sabato 12 settembre 2015

A COLLOQUIO CON PASQUALE (oppure COME PRENDERE UN ABBAGLIO)

Per la verità più che un colloquio c'è stata tra me e lui, il mio PC, una conversazuine piuttosto animata nella quale io parlavo e lui no, ascoltava in silenzio, muto come un PC. Il fatto è questo. Ieri l'altro mi è successo qualcosa a causa della quale, benché siano trascorse 48 ore, non riesco ancora a riprendermi. Cercherò di essere breve ma non ci riuscirò. Sopra la mia scrivania, davanti la quale sono seduto svariate ore del giorno e, qualche volta, anche della notte, c'è un caos calmo, piatto, silenzioso ma piuttosto ingombrato. Eppure un tempo ero fin troppo ordinato, direi meglio, pignolo. Ormai non più. Alla destra di dove mi metto seduto ci sono tre gruppi di fogli,foglioni e foglietti di carta sui quali scrivo appunti riguardo esigenze di casa e mie personali, nonché ciò che devo ricordarmi di fare nei giorni che si susseguono o di dire cose a mio figlio quando effettua le sue visite quotidiane. Puntualmente non lo ricordo mai. È il bello della memoria che lentamente ma inesorabilmente sta svanendo. Però mi piace farlo anche perché uso quello che resta di una delle risme di carta protocollo uso bollo da me acquistate nei primi mesi del 1973 per la mia attività lavorativa (questo lo ricordo). Al centro della scrivania lo schermo-monitor-display del PC con ai lati due piccole casse-audio. A sinistra il PC, il modem, una lampada da tavolo, un aggeggio per ricaricare batterie ricaricabili, un paio di foto, un portapenne-matite, una piccola stampante e varie prese di corrente con spine annesse che uso soltanto in parte. Le rimanenti a che servono? Boh. E veniamo al perché del colloquio con Pasquale-PC. Sul piano della scrivania, sulla destra, oltre ad un orologio-sveglia che non uso mai, un piccolo misuratore di ossigeno nel sangue, un cordless per il telefono fisso, un cellulare di antica data, il telecomando del televisore con tasti a iosa (la maggior parte dei quali mai usati) e, sotto lo schermo del PC, la tastiera e il topo-mouse. Terminate le mie attività mattutine, dopo colazione, accendo il PC. Lo schermo si illumina, appare completo il contenuto del desktop, cerco di manovrare il topo-mouse ma non appare la freccina, né la clessidra e neppure la manina. Oh perbacco, che succede? Premo con delicatezza, con forza, con rabbia. Blandisco Pasquale dapprima con gentilezza poi sempre più con grida e minacce ma il PC non dà segni di vita. Cerco di intavolare con lui una discussione ma non ottengo alcun risultato. Chiamare il tecnico costa e allora decido di suicidarmi. Ma come? Gettarmi dalla finestra è inutile perché abito al primo piano, quindi al massimo,con la mia testa dura,rovinerei un po' il marciapiede. All'improvviso ho l'impressione di udire una specie di vocina proveniente dal PC. Per la miseria, è Pasquale che mi sussurra sottovoce "cretinetto, guarda che stai premendo i tasti del telecomando del televisore. Svegliati, oppure fatti ricoverare presso qualche casa di riposo per lungodegenti". LA SERA, PER VEDERE IL TG E POI UN FILM, LOTTA CRUENTA COL TELECOMANDO.

domenica 6 settembre 2015

SUPERSTITI METROPOLITANI

La giornata del 12 agosto la devo proprio raccontare perché ha dell’incredibile, ma è la pura verità. Nei 22 appartamenti in sette piani che fanno parte del fabbricato in cui abito devo ritenere di essere rimasto l’unico superstite o quasi visto quanto è accaduto. La categoria custodi-portieri è estinta. Sono le 9.00, qualcuno suona alla porta, domando chi è e mi sento rispondere che è la figlia del vicino la quale viene a portarmi le chiavi di casa sua. Già, l’avevo dimenticato, come ogni estate mi danno le loro chiavi perché io pensi al loro gatto di casa, durante l’assenza di tutta la famiglia. Io questo gatto non l’ho mai visto. Ogni giorno che sono entrato per le sue necessità lui non c’è. Ma esiste oppure no? Invece esiste e me n’accorgo dal fatto che mangia quello che gli preparo aprendo varie scatolette, beve l’acqua e lascia nella sua sabbietta parte di quello che ha mangiato e bevuto. Chicco – così si chiama – si nasconde, oppure dorme, oppure è un fantasma che finge di essere un gatto. Verso le 11 suona il citofono, domando chi è e mi rispondono “la postaaa”. Quindi apro il portone e tutto sembra sistemato salvo il fatto che per me non c'è posta e neppure bollette da pagare (almeno 'sto mese) ma solo qualche depliant pubblicitario per vacanze in località esotiche. Grazie tante, questa pubblicità mi è molto utile (!). Alle 14.30 mentre sto facendo una pennichella sento suonare alla porta di casa. E mò chi è? Lo domando e un’altra vicina, single, abbastanza giovane, che non sta quasi mai in casa, mi dice che deve chiedermi un favore. Le dico di accomodarsi, ma non può perché ha lasciato la porta di casa aperta. Mi espone un suo problema. Cade acqua nel suo bagno proveniente dall’appartamento del piano di sopra. Embè? E io che c’entro? Mi prega di andare da lei a dare un’occhiata. Io da buon vicino aderisco, entro, vedo che sta piovendo un poco sopra il suo water benché fuori il sole spacca le pietre e mi rendo conto del problema. Le suggerisco di andare da quelli di sopra: sono in vacanza, allora dall’amministratore del condominio: idem c.s. E’ inutile chiamare un idraulico perché il danno va riparato dall’appartamento soprastante E allora? Le suggerisco alcuni provvisori ridicoli rimedi come se io ne capissi qualcosa e la saluto augurandole buon ferragosto! E arriviamo alle 16.30. Anche questa volta suonano alla porta. La solita domanda “chi è?” e mi risponde una voce maschile, accento veneto per quello che capisco io, che mi richiede cortesemente un favore! Ancora? Ma che succede? Con precauzione gli apro la porta, prima si presenta, poi mi afferma che abita al quarto piano – io non l’ho mai visto – e mi racconta che una sua domestica nel fare le pulizie ha acceso contemporaneamente troppi apparecchi e quindi le è saltata tutta la corrente elettrica. Gli preciso subito che non sono un elettricista così come alla precedente visitatrice avevo precisato di non essere un idraulico, ma lui mi assicura che ha soltanto bisogno delle chiavi della cantina dove si trovano tutti i contatori dell’intero fabbricato custoditi in una sorta di armadio di ferro e vetro con tanto di serratura tipo cassaforte. Aggiunge che purtroppo le chiavi della cantina le ha la propria moglie la quale trovasi in questo periodo in vacanza al mare e quindi mi chiede se gliele posso prestare. Io invece mi presto ad accompagnarlo, lui accetta e allora scendiamo insieme. Gli faccio vedere tutte le operazioni necessarie da compiere dato che lui non ci ha mai messo piede, gli dico di rientrare in casa e di avvisarmi se tutto è andato a posto. Riscende e mi conferma il ripristino della corrente. Risaliamo, mi ringrazia molto presentandosi – come il solito non ho capito né nome e neppure il cognome – mi saluta e se ne va. Passano appena trenta minuti e il campanello della porta torna a suonare. Ho capito, forse non devo rispondere a suonate di qualsiasi tipo. Ecco invece altra suonatina del campanello. Ripeto la stessa domanda e mi risponde la voce del veneto del quarto piano. Povero me, la corrente elettrica gli è scomparsa un’altra volta. E invece??? Lui mi porge sorridendo una capace busta di carta con dentro cinque bottiglie di vino accompagnate da un largo sorriso e da numerosi altri ringraziamenti. Io resto imbambolato, cerco di dirgli che non è il caso, che mi sento imbarazzato, ma lui non sente ragioni. Insiste dicendo che lui è un commerciante in questo ramo, mi porge la mano e mi saluta ancora più calorosamente di prima. Poggio le cinque bottiglie sul ripiano della credenza, ne leggo le etichette, non ne capisco granché dato che “parlano” francese e le metto in attesa. Però, hai capito il veneto che bravo, tre rossi e due bianchi, un po’ elevati di grado ma pazienza soffrirò in silenzio. DULCIS IN FUNDO: poco dopo le 18 la suonata al citofono di mio figlio che è solito passare quasi quotidianamente per una visitina. Dà un’occhiata in giro, incrocia le cinque bottiglie e le squadra. “Papà”, mi dice, “questo è vino di alta qualità”. Lui afferma di essere un discreto intenditore e un buon bevitore. Neppure gli interessa sapere da dove sono piovute quelle bottiglie, le scruta attentamente e tre di loro s’involano verso casa sua, Poi, di quello rimasto, mi raccomanda di berlo con parsimonia dato che è vino d’alta gradazione. Con tanti ringraziamenti al gentile signore del quarto piano e alle chiavi della cantina in vacanza.

martedì 1 settembre 2015

SUL TARDI DI UNA CALDA MATTINA DI LUGLIO

Il tempo passa e, come al solito, l'ansia mi assale sempre di più. Ma, dopo qualche minuto, suonano alla porta di casa. Aprono e introducono nella mia stanza una signora, non molto giovane, aspetto piacevolissimo, sorridente, capelli corti chiari e occhialetti da vista simpatici. Un vestito a pois leggerissimo, quasi un velo, lungo dalle spalle alle caviglie. Non osservo altro perchè resto sdraiato nel mio letto mentre lei si siede accanto in una poltroncina. Nel farlo, accavalla le gambe e...op là...il velo si apre. Non indossa calze o reggicalze - capisco, fa caldo - e la sua epidermide, dalla caviglia sino a tre quarti della gamba accavallante, mi appare dorata. Cerco di distrarmi sollevando il mio sguardo più in alto ed ella, piegandosi in avanti più di una volta, grazie ad una scollatura piuttosto generosa - capisco, fa caldo - mi offre l'opportunità di ammirare un bel panorama. La citata ampia scollatura mi consente inoltre di osservare che indossa una sottoveste merlettata di colore nero, sicuramente minigonnata, retta appena da due sottilissime spalline e forse anche da qualcosa che si intravede. Reggiseno no -capisco, fa caldo. Dall'interno del decolletè riesco anche a vedere le scarpe. Basse, senza tacco. Mi dovevo bendare gli occhi? No, un gesto ineducato. Durante tutto il tempo mi è risuonata nelle orecchie l'aria di una romanza della TOSCA di Giacomo Puccini "LE BELLE FORME DISCIOGLIEAN DAI VELI". Causa una botta di caldo? Mah.Forse.

venerdì 28 agosto 2015

A DOMANDE HO RISPOSTO

Che scuole hai frequentato? Scuole pubbliche fino alla "conquista" della licenza della terza media inferiore inclusa (che ho ripetuto tre volte). Poi non ho voluto più studiare. Che tipi di mestieri hai intrapreso in gioventù?Apprendista presso una filiale di Società italo-americana che si occupava di riparazione e installazione di macchine calcolatrici. Avevo 14 anni. Dopo qualche mese andai a fare una specie di fattorino su dei piccoli autocarri in sostituzione dei mezzi pubblici che subito dopo l'occupazione di Roma da parte dei tedeschi (luglio 1943-giugno 1944)  non erano in grado di funzionare. In seguito aiuto macchinista al Teatro Galleria sotto la Galleria Colonna di fronte Palazzo Chigi. Poi terzo aiuto elettricista sempre al Teatro Galleria. Ho fatto anche qualche giorno di manovale-cementista. Purtroppo in quegli anni (1944-1948) il lavoro scarseggiava. Sul finire del 1948 riuscii ad essere assunto presso uno studio notarile come dattilografo. Nel 1950 un anno di militare in Piemonte (Casale Monferrato e Asti). Durante tale periodo il Notaio dove lavoravo morì e al mio ritorno venni assunto da suo figlio architetto che mi affidò l'incarico di assistente (contrario) ai lavori di un fabbricato sulla via Cristoforo Colombo da lui progettato e del quale dirigeva i lavori stessi. Nel 1956, dopo sposato, tramite un annuncio su un quotidiano romano venni assunto da un altro Notaio e da allora seguitai la mia "carriera" di dipendente di vari studi notarili, fino ai primi anni novanta. Non sono mai stato un dipendente pubblico. Durante il periodo della mia disoccupazione mi veniva chiesto se avevo fatto il servizio militare, oppure se avevo la patente, oppure ancora se potevo accompagnare la mia richiesta di assunzione presso un'azienda pubblica da una raccomandazione di un monsignore(???). A volte mi guadagnavo le "mille lire" prendendo parte come teatrante amatoriale (presentatore, spalla del comico ecc.) ad alcuni spettacoli teatrali nelle sagre paesane vicino Roma. Come mai ti fai chiamare “Il Monticiano”? Perché sono nato a Via della Polveriera, di fronte al Colosseo, che fa parte del Rione I° di Roma, il Monti. Racconta di quando da ragazzo hai deciso di scappare di casa , arrivando fino a Napoli.  Ero il secondo dei quattro figli maschi dei miei genitori e quella volta toccava a me lavare i piatti (se non ricordo male era il 1945). Non mi andava per niente. Quella è stata la seconda mia fuga da casa,delle tre complessive. Descriviti in 3 aggettivi. Forse un po' pignolo (retaggio del mio lavoro ultratrentennale presso studi notarili), paziente e, perché no, a volte anche rompiscatole. Il tuo motto? Cercare di dare meno fastidio al prossimo. Che messaggio vorresti lanciare ai giovani di oggi?  Non seguite il mio esempio ma studiate e istruitevi al massimo.

mercoledì 26 agosto 2015

MI DILETTO, diciamo così

ad apprendere quotidianamente dai media (stampa e TV) della dipartita di persone più o meno note, dell'età media tra i circa 80 e i quasi 90 anni. Naturalmente a loro ci sono da aggiungere i perfetti sconosciuti che non credo siano pochi. Dovrei dedurne pertanto che con i miei quasi 85 molto probabilmente e quasi di diritto, entrerò a far parte di questo secondo gruppo tra non troppo tempo. Sono pronto. Testamento non lo devo fare dato che non possiedo nulla da lasciare, soltanto parole.

sabato 11 luglio 2015

2 GIUGNO (scritto da mio figlio Massimo)

Ogni anno, quando si avvicina il momento di festeggiare questa storica giornata così importante per il nostro paese, mi torna in mente un intimo ricordo di quello che è stato il mio primo consapevole due giugno. Doveva essere il 1964 o il 1965, avevo o cinque o sei anni. Mio padre, come molti italiani, non aveva ancora la macchina - la mitica seicento arrivò solo nel '66. La giornata era bellissima,il cielo di un blu intenso e già da alcuni giorni faceva molto caldo per cui era naturalmente venuta a tutti, specialmente ai bambini, un'irrefrenabile voglia di mare. Sono quasi sicuro che già dal giorno prima avevo cominciato a fare la “lagna” ai miei per andare a Ostia. Come spesso succedeva, mi era stato detto che, per svariati motivi, non era possibile. Invece quella mattina, con grande sorpesa, mi svegliarono prima del solito e, armi e bagagli, si decise di andare tutti al mare.Non ricordo perchè ma avevamo una terribile fretta, non so se legata a motivo particolare o a una generica ansia di mio padre. Forse sapeva l'orario in cui partiva la metropolitana o immaginava che fossimo già in ritardo, fatto sta che la sensazione dominante che pervade tutto il ricordo di quel viaggio, da casa alla spiaggia, è quella di andare di corsa. Prendemmo l'autobus – credo il 90 – per arrivare al Circo Massimo, ma giunti a piazza Numa Pompilio, proprio sotto la casa del grande Albertone, l'autobus fu costretto a fermarsi e deviare la sua corsa.Quello che doveva essere il suo naturale percorso – cioè viale delle Terme di Caracalla – era tutto completamente occupato da una fila interminabile di carri armati, blindati, pezzi di artiglieria e tantissimi soldati. Mio padre a quel punto prese una decisione drastica. Avremmo comunque raggiunto il nostro obbiettivo, la fermata metro Circo Massimo, correndo a piedi in mezzo a tutta quella meraviglia. Naturalmente non era in corso nessuna guerra civile e neanche qualche tentativo di golpe. Tutto quell'armamentario era in attesa di sfilare per la tradizionale parata dei Fori Imperiali, ma io questo non potevo saperlo. Per me fu un'emozione di straordinaria intensità. Il ricordo è ancora vivo fin nei dettagli: correvamo zigzagando tra i carri armati con mio padre che mi tirava per mano, mentre io con l'altra tenevo mia madre con il suo vestito a fiori svolazzante e la borsa del mare. Credo che questa corsa non fosse completamente lecita, dato che qualche militare ci strillò di toglierci di mezzo. Mio padre riuscì però ad essere assolutamente convincente, correndo e sbracciandosi come per una reale e impellente urgenza. In realtà era solo per non perdere la metro. Di tutta questa catena umana in corsa, io ero in realtà l'anello frenante. Completamente rapito dagli enormi cingoli dei carri armati, il rumore assordante dei motori, la terra che tremava sotto i nostri piedi, vedevo per la prima volta concretizzarsi l'oggetto delle mie passioni, dei miei giochi infantili e non avevo alcuna voglia di lasciarmi scappare l'occasione di rimirarli, toccarli e magari anche montarci sopra. Adoravo tutto ciò che aveva a che fare con la guerra e con le armi, fossero giornalini, film o giochi. In particolare la seconda guerra mondiale, di cui avevo ascoltato molti racconti da chi l'aveva vissuta.Oggi mi viene da ridere al pensiero che, qualche anno più tardi, sarei stato un fiero e convinto obiettore di coscienza. La folle corsa terminò sotto il marmoreo edificio della FAO, risucchiati dai sotterranei metro della stazione Circo Massimo. Un turbine di vento ci rapì già dalle scale, annunciando l'arrivo della metro, che prendemmo al volo. Eravamo riusciti nel nostro intento e ora... solo mare.  

venerdì 3 luglio 2015

ESTIVO POST

I circa 35 gradi di calura qui a Roma mi solleticano per scrivere qualcosa di ridicolo e poiché in questo campo io sono un portento, affermo e confermo che fa un caldo boia. Lo so, non è una novità, ma se lo dico io che amo il caldo in quanto sono stato sempre e sin dalla nascita un gran freddoloso. giuro e arigiuro che l'Africa è più vicina a noi più di quanto non si creda. Ho sempre sentito dire che lì di notte fa addirittura freddo e allora ho deciso, m'imbarco su una nave della Guardia Costiera ed emigro in Libia.

lunedì 11 maggio 2015

IO SALUTO

Buongiorno, buonasera, buonanotte che sono usati normalmente come saluti augurali o di commiato, a volte possono anche non essere tali. Oppure essere male interpretati sia da chi li rivolge sia da chi li riceve. Allora come ci si deve comportare? Non lo so,posso soltanto cercare di capirne gli intendimenti. Io personalmente saluto, per esempio, amici, conoscenti, negozianti, commessi, commesse e cassiere dei supermercati e dei negozi dove abitualmente mi reco, gli operatori ecologici che cercano di mantenere pulite le strade, gli abitanti del fabbricato in cui risiedo anche se li vedo raramente. Gli incontri quasi quotidiani sono quelli che faccio casualmente da circa 45 anni nelle strade intorno alla zona dove risiedo con la mia famiglia. Il fabbricato che comprende la mia abitazione, suddiviso in quattro scale, è composto di circa 92 unità immobiliari - abitazioni, magazzini, negozi ed uffici - ed i proprietari si riuniscono ogni due o tre mesi nelle rituali assemblee condominiali alle quali partecipano però soltanto quella minima parte necessaria per arrivare alla maggioranza dei millesimi di proprietà. Io, pur non essendo un condomino ho partecipato, quale delegato del proprietario dell’abitazione che occupo, a numerose di queste assemblee in occasione delle quali ho avuto la possibilità di conoscere alcuni di questi condomini. Tra loro un tale, sempre taciturno, di cui non ricordo né il nome né il cognome, che partecipa sempre alle assemblee e che incontro spesso per strada. C’incrociamo, mi guarda, lo saluto e lui non risponde neppure con un cenno. Sarà muto? Sordo? No, perché una mattina l’ho visto che chiacchierava animatamente con un mio amico che conosco da oltre quindici anni, della stessa mia età e delle mie stesse idee politiche. Sono passato proprio vicino a loro, ho salutato: il mio amico ha risposto molto cordialmente, lui zitto, un pesce! Mi sono detto: vuoi vedere che lui, benché non so come ne sia a conoscenza, ha idee politiche completamente opposte alle mie? Neanche per sogno perché un giorno ha acquistato dallo stesso mio edicolante un quotidiano che va ancora più in là di come la penso io. Da me interpellato il medesimo edicolante mi ha informato che il “silente” acquista da anni sempre quello stesso giornale. E allora? Mah! Gli devo stare molto sulle cosiddette e non ne conosco il motivo. A volte percorro una strada dove affacciano numerosi fabbricati: uno solo di questi ha sempre il portone aperto davanti al quale sostano due settantenni, o giù di lì, i quali sono frequentemente immersi in animate ma pacifiche conversazioni. Quando sto per superarli uno dei due, il meno alto, il più rotondo, capello e pizzetto brizzolati, con gli occhi che brillano e con un ampio sorriso mi saluta cordialmente. Io nell’allontanarmi ricambio il saluto e mi chiedo: ma chi è? Non riesco a ricordarmi chi sia Eppure ogni volta che c’incontriamo, accade spesso perché anche lui dovrebbe abitare in zona, mi saluta ed io faccio altrettanto senza, però, riuscire a capire di chi si tratta. Perfino due giorni addietro nel salutarmi al “buongiorno” ha aggiunto “caro dottore”! Chissà per chi mi scambia. Io, posso quasi giurarlo, non lo conosco. Sarà qualcuno che si vuole divertire? Sempre durante il percorso di quelle strade vicino la mia abitazione incontro un altro amico, credo abbia più di 80 anni, il quale, unitamente alla moglie, viene spesso da queste parti per fare la spesa. Non appena mi vede, anche se è lontano, almeno la vista deve averla ottima, mentre per il resto è meglio tacere, si ferma, blocca la moglie accanto a sé, con fare autoritario mi fa cenno con la mano di avvicinarmi e appena mi trovo a portata di orecchie mi “ammolla” un monologo impetuoso cianciando tra i più svariati argomenti: dove ha lavorato, le opere che ha compiuto, la politica, il suo punto di vista opposto al mio, le sue altissime e molteplici conoscenze in ogni campo. Insomma un pozzo senza fine di scienza e conoscenza. Ho provato sempre ad interromperlo, ma non ci sono mai riuscito: le mie opinioni, il mio parere non gli interessano minimamente. Anche la moglie, che evidentemente lo conosce bene, cerca di fermarlo ma lui, dopo averle lanciato un’occhiata “fulminante”, la “stoppa” perentoriamente e prosegue nel suo soliloquio. Ad un certo punto, evidentemente per mancanza di fiato, si ferma e, con un filo di voce mi dice che: “ proseguiremo in un successivo incontro il nostro dialogo”. Ma se non mi ha mai fatto aprire bocca, io vorrei sapere: quando abbiamo “dialogato”? Adesso però, quando esco da casa e quindi dal portone, mi guardo bene intorno, mi munisco di un binocolo per poterlo scorgere anche a chilometri di distanza e, appena ne intravedo la sagoma, mi dirigo nella direzione opposta. Ecco quindi i motivi per cui: A) al “silente” non gli rivolgo il saluto; B) al “buontempone” glielo ricambio e al “logorroico”, poiché lo evito, glielo tolgo.

lunedì 4 maggio 2015

LA RAGAZZA CON I CAPELLI ROSSO FIAMMA

Ebbene sì, lo confesso, sono uno che s'incuriosisce specialmente quando fatti, persone e situazioni fanno aumentare il livello della mia innata curiosità. Faccio un esempio raccontando un ricordo di circa 4 anni fa.Una mattina, uscito di casa per recarmi alla vicinissima fermata del bus che dovevo prendere, il medesimo mi sfuggì proprio sotto il naso. Sapevo bene che il bus successivo sarebbe passato non prima di 15 minuti, almeno, ma pazienza .Mi guardai intorno e notai che ero solo. Dopo qualche minuto, vidi avvicinarsi una figura femminile che, forse a causa del sole,sembrava emanare bagliori di fuoco. Camminava lentamente parlando attraverso un telefonino poggiato sull'orecchio destro. Notai alcuni particolari della sua silhouette perché venne a fermarsi proprio davanti a me. Evidentemente anche lei aspettava il bus.Era una figurina magra, indossava una giacchetta blu di velluto rasato che non arrivava a coprirle il bacino. Le gambe snelle erano inguainate in jeans attillatissimi che terminavano in un paio di stivali neri alti fin sotto le ginocchia. Le mani erano piccole con le dita affusolate e le unghie smaltate di un colore scuro, quasi nero. Una delle mani stringeva il telefonino tramite il quale parlava sottovoce. I lineamenti del volto aggraziati e dolci erano circondati da una massa di capelli rossi, lisci e lunghi che le arrivavano oltre le spalle. Sulla fronte una frangetta.Notai il colore rosso vivo dei suoi capelli e, appena interruppe la conversazione telefonica, non riuscii a trattenermi e le dissi: = Mi scusi, non pensi che voglia infastidirla però vorrei chiederle se quei capelli sono suoi o se è una parrucca. Sa, il motivo per cui glielo chiedo è... = il colore vistoso, vero? = ecco, appunto...chiedo scusa ma... = stia tranquillo, non è la prima persona che me lo chiede... = lo credo bene, incuriosiscono molto = certo, ma questi sono veramente i miei capelli, tinti è ovvio. Mi piace che si notino... = mi scusi, ambisce forse a qualche ruolo in TV, al teatro o al cinema? = nemmeno per sogno, io faccio la parrucchiera ed è un mestiere che mi piace e che faccio bene... = peccato, ha tutti i requisiti adatti, mi permetta di dirglielo. È molto graziosa ed è giovane... = ho trentacinque anni e la gioventù ormai...Ma non mi lamento, sto bene così = le faccio i miei complimenti, sinceramente, mi creda, pensavo invece... = che fossi più giovane, la ringrazio...Ecco l'autobus, buon giorno...= Non feci in tempo a dire una sola parola che la "rossa" si avviò alla porta posteriore e salì. Io, stupito (o stupido?) salii da quella anteriore e dopo quattro fermate scesi. Malgrado mi fossi voltato più volte sbirciando tra i passeggeri del bus non riuscii a vederla. Circa un mese dopo, al termine della mia solita passeggiata, anziché iniziare il giro dalla via che imboccavo quando uscivo da casa e che facevo sempre, mi incamminai verso la via parallela arrivando quindi alla fermata del bus che comunque non dovevo prendere. E chi ti vidi alla fermata? La stessa giovane donna dai capelli rosso fiamma che avevo ammirato 30 giorni prima. Abbigliata come la volta precedente, lo stesso atteggiamento, il telefonino tenuto fermo all'orecchio destro con la mano dalle dita affusolate, gli stessi capelli di un bagliore accecante e il sole che sembrava illuminarglieli ancora di più. Mentre camminavo rasentando il ciglio del marciapiede la rossa si voltò leggermente e abbozzò un sorriso verso di me, sempre parlando al telefonino. Un po' sorpreso mi fermai e le feci un cenno con la testa a mo' di saluto, lei mi fece un cenno con la mano sinistra, piccola e affusolata come l'altra, facendomi intendere di aspettare un momento. Mi voltai per vedere se tutto ciò era rivolto a qualcun altro, ma c'ero soltanto io. Terminata la telefonata mi disse: = salve come va? = si ricorda di me? = certo l'altra volta abbiamo scambiato qualche parola e allora... = ti...ehm...posso usare il tu? = sì, tanto lo faccio anch'io = benissimo e...abiti da queste parti? = sì, non molto lontano da questa fermata = capito...vai al lavoro? = come sempre, almeno i giorni feriali = vorrei farti una domanda personale se me lo permetti... = sei un tipo curioso vero? = sì, lo ammetto = spara = al tuo lui, se lo hai, gli piacciono i tuoi capelli? = non sto con un lui ma con una lei = ah! = ti scandalizza? = a me? E perché? Ognuno è libero di stare con chi gli pare... = credevo di sì, i capelli bianchi che hai mi hanno... = oltre quelli ho anche un cervello che ancora funziona, poco ma quel poco mi basta = ad ogni modo ce l'ho avuto un uomo ma sarebbe stato meglio non averlo conosciuto. Adesso mi trovo benissimo con la mia ragazza. È più giovane di me ma siamo veramente innamorate l'una dell'altra. Viviamo insieme nella stessa casa = credo sia questo ciò che maggiormente conta = ci puoi giurare. Sta arrivando il bus. Devi salire anche te? = no abito qui a due passi e allora... = allora ciao, ci vediamo... = ciao...io mi chiamo Aldo e tu? = è importante per te? = beh, insomma... = te lo dirò quando c'incontreremo la prossima volta, ciao.= La guardai salire, restai fermo per un po' e mi chiesi: cosa avrà voluto dire con l'ultima frase?

sabato 25 aprile 2015

LA MIA PRIMA GATTA

Mucci il nome semplice con il quale noi quattro fratelli “battezzammo” la piccola gattina tigrata che nel ’48-’49 introdussi in casa nostra. Questa dolcissima felina me la ritrovai tra le gambe mentre una sera, seduto in tram, stavo rientrando a casa verso le 22. Pur immaginando la reazione negativa di mia madre, speravo invece nella “benevola fratellanza” dei miei germani…e così fu. Quella stessa sera Mucci fece il suo primo “dovere”. Era già da qualche tempo che un topolino, intrufolatosi attraverso il caminetto situato nel corridoio, gironzolava per casa. Ebbene visto che c’era il “topo” poteva mancare il “gatto”? O meglio la gatta?E allora occorreva preparare la “trappola”. La nostra camera da pranzo era arredata in quegli anni oltre che da un mobile dove erano riposti stoviglie e altre cose, anche da due letti ad una piazza, alcune sedie ed un tavolo quadrato abbastanza robusto, di quelli che si potevano allungare mediante alcune assi in esso contenute (ancora “vivente”, con nostra grande gioia, in casa del terzo fratello). Con quale espediente riuscimmo ad attirare the young mouse sotto il tavolo non lo ricordo proprio, ricordo soltanto che, appena entrato lui, recintammo immediatamente i quattro lati dello stesso tavolo poggiando le assi sulle sue gambe, in modo da creare una sorta di arena nella quale poi introducemmo la Mucci accingendoci quindi ad assistere al ludo gladiatorio. D’altronde casa nostra faceva parte di un fabbricato distante pochi metri dal Colosseo e perciò l’emulazione era più che giustificata. La battaglia, anzi la corsa, iniziò immediatamente ad una folle velocità ma Mucci ebbe presto la meglio. Quello che allora non compresi fu che anziché farlo fuori subito, prima lo stordì con una zampata, poi ci cominciò a giocherellare, ma non fece altro,lo lasciò lì, immobile rivolgendogli un’occhiata ogni tanto. Chissà, forse aspettava da noi spettatori lo storico segnale con la mano ed il pollice rivolto all’ingiù. Resta il fatto che da quel giorno topi in casa non ne girarono più. E’ stata una gatta bonacciona e socievole anche se un poco birichina. Quando le riusciva rubacchiava volentieri qualche bocconcino prelibato. Nostra madre, ogni volta che si recava al vicino mercato a fare la spesa, portava sempre per lei qualcosa che si procurava al banco dell’”abbacchiara” che tra l’altro abitava sul nostro stesso pianerottolo, noi all’interno 11, lei al 12. Sulle doti di bontà e socievolezza di Mucci ricordo quando, in inverno, la infilavo nel mio letto sotto le coperte e poi, per riscaldarmi, le piazzavo i miei piedi gelidi sulla sua calda e morbida pancia. Nessun segnale di ostilità da parte sua. E così pure quando cercavo di mascherarla infilandole un mio calzino sulla testa come cappello. L’unica sua reazione era quella di guardarmi come per chiedermi se fossi stato soddisfatto di come l’avevo combinata.Ricordo che un giorno, sempre d’inverno, evidentemente pire lei sentiva freddo,andò tranquilla nella piccola camera che un nostro zio, fratello di nostra madre, aveva adibito anche a laboratorio di sartoria. Le piaceva andare lì perché sul tavolo da lavoro di nostro zio c’era poggiato, tra le altre cose, anche un grosso ferro da stiro a carbone e quindi, se acceso, una bella fonte di calore, ma quella volta, confortata dal dolce tepore si addormentò finendo dritta sul ferro bollente. Un miagolio disperato che non aveva nulla di felino e subito una fuga precipitosa verso un posto più fresco. A volte, quando nostro padre si sedeva al tavolo in camera da pranzo per scrivere o leggere qualcosa, gli saliva sulla schiena e gli si accoccolava intorno al collo avvolta come una sciarpa. Papà e Mucci fermi e tranquilli come se fosse la situazione più normale di questo mondo. Quando invece rubacchiava qualcosa di commestibile non si riusciva a vederla girare per casa, andava a nascondersi sotto uno dei letti in camera da pranzo perché sapeva benissimo che le sarebbe spettata quanto meno una sgridata e, allorché io o qualcun altro riusciva a trovarla e cercava di farla uscire da lì, lei si ribellava miagolando come per dire che aveva avuto fame e quindi. Aveva anche l’abitudine, specialmente d’estate, di accucciarsi sul davanzale della finestra in camera da pranzo e di sbirciare, tra le persiane socchiuse, giù nella strada. Appena si accorgeva di nostra madre che faceva il suo rientro a casa dopo aver fatto la spesa al mercato, andava di corsa ad attenderla alla porta d’ingresso. Stava per arrivare il vitto. La sua vista doveva essere ottima perché noi abitavamo, in quel fabbricato, al secondo piano sul rialzato, praticamente al terzo.Tra una sbirciatina e l’altra aveva anche trovato il modo di amoreggiare con un gatto, piuttosto grosso, pelo di vari colori con prevalenza del “roscio”, enorme “capoccia” sulla quale spiccava un orecchio mozzato: il risultato di violente zuffe con gli altri gatti della nostra via e del circondario, i quali si erano come volatilizzati. Peppone, questo era il nome autentico che gli aveva appioppato la sua famiglia composta anche da tre nostri coetanei abitante al n. 41 in una casa posta al livello strada facente parte dello stesso nostro fabbricato. Praticamente viveva come un sultano nell’harem. Non si vedevano gatti maschi in giro. Perciò Mucci quando qualcuno di noi dimenticava di chiudere la porta di casa lei riusciva a fuggire senza farsene accorgere, era solita andare a trovare il suo “lui” e trascorrere così i suoi momenti d’intimità. Nei suoi anni di vita, circa nove, si verificarono troppi di questi “momenti” tanto che nostro fratello più grande dovette più volte recarsi nel giardino di Piazza Vittorio per depositarvi le cucciolate dei due nostri “giulietta e romeo”. Certamente Mucci e Peppone erano talmente innamorati l’uno dell’altra che una volta lei, forse per il troppo amore, ebbe il coraggio di gettarsi da casa nostra (quasi terzo piano) nelle braccia, pardon, nelle zampotte del suo adorato. Le andò bene perché non le si ruppe niente, almeno a noi non disse nulla. Ma, purtroppo, l’ultimo suo parto le fu fatale. Senza una ragione, quella volta uscì da casa nostra e salì al piano superiore, si accucciò vicino la porta di non so quale abitazione ed evidentemente, per le doglie, si lamentò in modo così straziante che gli abitanti, ignorando come stavano le cose, si affrettarono a chiamare il personale dell’ Ente Nazionale Protezione Animali. Non vedemmo più la nostra Mucci.