano. L'ho battezzata "il nido dell'Aquila" per vari motivi. Inoltre, sempre quel tratto è privo di finestre e quindi per transitarvi occorre accendere la luce tramite un interruttore piuttosto scomodo da raggiungere per tale scopo. Quanto detto si riferisce alla notte e se è inverno, se invece è estate oppure è giorno pieno tutto procede bene La prolissità di questa descrizione serve per spiegare meglio possibile le piccole difficoltà che affronto quando devo passare in quel preciso punto per motivi vari, alcuni impellenti.
Ed ecco la dolente nota. Per non disturbare gli altri famigliari, specialmente in orari poco opportuni, sono costretto, alcune volte al buio, a fare una specie di "salto della quaglia" per evitare di calpestare una dispettosa mattonella che, sconnessa da molto tempo, produce un rumore fastidioso.
Lei, la mattonella, è una delle sei che compongono la fila da parete a parete, proprio in quel tratto del corridoio che ho prima indicato, le altre cinque sono un po' meno sconnesse. Quindi mi domando sempre quando transito da lì, primo se ci azzecco o meno ad evitare la "dispettosa" e, secondo, perchè non mi decido a farla sistemare insieme alle altre essendo io incapace di qualsiasi lavoro che abbia a che fare con l'edilizia. Per dire la verità anche di altri lavori "fai da te".
Riesco raramente ad evitare quella mattonella ma quando avviene lo faccio con un piccolo salto per sorpassarla, poi mi volto e la spernacchio sottovoce. Speriamo non se ne accorga perché altrimenti riesce a coinvolgere anche le altre della stessa fila e allora so' dolori.
2) Quando nel 1969 traslocammo in questa casa uno degli operai addetti mi installò, tra molte altre cose, anche quattro pensili della cucina che a quell'epoca veniva chiamata "all'americana" tenendo conto, per la loro installazione, della mia statura: mt.1,65 e quella di mia moglie: mt.1,50 – senza tacchi - così da poter usare i pensili senza necessità di doversi arrampicare su qualcosa. Succede così, sin dai primi anni, che se io ho sbrigare qualcosa in cucina batto regolarmente la testa su quei "pensili ostili" sia se l'abbasso e sia se la alzo. La testa intendo. Non parliamo poi di quando, per un motivo qualsiasi, si lascia aperto uno dei nove sportelli di detti pensili: i botti di capodanno! Lo strano è, ma forse no, che a mia moglie non è mai successo. Eppure, anche se di poco, li sfiora.
È vero anche che qualche volta hanno delle proprietà terapeutiche nel senso cioè che procurano un benessere fisico. Uno di detti pensili è collocato sopra il tavolo in cucina dove normalmente si fa colazione e ci si pone a sedere lateralmente o davanti per altri motivi. Io ormai al corrente del rischio che posso correre quando mi alzo da seduto compio gesti con il collo e la testa che servono benissimo ad evitare il botto e a curare la cervicale, ma qualche giorno fa la più grande delle nostre due nipoti che è venuta a trovarci, non ricordando il problema, quando si è alzata dalla sedia ha sbattuto la testa nella parte inferiore del pensile. La sera stessa vengo a sapere che la cefalea di cui sofriva in precedenza e che le dava molto fastidio era miracolosamente scomparsa.
Sarà a causa di quelle "capocciate" che a volte la testa non mi funziona troppo bene?
mercoledì 18 gennaio 2012
A SETTEMBRE APPENA INIZIATO
Sabato pomeriggio mio figlio mi ha invitato a vedere una partita di pallacanestro piuttosto
particolare nel senso che si tratta di una di quelle partite tra "scapoli e ammogliati" tra soggetti cioè la cui età va dai 45 ai 55 anni appassionatissimi di quello sport da tutti loro praticato sin da bambini e fino ai quarant'anni, non credo di più.
Il campo all'aperto situato nella scuola confinante con il fabbricato dove abito ha i requisiti dei campi idonei per tutte le varie gare dei campionati ufficiali che lì hanno luogo ma, per alcune ore della settimana, viene messo a disposizione di qualche gara amichevole tipo quella appena descritta.
Uno dei bordi esterni di quel campo è contiguo alla parete esterna della palestra coperta. Lungo tale parete ci sono alcune lastre di pietra rettangolari ove si siedono i giocatori quando vengono effettuati dei cambi durante il corso delle partite ed anche parenti, mogli, fidanzate e figli dei giocatori in campo per assistere alle dispute.
Arrivo quando la partita è iniziata da poco e mio figlio, quasi 53 anni, si distrae un attimo, mi fa un cenno di saluto e io riesco a trovare un posto in una di quella specie di panchine stracolma di zaini, zainetti e borse di tela.
Nonostante il tono amichevole della disputa io mi appassiono ugualmente anche perché il basket è uno sport che mi piace ed io ho sempre seguito il "pupo" sin da quando aveva 14 anni.
Dopo qualche minuto si avvicina una ragazzino e mi chiede se può sedersi lì accanto, gli rispondo di sì se riesce a farlo scostando qualcosa. Si siede e mi chiede qual'è il punteggio della partita. Io lo informo e gli chiedo se suo padre è uno di quelli che giocano
= No, mio padre sta a casa...
= Il sabato non lavora?
= Lui non lavora da circa due anni perché sta in cassa integrazione. Mio padre dice che è quella corta, che finisce presto e che dopo non gli daranno più soldi. Prima veniva pure lui a giocare...
Rimango un po' interdetto ma poi gli chiedo se posso domandargli qualche altra cosa e lui annuisce
= Quanti anni hai?
= Dieci. Ho finito la quinta elementare che frequentavo qui e sono stato promosso in prima media...
= E il tuo papà che lavoro faceva?
= Operaio
= Tua madre lavora?
= Va a fare le pulizie in certe case
= Sei figlio unico?
= No, ho una sorella di due anni, ci pensa mio padre a lei. Loro volevano metterla al nido ma costa e i soldi non li hanno
= Abitate qui vicino?
= Sì, prima avevamo una casa poi i soldi non c'erano più e allora...
= Allora?
= Una signora molto anziana ci ha dato una camera e dormiamo tutti lì. Non ci fa pagare però mamma fa tutte le cose di casa e papà cucina...
= Parlate di tutto questo a casa?
= No, sento papà e mamma che la sera prima d'addormentarsi ne parlano tutti i giorni fino a tardi, ecco perché so tutte queste cose. Sento pure che papà tante volte piange
= Te che fai quando succede questo
= Sto sveglio, non riesco più a dormire...
= Una brutta situazione...
= Io ho cercato di lavorare, di fare qualsiasi cosa, ma dicono tutti che sono troppo piccolo. Allora ho scritto una lettera e l'ho mandata al governo, anzi ce l'ho portata io, ma non mi ha risposto mai nessuno, eppure l'indirizzo nostro ce l'ho messo. Ogni giorno guardo nella cassetta della posta ma ci trovo solo pubblicità e qualche altra cosa indirizzata alla signora...
= Ma non hai nonni o zii?
= Gli zii hanno pochi soldi anche loro e i nonni non li ho mai avuti. Adesso vado a casa, ciao.
particolare nel senso che si tratta di una di quelle partite tra "scapoli e ammogliati" tra soggetti cioè la cui età va dai 45 ai 55 anni appassionatissimi di quello sport da tutti loro praticato sin da bambini e fino ai quarant'anni, non credo di più.
Il campo all'aperto situato nella scuola confinante con il fabbricato dove abito ha i requisiti dei campi idonei per tutte le varie gare dei campionati ufficiali che lì hanno luogo ma, per alcune ore della settimana, viene messo a disposizione di qualche gara amichevole tipo quella appena descritta.
Uno dei bordi esterni di quel campo è contiguo alla parete esterna della palestra coperta. Lungo tale parete ci sono alcune lastre di pietra rettangolari ove si siedono i giocatori quando vengono effettuati dei cambi durante il corso delle partite ed anche parenti, mogli, fidanzate e figli dei giocatori in campo per assistere alle dispute.
Arrivo quando la partita è iniziata da poco e mio figlio, quasi 53 anni, si distrae un attimo, mi fa un cenno di saluto e io riesco a trovare un posto in una di quella specie di panchine stracolma di zaini, zainetti e borse di tela.
Nonostante il tono amichevole della disputa io mi appassiono ugualmente anche perché il basket è uno sport che mi piace ed io ho sempre seguito il "pupo" sin da quando aveva 14 anni.
Dopo qualche minuto si avvicina una ragazzino e mi chiede se può sedersi lì accanto, gli rispondo di sì se riesce a farlo scostando qualcosa. Si siede e mi chiede qual'è il punteggio della partita. Io lo informo e gli chiedo se suo padre è uno di quelli che giocano
= No, mio padre sta a casa...
= Il sabato non lavora?
= Lui non lavora da circa due anni perché sta in cassa integrazione. Mio padre dice che è quella corta, che finisce presto e che dopo non gli daranno più soldi. Prima veniva pure lui a giocare...
Rimango un po' interdetto ma poi gli chiedo se posso domandargli qualche altra cosa e lui annuisce
= Quanti anni hai?
= Dieci. Ho finito la quinta elementare che frequentavo qui e sono stato promosso in prima media...
= E il tuo papà che lavoro faceva?
= Operaio
= Tua madre lavora?
= Va a fare le pulizie in certe case
= Sei figlio unico?
= No, ho una sorella di due anni, ci pensa mio padre a lei. Loro volevano metterla al nido ma costa e i soldi non li hanno
= Abitate qui vicino?
= Sì, prima avevamo una casa poi i soldi non c'erano più e allora...
= Allora?
= Una signora molto anziana ci ha dato una camera e dormiamo tutti lì. Non ci fa pagare però mamma fa tutte le cose di casa e papà cucina...
= Parlate di tutto questo a casa?
= No, sento papà e mamma che la sera prima d'addormentarsi ne parlano tutti i giorni fino a tardi, ecco perché so tutte queste cose. Sento pure che papà tante volte piange
= Te che fai quando succede questo
= Sto sveglio, non riesco più a dormire...
= Una brutta situazione...
= Io ho cercato di lavorare, di fare qualsiasi cosa, ma dicono tutti che sono troppo piccolo. Allora ho scritto una lettera e l'ho mandata al governo, anzi ce l'ho portata io, ma non mi ha risposto mai nessuno, eppure l'indirizzo nostro ce l'ho messo. Ogni giorno guardo nella cassetta della posta ma ci trovo solo pubblicità e qualche altra cosa indirizzata alla signora...
= Ma non hai nonni o zii?
= Gli zii hanno pochi soldi anche loro e i nonni non li ho mai avuti. Adesso vado a casa, ciao.
venerdì 13 gennaio 2012
DAL BAULE DEI RICORDI - ER MONETA E ALTRI ANCORA
Avevo tra i 15 e i 16 anni – fine 1945 inizio 1946 – e facevo parte di una "banda" di ragazzetti tutti nati e cresciuti nell'Isola del zibibbo, così chiamavamo la zona dei palazzi in cui abitavamo nel Rione Monti, il primo di Roma, proprio in faccia al Colosseo. L'Isola era una specie di quadrilatero, tra via della Polveriera, il Largo omonimo, via delle Terme di Tito comprendente via del Monte Oppio e poi via Nicola Salvi e via del Fagutale. (*) La nostra attività vespertina, sempre dopo aver ottenuto la libera uscita da parte dei nostri rispettivi genitori, consisteva nel giro delle tre osterie e dell'unico bar esistenti nell'Isola per la solita partita a carte – senza soldi in ballo – e per la bevuta di gazzose. Quest'unico bar dell'Isola in angolo tra via delle Terme di Tito e via Nicola Salvi era frequentato da noi quasi tutti i giorni come pure da un "soggetto" particolare che arrivava sempre nel tardo pomeriggio e se ne andava verso le venti. Ci diceva quello che aveva combinato durante la giornata e di essere un attore ma non precisava se di cinema o di teatro e se era un protagonista, un generico o una comparsa. Abbastanza semplice la descrizione di questo personaggio: età tra i 45 e i 50 anni, altezza media, piuttosto magro, capelli e baffetti neri alla Clark Gable, abbigliato sempre con lo stesso elegante completo scuro un po' liso e con tanto di camicia e cravatta, scarpe nere. Così lo ricordo io. C'erà però qualcosa di particolare nel suo abbigliamento quotidiano: aveva sempre una camicia e una cravatta ogni giorno diverse da quelle del giorno prima. E sembravano "nuove di zecca ". La cosa non ci convinceva tanto poiché andava sempre alla ricerca di qualcuno che gli offrisse qualcosa a "sbafo". Forse era questo il motivo per cui lo chiamavamo "er moneta" in quanto, per quello che se ne sapeva, era sempre senza nemmeno una lira. Un giorno, però non ricordo chi tra di noi prese l'iniziativa, gli venne chiesto il come e il perché cambiasse camicia e cravatta tutti i giorni per di più fresche di negozio. "Er moneta", senza alcun imbarazzo si tolse la giacca e ci mostrò la camicia o quello che sembrava una camicia: colletto, polsini, una piccola parte di stoffa davanti e nessuna dietro, niente maniche, praticamente una camicia parziale, finta. Guardando quello "spettacolo" scoppiammo tutti a ridere ma lui imperterrito ci disse che non c'era alcuna ragione di farlo in quanto aveva adottato lo stesso criterio di un attore comico di fama mondiale del quale però non ci disse il nome. A partire dalla metà degli anni cinquanta non lo vedemmo più. Chi pensava che forse era emigrato in America o chissà dove, chi invece riteneva che avesse fatto fortuna e avesse fatto perdere le sue tracce, chi mormorava che forse era andato a fare la sua ultima "tourneè" su questa terra. Divenuti giovanotti, un giorno, ricordando "er moneta", ragionammo un pò sopra il mistero delle camicie e delle cravatte e allora non so chi disse che "lui" non era mai stato un attore ma lavorava in un magazzino di noleggio di costumi cinematografici e teatrali e quindi da quì la possibilità di poter cambiare ogni giorno. Però un dubbio è sempre rimasto. Perché, già che c'era, non cambiava anche il vestito e le scarpe?
L'abitudine di attribuirci rispettivamente dei soprannomi non cambiò mai. Un altro esempio. Nel fabbricato di fronte al mio,io stavo al numero civico 40 di via della Polveriera,ne esisteva e ne esiste tuttora un altro, molto più grande con l'ingresso per le abitazioni dai numeri civici 10, 14 e 17. Al numero 14 vi abitava una famiglia composta da genitori e da quattro figli maschi, proprio come noi quattro fratelli e, se non sbaglio, quasi nostri coetanei. Come me che ero stato soprannominato "er ficozza" a causa di un bozzo che mi era stato fatto sulla nuca da una "serciata" involontariamente tirata da un amico, anche ai quattro quasi nostri coetanei vennero affibbiati dei soprannomi. Al primo, il più grande, "er cammina" per la sua abitudine ad andarsene a spasso da solo fino a sera inoltrata. Quando usciva di casa, vestito elegantemente, scambiava appena un paio di parole con noi immersi nelle nostre "caciarate" poi si avviava per chi sa dove. Sembrava avesse chissà quale cosa per la testa, un libero pensatore probabilmente. Il secondo di quei quattro lo chiamavamo credo "er pinzetta" probabilmente perché lavorava in una officina elettromeccanica situata nella stessa nostra via; il terzo "er purcetta" e il quarto "garibaldi": Di loro due non ricordo il perché li chiamassimo così e neppure quando mi è capitato d'incontrarli gli ho chiesto il motivo circa i loro soprannomi i quali tuttora resistono. Stranamente non ricordo e non ho mai domandato loro se anche i miei tre fratelli erano stati "insigniti" da particolari soprannomi. Ci penserò sopra ed eventualmente ne inventerò qualcuno io.
(*)Zona divenuta recentemente più famosa per l'acquisto di appartamenti da parte di ministri
L'abitudine di attribuirci rispettivamente dei soprannomi non cambiò mai. Un altro esempio. Nel fabbricato di fronte al mio,io stavo al numero civico 40 di via della Polveriera,ne esisteva e ne esiste tuttora un altro, molto più grande con l'ingresso per le abitazioni dai numeri civici 10, 14 e 17. Al numero 14 vi abitava una famiglia composta da genitori e da quattro figli maschi, proprio come noi quattro fratelli e, se non sbaglio, quasi nostri coetanei. Come me che ero stato soprannominato "er ficozza" a causa di un bozzo che mi era stato fatto sulla nuca da una "serciata" involontariamente tirata da un amico, anche ai quattro quasi nostri coetanei vennero affibbiati dei soprannomi. Al primo, il più grande, "er cammina" per la sua abitudine ad andarsene a spasso da solo fino a sera inoltrata. Quando usciva di casa, vestito elegantemente, scambiava appena un paio di parole con noi immersi nelle nostre "caciarate" poi si avviava per chi sa dove. Sembrava avesse chissà quale cosa per la testa, un libero pensatore probabilmente. Il secondo di quei quattro lo chiamavamo credo "er pinzetta" probabilmente perché lavorava in una officina elettromeccanica situata nella stessa nostra via; il terzo "er purcetta" e il quarto "garibaldi": Di loro due non ricordo il perché li chiamassimo così e neppure quando mi è capitato d'incontrarli gli ho chiesto il motivo circa i loro soprannomi i quali tuttora resistono. Stranamente non ricordo e non ho mai domandato loro se anche i miei tre fratelli erano stati "insigniti" da particolari soprannomi. Ci penserò sopra ed eventualmente ne inventerò qualcuno io.
(*)Zona divenuta recentemente più famosa per l'acquisto di appartamenti da parte di ministri
domenica 8 gennaio 2012
QUELLO CHE NON POTRO' MAI DIMENTICARE...
...sono le cordiali e gentili parole d'incitamento che i blogger amici hanno scritto perché io tenessi in piedi questa baracca .
E allora ecco un altro post
ROSAMUNDA
Quasi tutte le mattine, al mio risveglio, sento risuonarmi nell'orecchio sinistro un motivo musicale che poi rimane a girarmi nella testa per tutto il giorno. All'incirca.
Ieri mattina è stata la volta di "Rosamunda" una vecchia canzone del 1927 che col passare degli anni diventò una polka e successivamente un successo musicale pezzo forte del repertorio di Glenn Miller, Benny Goodman e Billie Holiday soprattutto durante la Seconda Guerra Mondiale. (fonte Wikipedia).
Ricordo un episodio legato a questa canzone e m'è venuta voglia di raccontarlo.
Avevo quindici anni nel 1945, dopo la "liberazione" di Roma da parte degli alleati i quali, soprattutto gli americani, avevano requisito quasi tutti gli alberghi e i luoghi di svago dove trascorrere il breve periodo delle loro licenze dalla guerra che, riguardo l'Italia, doveva ancora terminare.
In quel periodo lavoravo al Teatro Galleria – sotto la Galleria Colonna - saltuariamente e "in nero", come aiuto dell'aiuto dell'elettricista capo.
Il mio compito consisteva nel manovrare il grosso riflettore sistemato nella prima fila della galleria del teatro in modo da illuminare la scena col fascio di luce bianca e per intero, oppure a colori e col fascio ridotto quando il palcoscenico era calcato dal corpo di ballo: il momento da me più atteso perchè mi divertivo ad illuminare ora l'una ora l'altra delle ragazze che facevano parte del balletto. Con loro sommo gaudio.
L'orchestra dava inizio allo spettacolo con un travolgente boogie boogie mentre invece alla fine il motivo musicale di chiusura era sempre "Rosamunda" cantato a squarciagola soprattutto dai soldati yankee ebbri non soltanto di gioia e, sottovoce anche da me.
Una ventina di anni dopo, credo nel 1965, oltre a sentire canzonette e musica varia mi venne un certo doloretto proprio all'orecchio sinistro. Decisi di farmi visitare e il medico otorinolaringoiatra di uno degli ospedali di Roma mi disse che era meglio procedere ad un piccolo intervento. Partecipato mio malgrado a questa piccola operazione il medico nell'accomiatarsi mi disse che potevo avere dei piccoli fastidi di udito solo se ero musicista oppure se suonavo qualche strumento musicale. Gli risposi che al massimo sapevo suonare il campanello di casa o quello del citofono al portone. Bene, rispose e io ribattei: grazie e arrivederci.Fra me e me sperai proprio di no. Anche se dall'orecchio sinistro ci sento poco.
Però, a pensarci bene, una domanda avrei dovuto fargliela al dottore anche se il paragone era a dir poco blasfemo: ma Ludwig van Beethoven non era completamente sordo?
E allora ecco un altro post
ROSAMUNDA
Quasi tutte le mattine, al mio risveglio, sento risuonarmi nell'orecchio sinistro un motivo musicale che poi rimane a girarmi nella testa per tutto il giorno. All'incirca.
Ieri mattina è stata la volta di "Rosamunda" una vecchia canzone del 1927 che col passare degli anni diventò una polka e successivamente un successo musicale pezzo forte del repertorio di Glenn Miller, Benny Goodman e Billie Holiday soprattutto durante la Seconda Guerra Mondiale. (fonte Wikipedia).
Ricordo un episodio legato a questa canzone e m'è venuta voglia di raccontarlo.
Avevo quindici anni nel 1945, dopo la "liberazione" di Roma da parte degli alleati i quali, soprattutto gli americani, avevano requisito quasi tutti gli alberghi e i luoghi di svago dove trascorrere il breve periodo delle loro licenze dalla guerra che, riguardo l'Italia, doveva ancora terminare.
In quel periodo lavoravo al Teatro Galleria – sotto la Galleria Colonna - saltuariamente e "in nero", come aiuto dell'aiuto dell'elettricista capo.
Il mio compito consisteva nel manovrare il grosso riflettore sistemato nella prima fila della galleria del teatro in modo da illuminare la scena col fascio di luce bianca e per intero, oppure a colori e col fascio ridotto quando il palcoscenico era calcato dal corpo di ballo: il momento da me più atteso perchè mi divertivo ad illuminare ora l'una ora l'altra delle ragazze che facevano parte del balletto. Con loro sommo gaudio.
L'orchestra dava inizio allo spettacolo con un travolgente boogie boogie mentre invece alla fine il motivo musicale di chiusura era sempre "Rosamunda" cantato a squarciagola soprattutto dai soldati yankee ebbri non soltanto di gioia e, sottovoce anche da me.
Una ventina di anni dopo, credo nel 1965, oltre a sentire canzonette e musica varia mi venne un certo doloretto proprio all'orecchio sinistro. Decisi di farmi visitare e il medico otorinolaringoiatra di uno degli ospedali di Roma mi disse che era meglio procedere ad un piccolo intervento. Partecipato mio malgrado a questa piccola operazione il medico nell'accomiatarsi mi disse che potevo avere dei piccoli fastidi di udito solo se ero musicista oppure se suonavo qualche strumento musicale. Gli risposi che al massimo sapevo suonare il campanello di casa o quello del citofono al portone. Bene, rispose e io ribattei: grazie e arrivederci.Fra me e me sperai proprio di no. Anche se dall'orecchio sinistro ci sento poco.
Però, a pensarci bene, una domanda avrei dovuto fargliela al dottore anche se il paragone era a dir poco blasfemo: ma Ludwig van Beethoven non era completamente sordo?
domenica 18 dicembre 2011
SARO' BREVE
Esattamente tre anni fa, grazie all'amica blogger Luz figlia di un mio carissimo amico, venne aperto questo blog dato che io non sapevo neppure cosa fosse. Lei con molta pazienza lo installò, mi scrisse su un mezzo foglio protocollo che ancora conservo le prime istruzioni per l'uso e mi aiutò a scegliere link, nickname, casella di posta, URL , youtube ed altro ancora.
Sia Luz che Gap sono stati coloro i quali mi hanno "introdotto" nella blogosfera scrivendo persino un post di "presentazione".
È anche merito di molti altri che hanno sparso la voce facendo conoscere il mio blog, sono tanti e mi dispiace non poterli citare, l'elenco sarebbe un po' lungo.
Ho conosciuto virtualmente – qualcuno anche personalmente – numerosi blogger amici e a tutti va il mio più affettuoso e sincero ringraziamento per i loro gentili e generosi commenti.
Piano piano, con l'aiuto dei blogger amici, credo di aver migliorato ciò che andavo scrivendo e, forse con un po' di presunzione, anche di aver attirato la benevola attenzione di chi è passato nel blog a leggere le mie scribacchiature fatte di ricordi, accadimenti veri o verosimili, vicende alle quali ho assistito o ne ho preso parte, fantasia e sogni. Insomma ho cercato di fare del mio meglio e secondo le mie scarse possibilità sempre in lotta con i congiuntivi, la grammattica, l'ortografia e la punteggiatura.
Ho scocciato i blogger molto spesso per incidenti di percorso nel manovrare il mio pc-Pasquale ricevendo sempre la loro affettuosa assistenza e guida.
Per usare una frase fatta è giunto il momento di tirare i remi in barca.
Continuerò a visitare i blog e leggerò molto avidamente i post in essi contenuti, come ho sempre fatto anche se, per colpa della mia "capoccia", ci sono state volte in cui non mi è riuscito lasciare commenti perchè da me ritenuti poco adeguati e non attinenti gli argomenti che venivano trattati.
Per concludere una precisazione. Non c'è alcun motivo particolare perché io abbia preso questa decisione. Un giorno o l'altro lo stop doveva pur arrivare.
Dimenticavo: AUGURO A TUTTI BUONE FESTE.
Sia Luz che Gap sono stati coloro i quali mi hanno "introdotto" nella blogosfera scrivendo persino un post di "presentazione".
È anche merito di molti altri che hanno sparso la voce facendo conoscere il mio blog, sono tanti e mi dispiace non poterli citare, l'elenco sarebbe un po' lungo.
Ho conosciuto virtualmente – qualcuno anche personalmente – numerosi blogger amici e a tutti va il mio più affettuoso e sincero ringraziamento per i loro gentili e generosi commenti.
Piano piano, con l'aiuto dei blogger amici, credo di aver migliorato ciò che andavo scrivendo e, forse con un po' di presunzione, anche di aver attirato la benevola attenzione di chi è passato nel blog a leggere le mie scribacchiature fatte di ricordi, accadimenti veri o verosimili, vicende alle quali ho assistito o ne ho preso parte, fantasia e sogni. Insomma ho cercato di fare del mio meglio e secondo le mie scarse possibilità sempre in lotta con i congiuntivi, la grammattica, l'ortografia e la punteggiatura.
Ho scocciato i blogger molto spesso per incidenti di percorso nel manovrare il mio pc-Pasquale ricevendo sempre la loro affettuosa assistenza e guida.
Per usare una frase fatta è giunto il momento di tirare i remi in barca.
Continuerò a visitare i blog e leggerò molto avidamente i post in essi contenuti, come ho sempre fatto anche se, per colpa della mia "capoccia", ci sono state volte in cui non mi è riuscito lasciare commenti perchè da me ritenuti poco adeguati e non attinenti gli argomenti che venivano trattati.
Per concludere una precisazione. Non c'è alcun motivo particolare perché io abbia preso questa decisione. Un giorno o l'altro lo stop doveva pur arrivare.
Dimenticavo: AUGURO A TUTTI BUONE FESTE.
domenica 11 dicembre 2011
CONVERSAZIONE FERROVIARIA
Mi sono complimentato con il tassista perché da casa mia fino qui alla Stazione Centrale ha impiegato pochissimo tempo nonostante il gran traffico. Pertanto sono arrivato con una buona mezz'ora d'anticipo rispetto l'orario di partenza del treno per Torino. Ecco questo è il vagone che mi riguarda e adesso vediamo un po' qual'è il posto che ho prenotato...35-36, 37-38, 39 ed ecco il mio: il 40. Chi sa chi è l'occupante del 39. Si sta abbastanza comodi e poi ci sono tutti i comfort adatti per tutta la durata del viaggio, poco più di cinque ore. Intanto meglio che prepari il necessario per il lavoro che devo preparare. Vediamo un po'...
= Permette?
= prego signora si accomodi pure...
= grazie...
= lei va a Torino o scende prima?
= no, no scendo proprio a Torino, ci lavoro...
= anch'io vado a Torino per lavoro...
= bene. Se non sono indiscreta in che campo lavora?
= in quello bancario...
= ma che combinazione, anch'io lavoro in quel campo, sono direttrice di un'agenzia della Banca...
= è veramente una gran bella combinazione. Permette? Mi chiamo Marco e...
= io Luisella, molto piacere...
= anche per me...
= e quale mestiere fa?
= beh...veramente più che un mestiere esercito una professione...
= scommetto allora che lei opera nel servizio legale...
= servizio legale? Non direi ma...
= ma?
= il mio lavoro ha attinenza con la legge ma consiste nel progettare e organizzare rapine in banca...
= come? Oh mamma mia...ma...ma....come... dice sul serio?
= certo, ho persino tre dipendenti giovani ma capaci. Vede la faccenda funziona così: io mi occupo della ricerca dell'agenzia di banca da rapinare, mai nelle sedi centrali. Cerco soprattutto agenzie situate nei pressi di supermercati o grandi esercizi pubblici che hanno necessità di depositare denaro in contanti...
= mamma mia aiutami tu...
= decido luogo, giorno e ora dell'operazione alla quale io non partecipo direttamente, nel senso cioè che il lavoro "manuale" con armi finte lo fanno i più giovani. Mi fido di loro anche perchè salvo qualche biglietto spicciolo che possono mettersi in tasca il "malloppo" vero e proprio lo mettono dentro delle borse di stoffa ampie e morbide che, appena escono dall'agenzia, infilano nel bagagliaio della loro macchina mentre io, prudentemente e con la massima attenzione, li seguo con la mia...
= ma allora adesso che sa del mio lavoro in un'agenzia di banca mi seguirà costringendomi a fare tutto quello che a lei occorre per fare la sua...la sua...rapina...
= no,no. Tranquilla signora mia. Non posso farlo perché lei mi ha visto in faccia, sa chi sono e al telefono o al primo poliziotto che incontra lei racconta tutto. Le assicuro che mi terrò ben lontano dalla sua agenzia, anzi sa che le dico, alla prima fermata io scendo da questo treno e ne prendo un altro che va,,,diciamo a Venezia...sì, sì, li circola molto denaro anche in dollari e sterline e quindi le prospettive sono più che buone. Adesso cara Luisella io la ossequio, sono stato felicissimo di aver fatto la sua conoscenza ma la prego vivamente di non raccontare a nessuno di questa nostra bella conversazione, sa i miei dipendenti sono giovani impulsivi e potrebbero non gradire e allora si potrebbero verificare conseguenze spiacevoli...
= la più probabile è quella che mi prendano per pazza. A non riverdela signor Marco...
E Marco, per salutarla, le fa un inchino e le bacia la mano sinistra delicatamente e con molto garbo.
= Permette?
= prego signora si accomodi pure...
= grazie...
= lei va a Torino o scende prima?
= no, no scendo proprio a Torino, ci lavoro...
= anch'io vado a Torino per lavoro...
= bene. Se non sono indiscreta in che campo lavora?
= in quello bancario...
= ma che combinazione, anch'io lavoro in quel campo, sono direttrice di un'agenzia della Banca...
= è veramente una gran bella combinazione. Permette? Mi chiamo Marco e...
= io Luisella, molto piacere...
= anche per me...
= e quale mestiere fa?
= beh...veramente più che un mestiere esercito una professione...
= scommetto allora che lei opera nel servizio legale...
= servizio legale? Non direi ma...
= ma?
= il mio lavoro ha attinenza con la legge ma consiste nel progettare e organizzare rapine in banca...
= come? Oh mamma mia...ma...ma....come... dice sul serio?
= certo, ho persino tre dipendenti giovani ma capaci. Vede la faccenda funziona così: io mi occupo della ricerca dell'agenzia di banca da rapinare, mai nelle sedi centrali. Cerco soprattutto agenzie situate nei pressi di supermercati o grandi esercizi pubblici che hanno necessità di depositare denaro in contanti...
= mamma mia aiutami tu...
= decido luogo, giorno e ora dell'operazione alla quale io non partecipo direttamente, nel senso cioè che il lavoro "manuale" con armi finte lo fanno i più giovani. Mi fido di loro anche perchè salvo qualche biglietto spicciolo che possono mettersi in tasca il "malloppo" vero e proprio lo mettono dentro delle borse di stoffa ampie e morbide che, appena escono dall'agenzia, infilano nel bagagliaio della loro macchina mentre io, prudentemente e con la massima attenzione, li seguo con la mia...
= ma allora adesso che sa del mio lavoro in un'agenzia di banca mi seguirà costringendomi a fare tutto quello che a lei occorre per fare la sua...la sua...rapina...
= no,no. Tranquilla signora mia. Non posso farlo perché lei mi ha visto in faccia, sa chi sono e al telefono o al primo poliziotto che incontra lei racconta tutto. Le assicuro che mi terrò ben lontano dalla sua agenzia, anzi sa che le dico, alla prima fermata io scendo da questo treno e ne prendo un altro che va,,,diciamo a Venezia...sì, sì, li circola molto denaro anche in dollari e sterline e quindi le prospettive sono più che buone. Adesso cara Luisella io la ossequio, sono stato felicissimo di aver fatto la sua conoscenza ma la prego vivamente di non raccontare a nessuno di questa nostra bella conversazione, sa i miei dipendenti sono giovani impulsivi e potrebbero non gradire e allora si potrebbero verificare conseguenze spiacevoli...
= la più probabile è quella che mi prendano per pazza. A non riverdela signor Marco...
E Marco, per salutarla, le fa un inchino e le bacia la mano sinistra delicatamente e con molto garbo.
lunedì 5 dicembre 2011
MIA CARA SORELLA
Tramite Don Ruggero, il cappellano del carcere di Rebibbia a Roma, spedisco questa mia lettera all’Ambasciata d’Italia, lì in Canberra-Australia, dove spero che i funzionari riescano a trovare te e la tua famiglia perché qui, dall’Italia, non siamo riusciti a scoprire un tuo preciso indirizzo Credo ti chiederai come mai, dopo tanto tempo, cerco di mettermi in contatto con te. Ho trascurato di farlo prima, quando ne avevo l’opportunità, perché ho sempre pensato che tu provassi vergogna per me. Ma, credimi, la lettera che ti sto scrivendo non è fatta per chiederti aiuto o qualcosa del genere. Desidero soltanto sapere qualcosa di te,se stai bene, com’è la tua famiglia,non desidero altro. Di me, se t’interessa saperlo, posso solo dirti che, purtroppo, sono ancora vivo. Oggi finalmente esco. Dopo 33 lunghissimi anni di “galera” che ho volutamente scontati, esco. Dove andrò? Cosa farò? Qualcuno mi riconoscerà adesso che ho superato i 67 anni d’età? Non lo so e neppure m’ importa saperlo. Sarei potuto uscire molte volte in permesso per buona condotta, ma non l’ho mai chiesto. Avrei potuto usufruire degli arresti domiciliari ma non ne ho mai fatto richiesta. Qualcuno mi aveva consigliato di chiedere la grazia, di fare domanda per l’indulto e ho rifiutato. Il processo al quale fui giustamente sottoposto per il mio reato si chiuse con la comminazione a mio carico della pena dell’ergastolo. All’epoca non avevo e non volli chiedere l’assistenza di un avvocato, ero colpevole e meritavo la pena. La legge però, prevedeva un difensore d’ufficio , così me ne affidarono uno che ce la mise tutta, ma io non avevo voglia di collaborare ed ero refrattario a voler fornire qualsiasi ragione, per cercare di giustificare ciò che avevo commesso. Ti racconto tutto questo perchè all’epoca del fatto tu eri poco più che adolescente e, non essendoci più né i nostri genitori, né altri parenti, in seguito al mio arresto tu rimanesti sola. Facesti bene ad accettare, benché così giovane, di sposarti e di emigrare in Australia. So che hai cercato più volte di volermi incontrare ma io non ho mai voluto vederti perché non volevo che tu fossi coinvolta nella mia dolorosa vicenda e, lo ammetto, ho cercato di dimenticarti e di farmi dimenticare da te. Come vedi, non ci sono riuscito e sono qui a scriverti con la speranza che tu mi possa un giorno leggere. Il nostro è un legame di sangue che non deve, per nessuna ragione, turbare la tua tranquillità e quella della tua famiglia, perciò spero di non essere troppo invasivo nel tentare di contattari. E’ vero pure che non hai mai potuto sapere tutti i particolari dei fatti di allora, ma oggi, visto che hanno deciso di mettermi in libertà dopo aver scontato una notevole parte della pena inflittami, sono qui a cercare di spiegarti perché è successo quello che è successo. Il momento in cui avvenne probabilmente lo ricorderai ma ti prego di dimenticarlo. Quando entrambi i nostri genitori morirono malauguratamente in quel pauroso incidente io, già sposato con Nora, decisi di venire ad abitare nella nostra vecchia casa, in paese altrimenti tu, tanto giovane, saresti rimasta sola. Qualche mese dopo, costrettovi dall’insofferenza di Nora che non ne voleva più sapere di abitare lì perchè il suo unico desiderio era quello di vivere a Roma io, per quieto vivere ma anche per la debolezza del mio carattere, decisi di accontentarla. Insieme con te decidemmo di vendere un grosso pezzo del terreno che ci avevano lasciato i nostri genitori ma non la casa per la quale nutrivo un grande attaccamento come credo anche tu. La stessa ditta che acquistò il terreno, una piccola fabbrica di mobili, mi prese alle proprie dipendenze come falegname, l’unico mestiere che sapevo fare. Io accettai di buon grado il lavoro giacchè potevo così continuare ad occuparmi anche della nostra casa. Così pian piano riuscii a ristrutturarla discretamente. Trasferiti a Roma tu, anziché venire ad abitare con noi due,dopo compreso il perché, pensasti bene di andare a stare dalla nostra unica nonna rimasta in vita:la mamma di nostro padre. Avevo sistemato le cose in modo che noi potessimo trascorrere insieme tutti i fine settimana nella nostra casa di campagna. Ma non andò come pensavo come tu ben sai, anche se non conosci tutti i particolari che cercherò adesso di riferirti. Per tutto il periodo in cui sono stato sposato ho dovuto ingoiare rospi su rospi, ma ho sempre cercato di salvare il salvabile perché ero realmente e sinceramente innamorato di Nora. Ancora oggi non riesco a comprendere il radicale cambiamento del suo atteggiamento nei miei confronti ed in quello dei miei parenti o dei miei amici. Quando ci conoscemmo non era così come poi lo è diventata e per di più in brevissimo tempo. Io riconosco di essere rimasto sempre un provincialotto, un bonaccione, se vogliamo anche un ingenuo nonchè un amante del quieto vivere tanto da essere giudicato da lei un essere senza spina dorsale. Così ogni giorno, la mattina di buon’ora, prendevo il treno e da Roma andavo in fabbrica a lavorare. Facevo una cinquantina di minuti all’andata ed altrettanti al ritorno, dal lunedì al venerdì. Il sabato e la domenica volevo trascorrerli in paese, con Nora naturalmente, ma questo fu possibile soltanto per qualche mese perché lei, in quei fine settimana, voleva andare a Roma, a casa della propria sorella. Per quattro o cinque volte andai con lei ma capivo che non c’era dialogo sia tra di noi che con la famiglia della sorella e la noia aleggiava sovrana. Cercai in ogni maniera di convincere Nora a stare insieme con me in quei due giorni liberi ma ogni volta che glielo chiedevo sorgevano discussioni. Non avere avuto figli nostri è stata una delle cause dei continui diverbi. Lei usava questo pretesto per andarsene tutte le settimane dalla sorella che aveva due bambini. Che potevo obiettare io? Nulla o forse avrei potuto e dovuto. Quel maledetto venerdì tornai a casa dal lavoro molto prima del solito, a metà pomeriggio. In fabbrica si era verificato un guasto all’impianto elettrico e così si fermarono i macchinari, gli operai, insomma tutto, perciò rientrammo anticipatamente a casa, tanto fino al lunedì successivo non si poteva riparare niente. Appena rientrato, cercando di essere il più allegro possibile, notai Nora già vestita che stava accingendosi a dare gli ultimi ritocchi al suo aspetto e che al mio apparire mi guardava con un misto di sorpresa e di timore. Le chiesi se le faceva piacere venire al cinema e poi anche a cena in un ristorante a sua scelta ma rifiutò subito. Le confessai anche che, già da qualche tempo, in seguito ad altre discussioni, specialmente quando lei finiva per uscire ugualmente nonostante le mie preghiere io, in uno di quegli infiniti giorni di solitudine, avevo pensato al suicidio. A quel punto le mostrai una pistola che avevo acquistato tempo prima. Ebbene, alla vista di quell’arma lei, per nulla intimorita, cominciò a coprirmi d’insulti e a deridermi. Poi, prendendo le chiavi della macchina e avviandosi per uscire da casa, mi salutò dicendomi che sarebbe rientrata il lunedì successivo. Rimasto solo ebbi una crisi di sconforto. Mentre pensavo e mi chiedevo che cosa avrei potuto fare per cercare di migliorare la situazione sentii suonare alla porta. Quando l’aprii vidi che era mio suocero, il padre di Nora, un tipo piuttosto particolare, un vedovo che pensava solo a divertirsi, malgrado la sua non più verde età. L’unica sua occupazione era quella di trascorrere più tempo possibile con amicizie femminili di dubbia moralità. Naturalmente giustificava la propria figlia. Mi disse che in fondo lei non aveva tutti i torti a voler vivere la propria vita godendosela nel miglior modo possibile. M’invitò a seguirlo perché aveva in animo di trascorrere la serata in compagnia di due “signore” di sua conoscenza e perché aveva capito che, secondo lui, in quei momenti io dovevo reagire, divertirmi, evadere. Rifiutai non per voler fare il moralista ma perché ritenevo di non avere lo spirito giusto per certe avventure. Dovevo evadere ma da cosa? Da me stesso? Dal dolore? Dalle speranze? Oppure dagli altri? Dopo queste amare riflessioni decisi di uscire da casa. Senza neppure accorgermene constatai di aver percorso un notevole tratto di strada quindi, vedendo poco lontano un parco, ne approfittai per sedermi in una panchina. Data l’ora tarda non c’era quasi nessuno ma all’ombra di uno dei lampioni che davano anche sulla strada mi accorsi che accanto ad un fuoco acceso c’era una donna, bionda, vistosamente truccata. A gesti ben comprensibili ma con un atteggiamento non volgare né improntato all’equivoco, era intenta a respingere con dinieghi di testa e di mano le evidenti proposte che le rivolgevano alcuni individui al volante delle proprie auto. M’incuriosiva l’atteggiamento di quella persona. Ad un certo punto mi accorsi che anche lei mi guardava tanto che i nostri sguardi s’incrociarono. Lei, dopo un attimo d’esitazione mi chiamò con un gesto della mano, un gesto gentile, dolce, un qualcosa tra il saluto e il richiamo. Io, un po’ timido e un po’ impacciato, dopo essermi sincerato che quel gesto era rivolto proprio a me, mi avvicinai. Ci guardammo, notai che era molto più giovane di quello che credevo. Scambiammo qualche parola, mi disse come si chiamava e io feci altrettanto, poi lei mi prese la mano e mi chiese se poteva venire a casa mia. Ancora oggi continuo a chiedermi perché dissi di sì. Entrati in casa ce ne restammo seduti in poltrona per diverso tempo raccontandoci le rispettive storie. Venni così a conoscere che la sua vicenda era più tragica della mia e nello stesso tempo ugualmente triste.
L’amore per un suo coetaneo ma soprattutto le conseguenze di ciò che era avvenuto in seguito, l’avevano portata a voler intraprendere, lontana dalla sua città natale, tutta un’altra vita. Inoltre, per ironia della sorte, proprio quella sera aveva deciso di voler dare inizio a quella “carriera” e scegliere me come suo primo “cliente”. Mi disse che sia lei che il suo fidanzato appartenevano a due note famiglie benestanti, molto attente al denaro, alla posizione sociale, alla dimostrazione verso chiunque di possedere una moralità superiore agli altri, al rispetto delle convenienze sociali dominanti. Continuò il suo racconto dicendomi che lei, Viviana e lui, Piero, erano follemente innamorati. Un giorno, l’occasione capitò ideale, l’atmosfera giusta e accadde che i loro sensi ebbero il sopravvento. Le sembrò che stare con lui fosse stata la cosa più meravigliosa del mondo. Poi, un giorno, il dramma. Quando le famiglie seppero che aspettava un bambino scoppiò il pandemonio =cosa diranno i parenti,che penseranno gli amici, i conoscenti= e così via. Ma, quello che più addolorò Viviana fu che il suo adorato Piero sparì come d’incanto, più cercava di incontrarlo, di parlargli e più lui si faceva negare, Era come svanito nel nulla. Non le lasciarono scampo: tutti pensavano che l’idea migliore fosse quella di disfarsi di suo figlio. Il risultato del suo amore tradito era da buttare via come immondizia, un niente. Nessun scrupolo per quello che le fecero fare, anzi era il trionfo dell’onestà. Fu per questo che aveva deciso di andarsene via dalla sua città lasciandosi dietro la vecchia vita, la parte più bella di se’: la giovinezza, le speranze, l’entusiasmo, tutto. Dopo avermi raccontato la sua storia e confermato di aver preso la decisione di diventare così com’era stata “bollata” dai suoi io cercai di dissuaderla, la pregai, le dissi che era ancora in tempo a restare quella che era, una brava ragazza e che io ero disposto ad aiutarla a trovare un lavoro, a farle conoscere un bravo giovane. Insomma feci del mio meglio per farle cambiare idea, ma non ci fu niente da fare: ormai aveva deciso. Volevo insistere ancora ma lei mi pregò di non farlo e mi chiese di poter fare una doccia. Le indicai dov’era il bagno e le dissi che se desiderava mettersi addosso qualcosa di pulito, poteva recarsi nella stanza lì vicino e indossare tutto ciò che voleva. Mentre preparavo qualcosa da bere per entrambi sentii suonare alla porta e mi chiesi chi fosse, dato che non aspettavo nessuno. Appena aperto si fece largo per entrare mio suocero, tutto trafelato, il quale di gran fretta m’invitò nuovamente ad uscire con lui perché, così affermò, “attualmente” si trovava sprovvisto di denaro. Ritornò anche sull’argomento delle due “signore” che ci stavano aspettando. Gli confermai che non ne avevo alcuna voglia ma che comunque se avesse avuto bisogno di un prestito, glielo avrei fatto volentieri. Quando stava per andarsene, Viviana uscì dal bagno, senza la parrucca bionda e senza trucco, capelli cortissimi, a piedi scalzi, con un mio pigiama addosso: completamente diversa dalla Viviana di prima. Ora sembrava un ragazzo, tanto che a mio suocero non parve vero lanciarmi addosso una serie d’insulti, d’insinuazioni d’ogni specie, di accuse di tradimento nei confronti della propria figlia,ecc. Insomma ci fu il più disgustoso dei litigi nel corso del quale i miei tentativi di spiegazioni si rivelarono piuttosto inutili. Al culmine della discussione squillò il telefono ma non feci neppure in tempo a dire =pronto= che sentii la voce di Enrico, un mio ex compagno di lavoro ed amico, il quale =avvisava che per quella sera era tutto fermo; che avrebbe richiamato il lunedì successivo e che si sarebbe trattenuto ancora cinque minuti al bar sotto casa mia, poi avrebbe portato Moby Dick a lavorare= Lì per lì, stentavo a capire quello che stava dicendo, ma approfittai subito della sua telefonata per trovare una soluzione al mio problema Mi stava venendo in mente un’idea. Gli dissi di salire subito perché dovevo chiedergli un favore. Lui, un po’ imbarazzato acconsentì. Chiamai Viviana in disparte e le dissi che non volevo liberarmi di lei ma che era meglio per il momento andare a casa del mio amico Enrico che stava per venire a prenderla. Le assicurai che più tardi sarei andato a trovarla per poi decidere insieme sul da farsi. Dieci minuti dopo entrarono Enrico e Moby Dich, una “ragazza” che doveva il suo soprannome al suo aspetto piuttosto giunonico. Come se non bastasse era talmente sguaiata e volgare che mostrava in maniera evidente quale professione esercitasse. In quel frangente non mi rendevo conto come stavano realmente le cose, pensavo soltanto che dovevo salvare la faccia davanti a mio suocero e nello stesso tempo cercavo di aiutare Viviana a salvarsi da quella pazzesca decisione che aveva preso. Raccontai ad Enrico qualcosa che m’inventai al momento e lo pregai di occuparsi di Viviana soltanto per qualche ora in modo da sistemare le cose con mio suocero. Entro poco tempo sarei andato a casa sua e avrei pensato io al da farsi. Lui, meravigliandomi non poco, accettò entusiasta e mi disse di stare tranquillo. Non appena spiegai la mia intenzione a Viviana, lei si rifiutò categoricamente di andare con Enrico: mi disse che aveva paura. Aveva la sensazione che ci fosse qualcosa che non andava nell’atteggiamento sia di Enrico che di mio suocero. Intanto io mi chiedevo come fosse possibile che non mi accorgessi di quello che stava accadendo o che era accaduto. Improvvisamente ripensai a certe coincidenze e a certi fatti. Come mai dopo così tanto tempo Enrico si rifaceva vivo telefonando a casa mia, facendo un numero che lui non poteva conoscere dato che eravamo lì soltanto da un paio di mesi? Volevo una risposta così lo misi alle strette, lo minacciai e venni a sapere cose ignobili, orribili, che non avrei mai immaginato potessero accadere. Moby Dick, proprio lei mi aprì gli occhi. Mi disse chi era in realtà Enrico:un protettore, uno sfruttatore di prostitute tra le quali c’era anche lei, che era “scesa di grado” rispetto a Nora, pensa proprio Nora, mia moglie. Venni così a scoprire che la mia mogliettina era diventata la favorita e faceva il “mestiere” in un appartamento vicino casa della sorella, la quale era stata coinvolta nella lurida faccenda, naturalmente dietro lauto compenso, per coprire le assenze di Nora da casa mia nei fine settimana. Il tutto con la partecipazione anche di mio suocero che era a perfetta conoscenza dei fatti. L’unico a non aver mai capito e saputo nulla ero io:un ingenuo ed anche un imbecille. Man mano che venivo a conoscenza di tutte quelle brutture mi resi conto che dovevo sentire anche la versione di Nora e la chiamai al telefono dalla sorella: ormai sapevo come era stata organizzata tutta la faccenda. Si presentò dopo una mezz’ora e, senza fare una piega, dopo che io le dissi che ormai ero a conoscenza della sua doppia vita, non si perse d’animo anzi, con una sfrontatezza senza pari mi disse chiaro e tondo cosa ne pensava di me. Mi distrusse letteralmente ed io persi la testa. Infuriato e senza più remore coprii d’insulti sia Nora che Enrico e mio suocero. Ero imbestialito e non riuscivo più a trattenermi. Viviana, che fino a quel momento aveva assunto un atteggiamento prudente restando al di fuori di quell’ignobile situazione, cercava di calmarmi ma non ci riusciva. Tra l’altro veniva persino insidiata da quel farabutto di Enrico che intendeva convincerla a far parte della sua “corte” ottenendo un netto rifiuto. Ad un certo punto, io non ne potei più. Con fare minaccioso scacciai tutti di casa e poi mi accasciai su di una poltrona privo di forze e di volontà. Mi sentii battere sulla spalla, era Viviana che era rimasta per cercare di aiutarmi ad affrontare quella brutta faccenda. La ringraziai e le chiesi, anzi la pregai, di restare con me. Lei però, era ormai decisa a voler intraprendere la strada che aveva scelto e mi disse dolcemente che non sentiva di essere la persona adatta a risolvere i miei problemi. Aggiunse che non intendeva darmi delle delusioni, che ormai aveva deciso e che non voleva tornare indietro. Si riteneva una donna che non poteva più dare amore nel vero senso della parola ma soltanto offrire se stessa per soldi e aggiunse persino che avrebbe accettato che io divenissi il suo protettore. Le affibbiai uno schiaffo pentendomene subito dopo. Lei non battè ciglio. Con le lacrime agli occhi, dopo un po’, mi disse che sarebbe andata in camera da letto: mi avrebbe aspettato ma…voleva essere pagata. Aggiunse poi che potevo stare tranquillo perché in seguito allo spiacevole “incidente” con il proprio fidanzato, i medici, dietro richiesta della sua famiglia, avevano fatto in modo che lei non potesse mai più avere figli. Tutte queste cose mi fecero perdere definitivamente la testa. Sentivo che stavo scoppiando e non capivo più cosa stesse succedendo, sentivo solo che mi stava crollando il mondo addosso. Follemente lucido andai in fondo alla stanza, presi la rivoltella, mi misi di fronte a Viviana che non ebbe il tempo di capire e reagire e cominciai a sparare. Un colpo, due, poi altri, con estrema lentezza, finchè quasi con ferocia le scaricai addosso tutti i colpi. Dopo che Viviana cadde a terra, andai al telefono, alzai il microfono e formai il numero 113. Quando mi risposero, diedi loro il mio nome, il mio indirizzo e li informai che avevo ucciso una persona. Mi chiesero chi avevo ucciso ma io, in preda forse ad un delirio, non seppi dire chi avevo ucciso e riattaccai. Poi presi in braccio Viviana, la adagiai sul divano e la accarezzai mormorando lentamente...Nora…Viviana…e poi ancora…Viviana…Nora …Non riuscivo a rendermi conto chi avrei voluto uccidere e chi in realtà avevo ucciso. Venne la polizia e tu sai come andò a finire. Di tutto questo desideravo che tu fossi informata, ecco perché ti scrivo..
Ti saluto con molto affetto e, soltanto se tu lo desideri, ogni tanto ricordami.
Tuo fratello.
L’amore per un suo coetaneo ma soprattutto le conseguenze di ciò che era avvenuto in seguito, l’avevano portata a voler intraprendere, lontana dalla sua città natale, tutta un’altra vita. Inoltre, per ironia della sorte, proprio quella sera aveva deciso di voler dare inizio a quella “carriera” e scegliere me come suo primo “cliente”. Mi disse che sia lei che il suo fidanzato appartenevano a due note famiglie benestanti, molto attente al denaro, alla posizione sociale, alla dimostrazione verso chiunque di possedere una moralità superiore agli altri, al rispetto delle convenienze sociali dominanti. Continuò il suo racconto dicendomi che lei, Viviana e lui, Piero, erano follemente innamorati. Un giorno, l’occasione capitò ideale, l’atmosfera giusta e accadde che i loro sensi ebbero il sopravvento. Le sembrò che stare con lui fosse stata la cosa più meravigliosa del mondo. Poi, un giorno, il dramma. Quando le famiglie seppero che aspettava un bambino scoppiò il pandemonio =cosa diranno i parenti,che penseranno gli amici, i conoscenti= e così via. Ma, quello che più addolorò Viviana fu che il suo adorato Piero sparì come d’incanto, più cercava di incontrarlo, di parlargli e più lui si faceva negare, Era come svanito nel nulla. Non le lasciarono scampo: tutti pensavano che l’idea migliore fosse quella di disfarsi di suo figlio. Il risultato del suo amore tradito era da buttare via come immondizia, un niente. Nessun scrupolo per quello che le fecero fare, anzi era il trionfo dell’onestà. Fu per questo che aveva deciso di andarsene via dalla sua città lasciandosi dietro la vecchia vita, la parte più bella di se’: la giovinezza, le speranze, l’entusiasmo, tutto. Dopo avermi raccontato la sua storia e confermato di aver preso la decisione di diventare così com’era stata “bollata” dai suoi io cercai di dissuaderla, la pregai, le dissi che era ancora in tempo a restare quella che era, una brava ragazza e che io ero disposto ad aiutarla a trovare un lavoro, a farle conoscere un bravo giovane. Insomma feci del mio meglio per farle cambiare idea, ma non ci fu niente da fare: ormai aveva deciso. Volevo insistere ancora ma lei mi pregò di non farlo e mi chiese di poter fare una doccia. Le indicai dov’era il bagno e le dissi che se desiderava mettersi addosso qualcosa di pulito, poteva recarsi nella stanza lì vicino e indossare tutto ciò che voleva. Mentre preparavo qualcosa da bere per entrambi sentii suonare alla porta e mi chiesi chi fosse, dato che non aspettavo nessuno. Appena aperto si fece largo per entrare mio suocero, tutto trafelato, il quale di gran fretta m’invitò nuovamente ad uscire con lui perché, così affermò, “attualmente” si trovava sprovvisto di denaro. Ritornò anche sull’argomento delle due “signore” che ci stavano aspettando. Gli confermai che non ne avevo alcuna voglia ma che comunque se avesse avuto bisogno di un prestito, glielo avrei fatto volentieri. Quando stava per andarsene, Viviana uscì dal bagno, senza la parrucca bionda e senza trucco, capelli cortissimi, a piedi scalzi, con un mio pigiama addosso: completamente diversa dalla Viviana di prima. Ora sembrava un ragazzo, tanto che a mio suocero non parve vero lanciarmi addosso una serie d’insulti, d’insinuazioni d’ogni specie, di accuse di tradimento nei confronti della propria figlia,ecc. Insomma ci fu il più disgustoso dei litigi nel corso del quale i miei tentativi di spiegazioni si rivelarono piuttosto inutili. Al culmine della discussione squillò il telefono ma non feci neppure in tempo a dire =pronto= che sentii la voce di Enrico, un mio ex compagno di lavoro ed amico, il quale =avvisava che per quella sera era tutto fermo; che avrebbe richiamato il lunedì successivo e che si sarebbe trattenuto ancora cinque minuti al bar sotto casa mia, poi avrebbe portato Moby Dick a lavorare= Lì per lì, stentavo a capire quello che stava dicendo, ma approfittai subito della sua telefonata per trovare una soluzione al mio problema Mi stava venendo in mente un’idea. Gli dissi di salire subito perché dovevo chiedergli un favore. Lui, un po’ imbarazzato acconsentì. Chiamai Viviana in disparte e le dissi che non volevo liberarmi di lei ma che era meglio per il momento andare a casa del mio amico Enrico che stava per venire a prenderla. Le assicurai che più tardi sarei andato a trovarla per poi decidere insieme sul da farsi. Dieci minuti dopo entrarono Enrico e Moby Dich, una “ragazza” che doveva il suo soprannome al suo aspetto piuttosto giunonico. Come se non bastasse era talmente sguaiata e volgare che mostrava in maniera evidente quale professione esercitasse. In quel frangente non mi rendevo conto come stavano realmente le cose, pensavo soltanto che dovevo salvare la faccia davanti a mio suocero e nello stesso tempo cercavo di aiutare Viviana a salvarsi da quella pazzesca decisione che aveva preso. Raccontai ad Enrico qualcosa che m’inventai al momento e lo pregai di occuparsi di Viviana soltanto per qualche ora in modo da sistemare le cose con mio suocero. Entro poco tempo sarei andato a casa sua e avrei pensato io al da farsi. Lui, meravigliandomi non poco, accettò entusiasta e mi disse di stare tranquillo. Non appena spiegai la mia intenzione a Viviana, lei si rifiutò categoricamente di andare con Enrico: mi disse che aveva paura. Aveva la sensazione che ci fosse qualcosa che non andava nell’atteggiamento sia di Enrico che di mio suocero. Intanto io mi chiedevo come fosse possibile che non mi accorgessi di quello che stava accadendo o che era accaduto. Improvvisamente ripensai a certe coincidenze e a certi fatti. Come mai dopo così tanto tempo Enrico si rifaceva vivo telefonando a casa mia, facendo un numero che lui non poteva conoscere dato che eravamo lì soltanto da un paio di mesi? Volevo una risposta così lo misi alle strette, lo minacciai e venni a sapere cose ignobili, orribili, che non avrei mai immaginato potessero accadere. Moby Dick, proprio lei mi aprì gli occhi. Mi disse chi era in realtà Enrico:un protettore, uno sfruttatore di prostitute tra le quali c’era anche lei, che era “scesa di grado” rispetto a Nora, pensa proprio Nora, mia moglie. Venni così a scoprire che la mia mogliettina era diventata la favorita e faceva il “mestiere” in un appartamento vicino casa della sorella, la quale era stata coinvolta nella lurida faccenda, naturalmente dietro lauto compenso, per coprire le assenze di Nora da casa mia nei fine settimana. Il tutto con la partecipazione anche di mio suocero che era a perfetta conoscenza dei fatti. L’unico a non aver mai capito e saputo nulla ero io:un ingenuo ed anche un imbecille. Man mano che venivo a conoscenza di tutte quelle brutture mi resi conto che dovevo sentire anche la versione di Nora e la chiamai al telefono dalla sorella: ormai sapevo come era stata organizzata tutta la faccenda. Si presentò dopo una mezz’ora e, senza fare una piega, dopo che io le dissi che ormai ero a conoscenza della sua doppia vita, non si perse d’animo anzi, con una sfrontatezza senza pari mi disse chiaro e tondo cosa ne pensava di me. Mi distrusse letteralmente ed io persi la testa. Infuriato e senza più remore coprii d’insulti sia Nora che Enrico e mio suocero. Ero imbestialito e non riuscivo più a trattenermi. Viviana, che fino a quel momento aveva assunto un atteggiamento prudente restando al di fuori di quell’ignobile situazione, cercava di calmarmi ma non ci riusciva. Tra l’altro veniva persino insidiata da quel farabutto di Enrico che intendeva convincerla a far parte della sua “corte” ottenendo un netto rifiuto. Ad un certo punto, io non ne potei più. Con fare minaccioso scacciai tutti di casa e poi mi accasciai su di una poltrona privo di forze e di volontà. Mi sentii battere sulla spalla, era Viviana che era rimasta per cercare di aiutarmi ad affrontare quella brutta faccenda. La ringraziai e le chiesi, anzi la pregai, di restare con me. Lei però, era ormai decisa a voler intraprendere la strada che aveva scelto e mi disse dolcemente che non sentiva di essere la persona adatta a risolvere i miei problemi. Aggiunse che non intendeva darmi delle delusioni, che ormai aveva deciso e che non voleva tornare indietro. Si riteneva una donna che non poteva più dare amore nel vero senso della parola ma soltanto offrire se stessa per soldi e aggiunse persino che avrebbe accettato che io divenissi il suo protettore. Le affibbiai uno schiaffo pentendomene subito dopo. Lei non battè ciglio. Con le lacrime agli occhi, dopo un po’, mi disse che sarebbe andata in camera da letto: mi avrebbe aspettato ma…voleva essere pagata. Aggiunse poi che potevo stare tranquillo perché in seguito allo spiacevole “incidente” con il proprio fidanzato, i medici, dietro richiesta della sua famiglia, avevano fatto in modo che lei non potesse mai più avere figli. Tutte queste cose mi fecero perdere definitivamente la testa. Sentivo che stavo scoppiando e non capivo più cosa stesse succedendo, sentivo solo che mi stava crollando il mondo addosso. Follemente lucido andai in fondo alla stanza, presi la rivoltella, mi misi di fronte a Viviana che non ebbe il tempo di capire e reagire e cominciai a sparare. Un colpo, due, poi altri, con estrema lentezza, finchè quasi con ferocia le scaricai addosso tutti i colpi. Dopo che Viviana cadde a terra, andai al telefono, alzai il microfono e formai il numero 113. Quando mi risposero, diedi loro il mio nome, il mio indirizzo e li informai che avevo ucciso una persona. Mi chiesero chi avevo ucciso ma io, in preda forse ad un delirio, non seppi dire chi avevo ucciso e riattaccai. Poi presi in braccio Viviana, la adagiai sul divano e la accarezzai mormorando lentamente...Nora…Viviana…e poi ancora…Viviana…Nora …Non riuscivo a rendermi conto chi avrei voluto uccidere e chi in realtà avevo ucciso. Venne la polizia e tu sai come andò a finire. Di tutto questo desideravo che tu fossi informata, ecco perché ti scrivo..
Ti saluto con molto affetto e, soltanto se tu lo desideri, ogni tanto ricordami.
Tuo fratello.
giovedì 1 dicembre 2011
LA DISFIDA DEI SPAGHETTI
Due volte la settimana a casa mia sono giornate in cui si mangia pastasciutta almeno a pranzo.
E fin qui tutto bene.
Il problema arriva quando si deve decidere quale tipo di pasta perchè a me piace solo quella corta mentre alla signora che assiste mia moglie e che impera in cucina, piace solo quella lunga,
In parole povere lei adora gli spaghetti io invece i "cannolicchi" cioè i ditalini rigati. E nessuno di noi due intende cambiare. Su questo fronte è guerra aperta anche perché a me non sembra giusto che lei debba cucinare i due tipi di pasta in due pentole diverse benchè sia lei a lanciare la proposta.
Abbiamo pensato di risolvere la vexata questio (o quaestio) facendo la "conta" cioè "l'anghingò tre galline e tre cappo'...e toccherebbe precisamente a te – o a me..." (così la ricordo da ragazzino) ma non ha funzionato. Allora siamo passati al lancio della monetina in aria cioè "testa o croce?" però neppure questo è andato bene. Infine siamo passati allla morra cinese: niente da fare. In tutti questi casi ci siamo accusati vicendevolmente affermando che l'altro ha imbrogliato o nella conta o nel lancio della moneta oppure nella morra.
È spuntata quindi la terza proposta: una settimana solo spaghetti per lei e io niente, mentre quella successiva cannolicchi per me e lei ugualmente niente. Dopo un paio di settimane è fallita anche questa soluzione. Rammentare l'alternanza sembra facile ma non lo è.
La questione è stata risolta con un compromesso e abbiamo sottoscritto verbalmente il trattato di pace.
Lei cucina sempre spaghetti ma quelli nel mio piatto vengono tagliati e ridotti tipo mezze penne rigate.
Non si direbbe ma siamo due soggetti un po' testardi.
E fin qui tutto bene.
Il problema arriva quando si deve decidere quale tipo di pasta perchè a me piace solo quella corta mentre alla signora che assiste mia moglie e che impera in cucina, piace solo quella lunga,
In parole povere lei adora gli spaghetti io invece i "cannolicchi" cioè i ditalini rigati. E nessuno di noi due intende cambiare. Su questo fronte è guerra aperta anche perché a me non sembra giusto che lei debba cucinare i due tipi di pasta in due pentole diverse benchè sia lei a lanciare la proposta.
Abbiamo pensato di risolvere la vexata questio (o quaestio) facendo la "conta" cioè "l'anghingò tre galline e tre cappo'...e toccherebbe precisamente a te – o a me..." (così la ricordo da ragazzino) ma non ha funzionato. Allora siamo passati al lancio della monetina in aria cioè "testa o croce?" però neppure questo è andato bene. Infine siamo passati allla morra cinese: niente da fare. In tutti questi casi ci siamo accusati vicendevolmente affermando che l'altro ha imbrogliato o nella conta o nel lancio della moneta oppure nella morra.
È spuntata quindi la terza proposta: una settimana solo spaghetti per lei e io niente, mentre quella successiva cannolicchi per me e lei ugualmente niente. Dopo un paio di settimane è fallita anche questa soluzione. Rammentare l'alternanza sembra facile ma non lo è.
La questione è stata risolta con un compromesso e abbiamo sottoscritto verbalmente il trattato di pace.
Lei cucina sempre spaghetti ma quelli nel mio piatto vengono tagliati e ridotti tipo mezze penne rigate.
Non si direbbe ma siamo due soggetti un po' testardi.
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