giovedì 4 luglio 2013

LA CASA DOVE NACQUI

Forse sarà perché è tempo di ciliege ed i ricordi della casa di Via della Polveriera dove sono nato si rincorrono nella mia memoria uno dopo l'altro.
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Si entrava in casa tramite un piccolo ingresso, poi iniziava il lungo corridoio che, dopo aver costeggiato una piccola cameretta – da noi chiamata camerino -, una camera da pranzo e attraversato un altro piccolo corridoio che consentiva l'accesso alla camera da letto e al gabinetto, arrivava fino in cucina. Praticamente quest'ultima era il centro dell'universo per tutti noi. Appena si entrava sulla destra c'era, fissato nel muro, il lavello di pietra, credo in travertino - lo chiamavamo lavandino - di colore avana a pallini bianchi, senza sotto lavello. Subito dopo un mobile da cucina – da noi chiamato credenza – con tre sportelli inferiori, tre cassetti e tre sportelli superiori. A sinistra un lungo tavolo da sei posti con sopra una lastra di marmo bianco che nostra madre usava per preparare la pasta fatta in casa, i dolci, etc. Poi una finestra a due sportelli senza persiane e, accanto, il fornello a carbone che, quando entrava in funzione noi a turno dovevamo attizzarne il fuoco con una grossa ventola munita di belle e grandi piume non so di che animale. Se non ricordo male l'erogazione del gas iniziò alla fine della seconda guerra mondiale. Sotto il tavolo era posteggiata una grossa tinozza di zinco che fungeva da vasca da bagno in quanto il gabinetto era fornito soltanto di water e lavello. Noi quattro fratelli adoperammo quella specie di vasca fino ad almeno i quindici anni dopo di che andavamo a farci una doccia da quelli che all'epoca si chiamavano alberghi diurni: da Cobianchi all'inizio di Via del Corso – allora Corso Umberto – oppure alla Casa del Passeggero vicino la Stazione Termini. Naturalmente a pagamento. In casa non c'era riscaldamento di nessun tipo fino a che un giorno nostra madre, incuriosita, domandò al proprietario – siamo stati sempre in affitto – che cosa fosse quella forma muraria dall'apparente aspetto di un caminetto collocata sulla parete a metà del lungo corridoio. Il proprietario disse di non saperne nulla, ma acconsentì, dietro richiesta di nostra madre, che se voleva poteva abbattere quella piccola parte di muro per vedere di cosa si trattava. In poche parole era un vero e proprio caminetto che funzionava benissimo e da allora anche noi avemmo la nostra casa un po' meno fredda.
Nel 1976, sei anni dopo la scomparsa di mio padre, anche nostra madre a sessantasei anni ci lasciò sia noi sia la casa. Lei già da qualche anno viveva lì da sola in quanto noi quattro fratelli avevamo tutti la nostra famiglia, ma ci vedevamo spesso. Nostro fratello più grande tentò di andarci ad abitare, ma per tanti motivi non riuscì a vedere esaudito il suo desiderio pertanto decidemmo insieme di lasciare libera la casa da persone e cose. Il proprietario trovò presto un nuovo inquilino il quale prima di occuparlo iniziò a fare grossi lavori di restauro. Ricordo che appena qualche giorno dopo andai a vedere se nel frattempo fosse arrivata posta per nostra madre, salii le scale, giunsi al pianerottolo, vidi la porta aperta di quella che era stata la nostra casa per oltre quarantasei anni, entrai e, vedendo un paio d'operai che stavano picconando un po' dovunque, mi vennero i brividi perchè sentii risuonarmi nelle orecchie le parole di una nota canzone romana. ...fa piano a murato' co' quer piccone, ma nun lo vedi che mamma mia sta lì...
E piansi.


22 commenti:

Antonio C. ha detto...

Sono sicuro che tua mamma è ancora lì caro Aldo. Sono sempre tutti lì i nostri cari, dove sono sempre stati, con noi, perché quando sono andati via hanno fatto di tutto per ritornare con noi e nessun Dio, degno di questo nome, può averglielo impedito.

Fra ha detto...

Meraviglioso pezzo! e capisco benissimo la sensazione del finale...
Fanne un libro dei tuoi ricordi :)

Adriano Maini ha detto...

Anche una canzone in genovese diceva "piccone, picchia pianino..."
Ricordo anch'io un lavandino come quello che fu vostro...
Superbe memorie, le tue, di squisita storia popolare!

Sandra M. ha detto...

Quante similitudini Aldo. Anche qui da me la cucina era il cuore dell'abitazione, tanto che quella stanza veniva chiamata "casa"...Per favore chiudi la finestra in casa , voleva dire in cucina!
Anche io avevo un LAVANDINO in travertino rosa...avercelo adesso!E la tinozza, e il bagno...la doccia arrivò a casa mia alla fine degli anni '60.
Ti capisco e non è un modo di dire: i picconi si sentono davvero addosso. Un abbraccio grande Aldo...scusami se son tanto assente.

Ambra ha detto...

Ricordi dolci a cui si aggiunge una nota di amarezza. Lo so, è brutto pensare che è stato distrutto il mondo dove abbiamo vissuto con nostra madre.
Mi sono ricordata che anche a Milano c'era l'albergo diurno Cobianchi proprio in piazza Duomo. Ero piccolissima e mi faceva paura perchè c'era una scala che scendeva sottoterra. Per quanto chiedessi cosa fosse, non avevo mai capito bene a cosa servisse. Ma è completamente sparito quando ancora ero piuttosto piccola.

Ernest ha detto...

capisco Aldo, mi hai fatto venite in mente una canzone popolare genovede de I Trilli si intitola Picun dagghe cianin... (piccone picchia piano)... e da così: "Piccon dagghe cianin
son tutti corpi daeti in scio mae chêu
se propio fâne a meno ti no pêu
piccon dagghe cianin"
(Piccone picchia piano son tutti colpi dati sul mio cuore, se proprio farne a meno non puoi piccone picchia piano)

Cri ha detto...

Ricordi struggenti, ma cari al cuore, tenuti vivi dalla tua incredibile memoria che ha conservato con nitida e commovente precisione ogni dettaglio, quasi accarezzandolo col pensiero :)
Io invece non ho bei ricordi della casa in cui vivevo da piccina, benché, pur essendo piccola e scomoda, sia piena di sole e con un terrazzo esposto ad una vista magnifica su tutta Roma. Tuttora, quando ci capito perché ancora ci vive mia madre, provo un senso di malessere che sa molto poco di ritorno al rassicurante nido. Per questo ci capito assai di rado, pur abitando al piano sottostante... Invece un po' di tempo fa, come ti ho raccontato, ho fatto un giro notturno fino a Via Mecenate e ho rivisto la clinica dove sono nata: ecco, quella sì è stata una bella emozione, toccare con mano la fierezza di aver visto la luce in un posto così suggestivo e così tanto vicino a Via della Polveriera... :D

Enly ha detto...

Io nacqui nel lontano 1985.

Ibadeth Hysa ha detto...

Che bel racconto!
E conosco pure la canzone, se non sbaglio è "Casetta de Trastevere". O no?

Tiziano ha detto...

Ciao Aldo tu dovevi fare lo scrittore, o forse lo sei?
comunque sia e sempre un piacere leggerti ciao
buona serata

Tiziano.

Mariella ha detto...

Ciao Aldo.
Io non sono andata molto lontano nel tempo, ma il lungo corridoio mi ha ricordato la casa dei miei genitori, dove sono nata.
Per fortuna c'è e ci sono loro.
Ti abbraccio.

Nou ha detto...

Aldo carissimo, abbiamo avuto un lavandino di marmorino sui toni del grigio fatto da mio papà senza sotto lavello con una tendina di cotone a motivi floreali. Questo dopo il restauro della vecchia cucina, che anche noi chiavamo casa, la quale ne era sprovvista . in compenso era provvista di un caminetto che. funzionava a meraviglia anfato poi eliminato . bagno in tinozza di zinco anche per noi . Quanti ricordi! Quante similitudini! Solo che io la città. e i suoi vantaggi li ho conosciuti da adulta.
mi hai commossa fino alle lacrime con questo racconto.
un abbraccio affettuoso
Nou

il monticiano ha detto...

@Antonio C.
@Fra
@Adriano Maini
@Sandra M.
@Ambra
@Ernest
@Cri
@Enly
@Ibadeth Hysa
@Tiziano
@Mariella
@Nou

La casa dove sono nato è tra i ricordi più belli della mia vita.
Stateve bene e un caro saluto a tutti,
aldo.

nina ha detto...

Caro Aldo un racconto molto dolce ed evocativo, che mi ha riportato alla mia casa dell'infanzia alla quale penso ancora spesso. Struggente davvero nel finale.
Un caro saluto e l'augurio di una buona estate.
Ciao

Punzy ha detto...

uff...che malinconia e dolce tristezza che mi hai messo addosso..

Costantino ha detto...

Hai dato voce,splendida e struggente, non soltanto ai tuoi ricordi, ma, un pochino, ai ricordi di tutti noi.

Alessandra Lace ha detto...

che dolce e nostalgico questo ricordo. un abbraccio

il monticiano ha detto...

@Nina
@Punzy
@Costantino
@Alessandra Lace

A volte anche i ricordi belli hanno
un risvolto triste.
Stateve bene e un caro saluto a tutti,
aldo.

Teresa Larizza ha detto...

Quanti cari ricordi e quanta nostalgia guardando quei muri che parlavano di fatti lontani.
Anch'io, quando passo sotto la casa che è stata la dimora dei miei genitori, negli ultimi anni della loro vita, mi stringe un nodo alla gola. Ciao

cipralex1 ha detto...

caro Aldo,
sei straordinario! robi

Enrico Bo ha detto...

Che nostalgia eh? Quando si torna al passato lontano avviene credo a tutti qualche cosa di inspiegabile ma assieme confortante. Lo hai espresso magnificamente!

il monticiano ha detto...

@Teresa Larizza
@cipralex1
@Enrico Bo

Altre volte invece molti ricordi belli o meno, difficilmente ritornano in mente.
Stateve bene e un caro saluto a tutti,
aldo.