lunedì 8 settembre 2014

CHE BELLO STA CO' TE


La canzone con Nino Manfredi di cui al video quì sopra e che ho riascoltato in questi giorni mi ha fatto tornare in mente una breve storia di tanto tempo fa.
Dario un giovane ventiduenne era un appassionato di canzoni romane e, benché di dischi di questo genere ne possedesse una bella collezione, non appena veniva a conoscenza che era in programma da qualche parte di Roma, città in cui era nato e abitava, un concerto di tali canzoni, si può dire che era tra i primi a prenotare un biglietto. Infatti appena apprese la notizia che un giorno, più precisamente una domenica pomeriggio, in un piccolo teatro al centro della città, si sarebbe esibito un noto cantante romano acquistò subito il biglietto per un posto nella poltrona di platea in quinta fila. Quella domenica si presentò al teatro mezz'ora prima dell'inizio e si sedette sulla poltrona segnata col numero stampato nel biglietto d'ingresso. Accanto, sulla sua destra, c'erano due poltrone ancora vuote mentre il resto era già tutto occupato. Qualche minuto prima dell'inizio si presentarono due donne tutte trafelate le quali sedettero nelle due poltrone ancora vuote. Una era giovane, sicuramente della sua stessa età mentre l'altra, che si accomodò proprio accanto al corridoio di transito, poteva avere all'incirca una cinquantina di anni. La giovane poggiandosi sul bracciolo della propria poltrona lo sfiorava appena ma Dario spostò ugualmente il suo di braccio per una sorta di malcelata timidezza. Venne ricambiato dalla giovane con un sorriso appena accennato. Ebbe inizio lo spettacolo ed il cantante non sembrava stancarsi di intonare una serie di belle canzoni romane tra le quali "Che bello sta' co' te", molto applaudita dal pubblico. Dario, guardando di sottecchi la sua giovane vicina si accorse che si stava passando un fazzoletto sugli occhi. Quasi nello stesso istante terminò la prima parte dello spettacolo, si accesero le luci in sala e la signora cinquantenne si alzò dalla poltrona e disse alla giovane che andava a prendere un caffè e se voleva poteva andare con lei ma la giovane preferì non farlo. Dario, incuriosito da quello che aveva visto prima, prese coraggio e, dicendo il proprio nome, si presentò alla giovane e le chiese se si era commossa nell'ascoltare l'ultima canzone. Lei gli disse il suo di nome, Flaminia, e che la canzone era legata a un avvenimento di qualche anno prima. I due giovani continuarono a parlarsi per tutto l'intervallo e così Dario venne a conoscenza che la signora più anziana era la madre di lei, che abitavano in un paesino poco distante da Rona e che Flaminia frequentava un'università romana. Continuarono a scambiarsi reciproche confidenze su loro stessi e poi si scambiarono anche i rispettivi numeri telefonici. Era nata tra loro una simpatia che magari non si aspettavano così a prima vista. Si rividero ancora, molto spesso, tanto che l'amicizia si trasformò abbastanza rapidamente in amore che durò due anni e poco più e che si dovette interrompere perché il padre di Flaminia si era stabilito all'estero per lavoro e quindi lei e la madre dovevano raggiungerlo.
La sera prima della partenza i due giovani, Dario e Flaminia, abbracciandosi forte cantarono tra le lacrime "Che bello sta' co' te, me sembra de vola', che bello quanno attero e tu sei qua..."




lunedì 1 settembre 2014

CONVERSANDO

Sabato scorso mio figlio mi ha chiesto di andare a vedere una partita di pallacanestro piuttosto particolare nel senso che si tratta di una di quelle partite tra "scapoli e ammogliati" tra soggetti cioè la cui età va dai 45 ai 55 anni appassionatissimi di quello sport da tutti loro praticato sin da bambini. Il campo all'aperto situato nella scuola confinante con il fabbricato dove abito ha i requisiti dei campi idonei per tutte le varie gare dei campionati ufficiali che lì hanno luogo ma, per alcune ore della settimana, viene messo a disposizione di qualche gara amichevole tipo quella appena descritta. Uno dei bordi esterni di quel campo è contiguo alla parete esterna della palestra coperta. Lungo tale parete ci sono alcune lastre di pietra rettangolari ove si siedono i giocatori quando vengono effettuati dei cambi durante il corso delle partite ed anche parenti, mogli, fidanzate e figli dei giocatori in campo per assistere alle dispute. Arrivo quando la partita è iniziata da poco e mio figlio, 55 anni che sta giocando, si distrae un attimo, mi fa un cenno di saluto e io riesco a trovare un posto in una di quella specie di panchine stracolma di zaini, zainetti e borse di tela. Nonostante il tono amichevole della disputa io mi appassiono ugualmente anche perché il basket è uno sport che mi piace ed ho sempre seguito il "pupo" sin da quando aveva 14 anni. Dopo qualche minuto si avvicina un ragazzino e mi chiede se può sedersi lì accanto, gli rispondo di sì se riesce a farlo spostando qualcosa. Si siede e mi chiede qual è il punteggio della partita. Io lo informo e gli chiedo se suo padre è uno di quelli che stanno giocando insieme a mio figlio
= No, mio padre sta a casa...= Come mai non è qui se il sabato non lavora? = Lui non lavora da due anni perché sta in cassa integrazione. Mio padre dice che è quella corta, che finisce presto e che dopo non gli daranno più soldi. Prima veniva pure lui a giocare...=
Rimango un po' interdetto ma poi gli chiedo se posso domandargli qualche altra cosa e lui annuisce
= Quanti anni hai? = Dieci. Ho finito la quinta elementare che frequentavo qui e sono stato promosso in prima media... = E il tuo papà che lavoro faceva? = Operaio... = Tua madre lavora?
= Va a fare le pulizie in certe case... = Sei figlio unico? = No, ho una sorella di due anni, ci pensa mio padre a lei. Loro volevano metterla al nido ma costa e i soldi non ci sono... = Abitate qui vicino? = Sì, prima avevamo una casa poi i soldi sono finiti e allora... = Allora? = Una signora molto anziana ci ha dato una camera e dormiamo tutti lì. Non ci fa pagare però mamma fa tutte le cose di casa e papà cucina... = Parlate di tutto questo a casa? = No, sento papà e mamma che la sera prima d'addormentarsi ne parlano tutti i giorni fino a tardi, ecco perché so tutte queste cose. Sento pure che papà tante volte piange... = Te che fai quando succede questo... = Sto sveglio, non riesco più a dormire... = Una brutta situazione... = Io ho cercato di lavorare, di fare qualsiasi cosa, ma dicono tutti che sono troppo piccolo. Allora ho scritto tante lettere e l'ho mandate a tanti ma non mi ha risposto mai nessuno, eppure l'indirizzo nostro ce l'ho messo. Ogni giorno guardo nella cassetta della posta ma ci trovo solo pubblicità e qualche altra cosa indirizzata alla signora... = Ma non hai nonni o zii? = Gli zii hanno pochi soldi anche loro e i nonni non li ho mai avuti... = Brutti momenti... = Sì. Adesso vado a casa, ciao=.
UNA CONVERSAZIONE CHE MI HA LASCIATO L'AMARO IN BOCCA


mercoledì 27 agosto 2014

SE POTESSI AVERE...

Una banconota da 1.000 lire che io, tredicenne, vidi per la prima volta nel 1943 era così grande che, forse esagero un po', mi pareva un lenzuolo magari da culla per neonati. Naturalmente io la vedevo, come si usa dire, "da lontano" nel senso che non l'avevo nelle mie mani ma era custodita gelosamente nel primo cassetto del comò nella camera da letto dei miei genitori. Quando venimmo "liberati"dagli angloamericani circolavano invece le AMLIRE. Un biglietto da 100 era rettangolare, se non ricordo male valeva quanto un dollaro americano e aveva le stesse misure.
In quei primi anni quaranta era molto in voga una canzonetta il cui ritornello diceva pressappoco"Se potessi avere mille lire al mese senza esagerare, sarei certo di trovare tutta la felicità...". Già perché con quella cifra ognuno poteva considerarsi veramente felice e contento.
Cerco di fare un paragone con quello che ha dichiarato al riguardo un politico il quale ha affermato che "con 8.000 (ottomila) euro al mese" lui non riesce a campare cercando di giusticarsi per sostenere quanto andava dicendo.
Certamente a distanza di settanta anni il costo della vita è aumentato ma non fino a questo punto, vero politico incontentabile?
Ho provato a sognare di avere io 8.000 euro ogni mese e mi sono accorto che sono tanti e che non riuscirei mai a spenderli tutti. E' vero potrei cambiare la vecchia lavatrice che sta esalando gli ultimi respiri, come pure la vecchia macchina del gas e altri ruderi che ho in casa ma si tratterebbe di spese una tantum e quindi?
Vedi caro (?) politico, perché non provi a campare con un ottavo di quello che percepisci come riesco a farlo a stento io? Sai benissimo che ce sono altri che percepiscono anche meno di 1.000 euro al mese e quindi sarebbe meglio che te lo chiedessi tu come fanno a campare così come altrettanto faccio io.
I tempi sono cambiati e allora canticchio anch'io aggiornando la canzonetta di cui sopra "Se potessi avere ottomila euro al mese..." oltre trovare la serenità farei felice me ed anche altri che conosco.

lunedì 18 agosto 2014

REMINISCENZE

(Adamo ed Eva (1528) - olio su legno di Lucas Cranach detto il Vecchio - Galleria degli Uffizi - FI)

PREMESSA: sono nato a Roma nel 1930 e poi, sempre a Roma, battezzato nel Battistero (ottagonale) del Laterano - Basilica di San Giovanni; cresimato e comunicato presso la Chiesa parrocchiale di Madonna dei Monti; prestato servizio come chierichetto presso la Basilica di San Pietro in Vincoli; convolato a nozze nella Basilica di Santa Maria Maggiore (intervento di mia madre e delle 5 sorelle paterne di mia moglie delle quali 4 suore di clausura ed una suora laica).
Tanto premesso penso di avere tutte le carte in regola per poter disquisire su un certo argomento.
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L'Essere Superiore creò l'uomo (a sua immagine e somiglianza come si può notare osservando il dipinto) raccogliendo e impastando con le proprie mani un pugno di polvere. Dopo averlo creato gli dette il nome Adamo ma gli tolse una costola per creare una donna che chiamò Eva. Quasi subito intervenne qualcuno che colse una mela da un albero e la mise in mano alla donna. Quando Adamo la vide disse ad Eva: "me-la dai?" Lei, Eva, molto più intelligente di Adamo, finse di non capire e non gli dette la mela ma gli fece una proposta che lui non rifiutò anche se, come si nota bene nel dipinto di Lucas Cranach detto il Vecchio, Adamo, per comprendere meglio la situazione, si dette una grattatina nei capelli come spesso si suole fare.
Dalla coppia nacquero molti figli tra i quali Caino e Abele. Vabbé non tutte le ciambelle riescono bene.
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LA CONTEMPLAZIONE DI QUEL MAGNIFICO DIPINTO MI HA FATTO BALENARE IN MENTE LA FOLLE IDEA DI SCRIBACCHIARE LA MIA SUPERIORE VERSIONE DEI FATTI

domenica 10 agosto 2014

COMICHE DISAVVENTURE?...non direi proprio.

Certo che quando ti assalgono i ricordi tornano in mente episodi a volte piacevoli e altre volte no.Qualcuno potrà dire: ma tutte a te capitano? Che ci posso fare se così vanno certe cose. Il 25 aprile è festa nazionale perché, come tutti sanno, è l'Anniversario della Liberazione d'Italia dall'occupazione nazifascista. Il 25 aprile del 1953, io ero libero, come gli altri, dal lavoro di quel periodo e, sin dal mattino, mi trovavo dalla mia ragazza nella casa dove abitava a Centocelle, un quartiere periferico della zona est di Roma. La casa in realtà era in affitto a suo fratello più grande che vi risiedeva insieme a un figlio di tre anni, alla moglie, mia cognata la quale era incinta già da parecchio tempo, alla mia ragazza, a una gallina che starnazzava nel bagno in attesa di essere messa in pentola e ad un cucciolo, incrocio di tre razze di cani diverse, che circolava per casa. Per la Festa del 1953 ero stato invitato a pranzo e, mentre la mia ragazza si trovava in cucina, io andai in bagno ma non appena aprii la porta la gallina si mise a starnazzare ancora più forte e a cercare di beccarmi. Io che di pollame non ne voglio neppure sentir parlare chiamai il mio futuro nipotino di tre anni il quale la prese, se la mise tra le braccia e, carezzandola la portò non so dove. Bastava che mi stesse lontano. Però non capii una cosa: come mai a lui non lo beccava mentre a me voleva farlo? Chissà, forse aveva capito che tra di noi non esisteva alcuna possibilità di diventare amici. Dopo pranzo, al quale non aveva partecipato il mio futuro cognato per impegni fuori casa, ognuno di noi, si occupò delle proprie faccende. Verso le quattro di pomeriggio sentimmo la mia futura cognata urlare a più non posso "aiuto, aiuto, chiamate la sora Nanda, me se so' rotte l'acque, aiutateme, sbrigateve...". Ci prese a tutti il panico. La mia ragazza si andò a nascondere in cucina insieme al nipotino e alla gallina, il cane correva di qua e di là abbaiando spaventato, io, in preda al terrore e completamente all'oscuro di quello che si doveva fare, cercai di placare mia cognata, andai dalla sora Nanda la quale, al corrente della situazione, corse subito da noi, chiuse la porta e cominciò la sua opera. Poco dopo le urla cessarono, la sora Nanda tutta soddisfatta riaprì la porta e ci chiamò "venite, venite a vede' che ber pupo...". Infatti era proprio un bel neonato, cicciottello, che già stava facendo merenda al seno della madre. Dentro la camera da letto c'era un bel po' di confusione e un secchio da una parte quasi pieno di qualcosa. Non capii che roba fosse. La disavventura successiva guarda caso, mi capitò proprio quello stesso giorno. Erano passate da poco le 20, quando la mia ragazza mi chiese se potevo portare a spasso per un po' il cucciolo, forse ne aveva bisogno. Le risposi che l'avrei fatto volentieri e allora scesi in strada col cucciolo al guinzaglio.Fatti un centinaio di metri passai davanti ad un gruppo di signore che stavano parlottando accanto ad un basso muretto dal quale, con uno scatto improvviso saltò un gatto tigrato per aggredire il cucciolo ma lui, più rapido, si staccò con tutto il guinzaglio dalla mia mano e corse via all'impazzata guaendo come un diperato. Il gatto tigrato, sbagliando la traiettoria, aveva nel frattempo aggredito la mia gamba destra con tanto di unghie ben acuminate. Oltre a lacerarmi i pantaloni mi aveva graffiato la gamba sotto il ginocchio. Una di quelle signore accortasi dell'accaduto urlò il nome del gatto-tigre e lo chiamò a se.Mentre stavo rientrando subito a casa per disinfettarmi mi accorsi che sul marciapiede opposto il cucciolo, al piccolo trotto e con molta calma, stava pure lui rientrando.
QUEL 25 APRILE DI OLTRE 61 ANNI FA ME LO RICORDO ANCORA OGGI E, PER ME, NON FU AFFATTO FESTA

venerdì 1 agosto 2014

LA FANTASIA E' VOLATA VIA

Inseguita a passi veloci dalla memoria che se ne sta andando ed anche il tempo non è da meno. Non che me ne sia accorto improvvisamente ma col procedere inesorabilmente dei giorni, dei mesi e quindi degli anni è ovvio che le cose possono soltanto peggiorare. La prova è che quando mi accingo a scrivere qualcosa perché la cassaforte dei ricordi sembra si stia aprendo non faccio in tempo a catturarne uno che già lo sportello si richiude. E allora tento, tento ancora di aprirla ma pare che tutte le combinazioni di cui mi è rimasta traccia non funzionino più. Per la verità m'infastidisce il non rammentare più ricordi se non per una fortuita coincidenza con qualche avvenimento del tempo attuale. Però il "volo" della fantasia mi secca ancora di più. Mi sono reso conto che la mia fantasia dipende – sembrerà strano – da chi e che cosa incontro durante la giornata poiché anche un piccolissimo accadimento – a me è capitato spesso – può dare alla stessa fantasia la capacità di fantasticare. Ma proprio questo è il mio problema. Per quanto mi sforzi è un po' di tempo che si è bloccata. Ne ho preso atto e mi sono rassegnato. D'altra parte arrivato a quest'età non poso pretendere di più dalla mia mente e, ovviamente dal mio fisico in generale.
Belli però i giorni della giovane età. Mi consolo con il fatto che ogni giorno è un giorno in più che resto QUI in contatto col medico di famiglia, con il cardiologo. con il gastroenterologo, con il reumatologo.
CON LO PSICOLOGO ANCORA NO, ALMENO FINO AD OGGI.

lunedì 28 luglio 2014

IL FURBASTRO

Tra la fine del 1949 e l'inizio del 1950 un commerciante romano in vista del Giubileo di quell'anno pensò bene di ampliare il proprio negozio di abbigliamento aggiungendo, oltre al reparto femminile anche uno più piccolo per quello maschile. Aveva previsto, giustamente, che l'enorme afflusso di pellegrini e turisti a Roma, gli avrebbe consentito di fare ottimi guadagni e, per l'occasione, oltre alle due commesse che già lavoravano nel suo negozio, ne aveva assunto altre due, più giovani. Assunse anche un uomo pratico del ramo per il reparto maschile ed anche per agire come una sorta di direttore. Il "direttore" assunto aveva trentadue anni, di statura media e di aspetto comune, non poteva effettivamente definirsi un bel ragazzo ma neppure brutto. Scapolo, sempre elegante, attirava soprattutto la clientela femminile poiché ciò che lo faceva apparire abbastanza piacevole era il suo carattere, il suo modo di agire e quello di essere oltre che un discreto parlatore anche un attento ascoltatore. A volte si compiaceva del suo savoir-faire quando soprattutto riusciva a raggiungere quanto si era prefisso. Con il trascorrere dei giorni il proprietario si sentiva abbastanza soddisfatto di come procedevano le cose nel suo negozio sia dal punto di vista commerciale sia da quello della perfetta armonia che regnava tra il personale. Il "direttore" se la cavava egregiamente nei rapporti con le colleghe sulle quali, quelle più giovani, una biondo-cenere e l'altra bruna, aveva già messo gli occhi. Il problema era quello di quale scegliere per le "manovre di accerchiamento" poiché entrambe non avevano nessun pari età con il quale mantenere alcun tipo di rapporto, erano molto carine se non di più e apparentemente disponibili almeno per un primo approccio. Studiò un piano, apparentemente molto semplice. Doveva accompagnarle alla loro casa, una alla volta naturalmente e quindi, prima qualche parolina per conoscere meglio i loro caratteri e le loro personalità poi man mano comprendere chi avrebbe gradito le sue avances. Lo scopo era quello di sapere chi delle due si sarebbe lasciata convincere ad avere con lui una relazione breve o di più lunga durata. Per questo, almeno per il momento, non si era posto il problema. Come prima volta, una sera, dopo che erano usciti tutti dal lavoro si avvicinò alla bionda e, con molta circospezione, si autoinvitò per accompagnarla e si accorse che lei gradiva questo suo interessamento. Ripeterono la passeggiata insieme ancora altre volte e tutto procedeva abbastanza bene ma non come lui avrebbe desiderato. Sempre pregandola di mantenere il "segreto" seguitarono a vedersi frequentandosi però ancora platonicamente. Lui allora decise di procedere con la bruna adottando lo stesso metodo. Volendo seguitare a vedere anche la bionda calendarizzò le serate in questa maniera: il lunedì assegnò il turno alla bionda mentre alla bruna assegnò quello del sabato.Una sera, era un lunedi, aveva dato appuntamento alla bionda davanti ad un bar che frequentava tutte le volte in cui si incontrava con le sue due giovani colleghe, abbastanza lontano dal negozio in cui lavoravano, ma erano le 21 passate e la bionda non si vedeva. Dopo circa dieci minuti lei arrivò ma non era sola, insieme a lei c'era anche la bruna. Entrambe avevavo stampato sulla bocca un sorriso beffardo e, andandogli incontro, la bionda lo apostrofò così
= direttore dei miei stivali ti vogliamo dire in coro che sei uno sciocco presuntuoso e che hai commesso dei grossi errori uno dei quali è quello, piuttosto infantile, di usare le stesse identiche parole e le identiche frasi ad entrambe. È bastato raccontarci quello che ci hai detto allorquando ci vedevamo con te, sia pure a giornate alterne, per capire che credevi di fare il furbo con noi ma sei soltanto un maldestro furbastro. Buona nottata" e se ne andarono lasciandolo a bocca aperta.
La mattina del lunedi successivo lui telefonò al proprietario del negozio nel quale lavorava e gli disse che doveva partire quel giorno stesso per raggiungere il proprio fratello in Australia.

lunedì 21 luglio 2014

IL GERMANICO

In una piazza vicino casa dove io transito all'incirca quasi tutti i giorni m'incuriosì tempo fa uno strano caso. Una panda blu scuro Fiat lì parcheggiata regolarmente a spina di pesce non aveva né il ticket pagato per la sosta e neppure autorizzazioni quale residente del Rione o disabile. Erano molte cose che incuriosivano di quell'auto: la targa automobilistica della Germania, i finestrini e il parabrezza completamente oscurati dall'interno con pezzi di cartone d'imballaggio perfettamente sagomati, alcuni oggetti sistemati all'aperto di fronte all'auto quali coperte, cuscini, tavolino e sedia pieghevole da campeggio, insomma c'era di tutto un po'. Qualche giorno prima avevo visto un signore di una settantina d'anni il quale seduto sul sedile anteriore, metà dentro e l'altra metà fuori, prelevava da una specie di zuppiera che teneva fra le mani qualcosa che mangiava lui e che in parte dava a gatti e piccioni i quali lo avevano attorniato.Venni a sapere da un mio amico residente a non più di venti metri dalla panda blu e da tutto il resto, che si trattava di una persona che viveva o sopravviveva in quelle condizioni da cinque o sei anni. Per mangiare andava negli orari prefissati ad un convento di suore poco distante, bussava e otteneva il tutto gratis. Per dormire quando faceva freddo si sistemava dentro l'auto e quando faceva caldo fuori all'aperto sul marciapiede dove si era attrezzato a dovere. Per il bagno invece poteva liberamente accedere ai WC di due bar nei pressi della piazza. Non aveva mai chiesto soldi a nessuno, né la polizia del vicino commissariato e neppure i vigili urbani o gli ausiliari del traffico avevano chiesto qualcosa a lui. Convivenza pacifica. Forse per distrazione o forse preso da altri pensieri, pur passando da quella piazza molto spesso, mi disinteressai completamente della strana storia anche perché non avevo più visto la panda parcheggiata e neppure il suo proprietario. Due giorni fa però, passeggiando vicino il giardino che si trova nella piazza, vidi il "germanico" che conversava con un anziano suo coetaneo il quale portava a spasso due barboncini muniti di regolare guinzaglio. Guarda guarda chi si vede mi dissi. Spinto dalla curiosità, visto che i due erano seduti in una panchina di quel giardino, andai a vedere se la panda era tornata ed invece, nello stesso posto di prima, era parcheggiata una "opel" bianca, mezza auto e mezza furgone, con i vetri schermati da carta di giornale, la targa germanica – non so se la stessa della panda precedente – stracolma di masserizia, oggetti d'ogni genere, varie pentole di tutte le misure poggiate sul sedile anteriore del passeggero ed altro ancora. Sul marciapiede, di fronte all'auto, in misura inferiore rispetto la volta scorsa, qualche altro oggetto coperto da un telo impermeabile di plastica scura. Girando intorno a questa nuova "casa del germanico" notai che sui vetri degli sportelli anteriori c'erano incollati due cartelli con la scritta a caratteri cubitali "NON SOSTATE TROPPO VICINO ALTRIMENTI NON POSSO ENTRARE O USCIRE". Inoltre, attraverso il parabrezza, notai anche che sul cruscotto era incollato un foglio formato A4 e vidi che si trattava di un verbale della Polizia municipale molto lungo dove c'erano frasi che non mi riusciva di leggere perchè scritte a caratteri minuscoli. Ero intento a cercare di leggere il contenuto di quel foglio ma mi accorsi che si stava avvicinando il "germanico" modestamente abbigliato e con sulla testa canuta uno zucchetto di lana da sciatore. In un italiano accentuato dal dialetto romanesco mi disse
= Ahò, che te voi compra' la machina? Guarda che te faccio fa' 'n'affare, nun costa tanto...
= Veramente stavo soltanto dando un'occhiata...
= Nun te proccupa', io ce abbito qua drento perché devi da sape' che so' stato a lavora' in Germania pe' un sacco d'anni, me so' comprato casa qui a Roma ma quanno so' tornato dalla Germania l'ho trovata occupata, nun me riesce manna' vvia la ggente che ce stà e a me me tocca vive così, te pare giusto?
= Direi proprio di no. Ad ogni modo le faccio i miei migliori auguri e scusi per l'intromissione...
= Ma de che? Anzi si aripassi de qua fatte vede, magara se pjiamo un caffé...
Il suo amico con i due cani lo chiamò
=Aristode' nun venghi?
= Arivo... Allora te saluto sor mae', statte bene.
= Grazie, arrivederci...=
E restai lì a bocca aperta per lo stupore.
Il "germanico" non era per niente germanico però aveva una nuova "casa".

lunedì 14 luglio 2014

LETTERA DA MIA MADRE

Ciao Aldarello.
Sì lo so, non è più il caso di chiamarti così alla tua età ma a me piace molto chiamare te e i tuoi fratelli – due dei quali insieme a papà stanno qui con me – come quando eravate bambini.
A proposito di bambini, quando diventasti più grande ti raccontai che al momento della tua venuta al mondo mi creasti dei problemi e corremmo entrambi qualche rischio ma poi tutto si sistemò. Forse è stato per questo che ho avuto un certo debole verso di te anche se invece tu eri il cocco di papà. Infatti, malgrado le marachelle, piuttosto grosse direi, che combinasti fino al compimento dei tuoi diciotto anni, ti ho voluto bene. Naturalmente il mio affetto e il mio attaccamento era anche per i tuoi tre fratelli, certo. Una delle marachelle era quella, non so se te la ricordi, di quando infilavi la mano nel ripieno di ricotta di mucca, canditi e scagliette di cioccolato che preparavo durante le festività natalizie per i cannoli siciliani, una delle mie specialità graditissima da tutti. Tu magari avrai pensato che mi fosse sfuggito il tuo armeggiare dato che ero voltata di spalle ed invece sapevo benissimo che eri tu "al lavoro" nella parte bassa della credenza di cucina.Comunque io e papà eravamo molto orgogliosi di voi quattro birbanti nonostante tutto quello che facevate. Purtroppo nel 1976, io avevo 66 anni, ho dovuto lasciarvi ed ho raggiunto papà che già ci aveva lasciati nel 1970. Sai perché ti scrivo questa lettera? Perché sia nel 1953 e sia nel 1966 e nel 1975 te la sei vista molto brutta, ma a me non faceva piacere andarmene prima di chiunque di voi quattro ragazzi. Ed è andata così. Infatti, pensa un po', stai arrivando alla tua veneranda età malgrado tutti i guai fisici che sopporti e che hai dovuto sopportare. Certo non scoppi di salute, tutt'altro, però tiri avanti.
Noi qui ovviamente non abbiamo radio e neppure televisione però siamo riusciti ad entrare nel tuo pc-Pasquale,vediamo tutte le tue scribacchiature e ne discutiamo, ma non ci dispiace leggerti. Praticamente stai ripetendo quello che facevi da bambino e da ragazzo inventandoti in parte tante storielle. Da uomo più che maturo stai ricordando anche molte cose del tuo e nostro passato arricchendole magari con un po' di fantasia. Non so se lo rammenti ma la tua insegnante delle elementari me lo diceva che tu eri bravo a fare i temi d'italiano ma poi, dopo la terza media, ti sei fermato, cioé, come si usa dire, ti sei "guastato col crescere". Adesso resta lì dove ti trovi, intendiamoci non che qui si stia male, però è preferibile essere ancora in carne, ossa e tutto il resto, credimi. Non ci sarà bisogno di avvisarci quando verrà il tuo turno, noi tutti lo sapremo prima. Salutaci affettuosamente tutti i nostri familiari, tuo fratello, le vostre mogli, i nipoti e le pronipoti. Intanto anche noi ti salutiamo abbracciandoti forte.
Mamma.


venerdì 11 luglio 2014

SONNO

La mia personalissima battaglia contro il sonno ebbe inizio quando cominciò la Seconda Guerra Mondiale, oltre 74 anni fa. Pensandoci bene mi piacerebbe battere questa sorta di record arrivando alla durata di quella dei cent'anni fra l'Inghilterra e Francia – protagonista tra gli altri la ben nota Pulzella d'Orléans Giovanna d'Arco. Credo che il motivo della mia insonnia derivi da un episodio che ancora ricordo benissimo. Avevo circa dieci anni e a casa mia noi quattro fratelli eravamo stati abituati da nostra madre ad andare a dormire non più tardi delle ventuno anche perchè non avevamo TV, all'epoca una perfetta sconosciuta. Io e mio fratello più grande – dodici anni – dormivamo in due lettini in camera da pranzo, gli altri due – di sei e quattro anni – nella camera da letto dei nostri genitori. Mia madre era solita rimanere alzata fino a tardi in attesa del ritorno di mio padre – macchinista di teatro - che rientrava dal lavoro poco prima di mezzanotte. Dopo aver sistemato quello che noi fratelli avevamo messo in disordine dentro casa era solita venire a sedersi in camera da pranzo a rammendare o a ridurre di misura gli abiti di noi due fratelli più grandi per poi passarli a quelli più piccoli. Nel frattempo ci raccontava fatti della sua gioventù fino a che non ci vedeva entrambi addormentati. Un giorno però mi raccontò l'episodio cui facevo cenno prima. Mi disse che non una ma almeno tre volte nel corso degli ultimi tempi, verso le ventitré, mezz'ora pù mezz'ora meno, io mi alzavo dal letto e, avviandomi in cucina, ad alta voce dicevo =mi devo sbrigare sennò faccio tardi a scuola=. Poco dopo tornavo dalla cucina e mi rimettevo tranquillamente sotto le coperte. Mia madre non mi diceva neppure una parola perché sapeva che non era opportuno svegliarmi. E meno male che non ho imitato il più piccolo dei miei fratelli il quale una volta, da bambino, vide sul tavolo di cucina un rettangolo di qualcosa di sostanzioso e, credendolo formaggio, gli dette un morso. Era sapone da bucato. Dalla fine della guerra non sono più un sonnambulo ma non riesco a dormire se non prendo una compressa di sonnifero. Quesito forse un po'stupido: chissà perché sulle scatole di compresse c'è scritto "per uso orale". Si possono usare in altri modi, ad esempio come supposte? Troppo piccole, non credo.Attualmente la situazione sulla faccenda sonno e derivati è la seguente: quasi tutte le sere alle 21 – 21.10 salvo imprevisti, metto un po' a riposare il mio pc-Pasquale. Cerco in TV un film o una trasmissione decente da vedere (quasi sempre però m'addormento) e, verso le 23 – 23.30 quando tali programmi solitamente smettono, prendo la compressa di sonnifero la quale per fare effetto, almeno su di me, ci mette quasi un'ora. Inganno l'attesa ritornando da Pasquale a cliccare qua e là quindi mezzo addormentato mi metto in pigiama e mi infilo nel letto.
La giostra quotidiana, serale, anzi notturna riprende a girare e, qualche volta, sogno.