lunedì 4 ottobre 2010

003 E' LA VOLTA BUONA ?

Mercoledì 5 marzo 2008 – ore 10,15 a.m. Per la terza volta in un anno (aprile 2007- ottobre 2007 - marzo 2008) faccio il mio ingresso all’ospedale con la richiesta di ricovero urgente prescrittami dal cardiologo. Dopo le formalità di rito per la registrazione d’entrata mi fanno accomodare in sala d’attesa mentre informano del mio arrivo il reparto dove dovrei essere ricoverato, se c’è posto . Nella sala d’attesa si trovano quattro lettighe e alcune poltroncine parzialmente occupate da alcuni pazienti che attendono. L’andirivieni è continuo, il tempo passa - e come passa - finché alle 15:00 vado da due operatori sanitari presenti in una stanza attigua e gli espongo i fatti. Loro mi assicurano che hanno già fatto quello che c’era da fare e che stanno aspettando risposte dal reparto per sapere quando si renderà disponibile un posto per me. Intanto mi fanno i primi accertamenti di rito. Non credo alle mie orecchie né alla mia vista quando in sala d’attesa fa il suo ingresso un operatore sanitario che pronuncia il mio nome e mi fa sedere in una sedia a rotelle. Sono le 16:20 p.m. Qualche minuto dopo, percorso un breve tragitto, sedia sempre sospinta dal giovane operatore, faccio il mio ingresso nello stesso reparto delle due volte precedenti. Mi si fa incontro un’operatrice sanitaria che appena mi vede, con un gran sorriso, esclama: "bentornato, bentornato". Mi assale la voglia di risponderle in malo modo ma riesco a trattenermi e, riconoscendola, le dico: "grazie, bentrovata, sempre qui?". Dopo alcuni convenevoli anche con altri operatori del reparto che si ricordano di me ed io altrettanto, entro nella camera assegnatami - la 156 - e prendo possesso del posto-letto assegnatomi - lettera B - al centro tra i due posti-letto contigui A e C. Sistemo le mie cose, mi metto il pigiama - a quadri bianco-blu, sembra una tovaglia d'osteria di campagna - ed inizia la mia “indagine” sul contenuto della stanza. Quando sono entrato nessuno dei due occupanti ha sussurrato alcunché dato che giacciono entrambi profondamente addormentati con la bocca aperta come aquilotti appena nati nell’attesa del cibo da mamma Aquila. Mi sdraio anch’io sul letto ed inizio a leggere L’eleganza del riccio di Muriel Barbery. Molto gradevole. Il mio apprezzamento è avvenuto di pari passo con la lettura. Ogni tanto scruto i miei vicini: quello alla mia destra, quasi mio coetaneo - saputo dopo dallo stesso interessato - porta in testa un buffo copricapo di lana che mi ricorda tanto il cappello dei sette nani di Biancaneve. La conferma arriva quando lui si alza e mostra il suo aspetto fisico: più basso di me - che è tutto dire - cicciottello, ventre calante e prominente. Per me lui si chiama Pisolo. Di quello alla mia sinistra riesco a scorgere soltanto il viso e allora mi torna in mente Buster Keaton - dev'essere il suo clone, famoso comico americano che non parlava né rideva mai. Da oggi in poi loro saranno per me Pisolo e Buster. Entra la dottoressa di guardia - dev'essere nuova dell’ambiente perché non l’avevo mai vista nei miei due soggiorni precedenti - e mi pone le domande rituali per la compilazione dell’anamnési. Per abbreviare la formalità le porgo la copia della mia cartella clinica relativa al mio precedente ricovero e la terapia farmacologica che sto seguendo in questo periodo. La quasi giovane dottoressa sorridendo compiaciuta si complimenta con me e mi confida che =magari fossero tutti così precisi= e pignoli aggiungo io, poi mi chiede se sono allergico a qualcosa ed io, d’impulso, =sì, ai medici=. Mi pare di scorgere il suo sorriso spegnersi lentamente. Poi mi visita, annota qualcosa sulla cartella, mi saluta e se ne va. Credo di aver detto qualcosa che non ha gradito. Appena uscita la dottoressa che in seguito vedrò molto raramente, Pisolo si alza dal letto, si siede sulla sua dura poltroncina di plastica ammorbidita da una sorta di cuscino di soffice tessuto bianco-neve a grossi pois neri. Mi viene in mente il film "La carica dei 101". Per prima cosa m’informa sull’inquilino del letto accanto al mio, il 156/C, cioè Buster. Il quadro che ne fa non è molto piacevole ma io spero, fiducioso, che la situazione sia meno fosca. Passa a parlarmi di sé, dei suoi acciacchi, della sua età e di quella del vicino - io attualmente sono il meno vecchio. Quindi mi dice che l’indomani se ne torna a casa. Beato lui. Mi sono preoccupato subito di domandargli:
=a zanzare come stiamo?=
=come mosche=
=cioè?=
=un esercito=.
Vabbe' lui è stato un militare di carriera, sempre seduto al Ministero Difesa e si può anche capire.
Alle zanzare penseremo stasera. Per fortuna ho portato da casa una batteria "antiaerea" di prodotti adatti allo scopo. Con il trascorrere delle ore e dei giorni ho avuto modo di verificare quanto spifferatomi da Pisolo su Buster. Purtroppo lui non si può alzare dal letto per seri impedimenti fisici ed è quindi costretto ad usare il campanello per chiedere aiuto a qualcuno del personale in maniera però troppo arrogante che indispettisce. Il fatto è che lo fa in continuazione anche per cose inutili e se qualcuno tarda a venire snocciola a voce alta una sfilza di bestemmie talmente forti da spaventare tutti. Poi ci aggiunge anche delle imprecazioni così pesanti da far inorridire anche il più violento dei scaricatori di porto. Buster poi adotta sempre una tattica. Dice -al vento perché nessuno gli da retta - peste e corna di tutto il personale, poi quando un’infermiera o un’operatrice sanitaria si presenta allora piagnucola, si lamenta, fa la vittima e, ringraziando a modo suo la persona che è intervenuta per aiutarlo, chiede scusa in maniera sfacciatamente ipocrita. Ogni tanto si vede sua figlia o suo genero che fanno l’indispensabile.
Giovedì 6 marzo 2008 – ore 5:00 alll’alba. A digiuno mi fanno gli esami clinici di rito:ECG, prelievi, temperatura, etc. In mattinata faccio un’altra domanda a Pisolo:
=oggi è giovedì, sai dirmi se per caso a pranzo passano gnocchi?=
=NOOO, magari. Perché?=
=perché non mi sono mai piaciuti=
Arriva mezzodì, l’ausiliaria porta i vassoi con il pranzo: primo gnocchi, secondo pollo.AIUTOOO!
Chiedo gentilmente se posso cambiare quei due piatti e ottengo una risposta positiva con l’avvertenza però che nei “rigatoni al sugo di pomodoro” e nella “fettina alla pizzaiola” c’è un po’ di sale. Non importa, mi dico, affronterò coraggiosamente qualsiasi evento, anche luttuoso. Poco dopo Pisolo ci ha salutato e ha lasciato vuoto il letto 156/A augurando buona permanenza.
Dopo circa due ore è venuta accanto a me una gentile infermiera la quale mi ha depilato accuratamente tutta la parte sinistra del petto pronta per l’intervento chirurgico fissato per l’indomani nella mattinata. Lentamente cala la sera, arriva la notte e Buster ogni tanto si sveglia e, tanto per cambiare, suona il campanello.
Venerdì 7 marzo 2008 – ore 9,00 a.m. Niente colazione oggi, è “IL GIORNO DELL’INVASIONE” -pardon dell’intervento. Dopo un po’ viene la mia personale ombra celeste - mio figlio - il quale mi segue passo passo fino alla sala operatoria dove mi ci porta in lettiga Caronte, ovvero Gaetano, il primo ferrista della sala operatoria, ormai un giovane-vecchio amico sin dal primo intervento dell’aprile 2007. Poi inizia la “fiesta” nel corso della quale si divertono tutti: i due cardio-chirurghi, l’assistente, il primo ferrista i quali continuano a scambiarsi battute piene d’ironia per tutta la durata dell’intervento che termina alle 12:10 circa. L’unico a non divertirsi sono stato io, anestetizzato solo localmente e pertanto poco disposto a partecipare se non marginalmente. Dopo che Caronte, sempre seguito dalla mia ombra-celeste, mi ha riportato in lettiga al mio letto tiro un bel respiro di sollievo. Strano, il letto 156/A è ancora libero. Non c’è stata alcuna nuova entree. L’inquilino del 156/C – Buster invece è lì che se la dorme a bocca aperta. Faccio appena in tempo ad ultimare il pensiero che fa il suo ingresso, accompagnato da moglie ed un figlio, seduto sulla solita sedia a rotelle, il “COLOSSO DI RODI”.Secondo i dati appresi col trascorrere delle ore tra me e lui spiccano le seguenti differenze: 84 anni d’età: 6 più di me, 190 cm.circa di altezza: 25 più di me, 106 Kg di peso: 40 più di me. Entriamo in confidenza abbastanza presto anche se certe volte faccio fatica a capirlo perché deve portare quasi sempre il boccaglio dell’ossigeno. Romano, lui con tutta la sua famiglia, nato nel quartiere Trionfale. Io e il Colosso abbiamo simpatizzato per tutta la durata del mio “soggiorno”. Anche se, specialmente di notte, quando gli viene voglia di cambiare posizione - capita spesso - il letto ed anche il resto trema tutto - scosse pari ad un terremoto d’intensità magnitudo 7. Lui ha sempre e soltanto due grossi desideri: dormire - anche lui a bocca aperta - e mangiare. Le giornate, lente a passare, procedono tra flebo, compresse, prelievi e cose del genere, sia per me che per Colosso del 156/A e Buster del 156/C.
Sabato 8 marzo 2008 – ore 21,00 p.m. Me ne sto seduto a leggere in attesa del sopraggiungere del sonno quando mi pare di sentire un continuo mormorìo. Mi guardo intorno per capire da dove proviene, protendo l’orecchio destro perché da quello sinistro non sento un “tubo" e resto a bocca aperta. Il mormorìo proviene dal letto 156/C occupato da Buster il quale sta recitando pater noster, avemaria e gloria patri nientepopodimenoche in LATINO. E come se non bastasse anche il rosario. Ma come, dico io, tiri giù bestemmie e moccoli giorno e notte e poi che fai ti metti a pregare?. Credi così di fare penitenza? Mah. Tanto vale non stupirci più di nulla.
Domenica 9 marzo 2008 – dall’alba al tramonto (ed anche oltre)
Lunedì 10 marzo 2008 – “ “ “
Nulla da segnalare su tutto il “fronte” se non le solite “lagne” di Buster-156/C e le “scosse telluriche” di Colosso-156/A.
Martedì 11 marzo 2008 – ore 12,30 a.m. Il 156/C-Buster viene dimesso. Nessun parente si è fatto vedere. E’ venuto a prenderlo l’autista del pulmino che trasporta i dializzati a casa propria. Accenna un saluto forzato ed esce dalla stanza sulla sedia a rotelle. Dal giorno in cui io sono entrato a quello odierno in cui Buster esce non l’ho mai visto né ridere o perloméno sorridere e neppure fare conversazione con chicchessia. Penso che si maceri dentro per le sue condizioni di salute. Appena il tempo di cambiare il letto e fare un po’ di pulizia che piomba veloce in stanza un nuovo arrivato sulla solita sedia a rotelle. Con lui ci sono moglie e figlia. Seduto in una delle poltroncine comincia a chiedere alle due donne, che nel frattempo stanno sistemando nell’armadietto numerosi suoi effetti personali,”che sono venuto a fare qui?”, ”che ore sono?”, ”quando si mangia?”. Né moglie né figlia per ora gli rispondono e lui continua "perché mi avete portato qui", "che ore sono", "quando si mangia", "di chi sono queste pantofole". La figlia Laura, grassottella, 33 anni, sposata, un figlioletto Marco di sei anni -ne siamo venuti a conoscenza subito dopo - vedendo la perplessità sui volti mio e del Colosso, mi si avvicina e mi fa =vi prego di scusare mio padre, sta in dialisi, ha il diabete e dopo quattro ischemìe cerebrali non ci sta più con la testa. E purtroppo ha perso anche la vista= E’ un comportamento educato e molto intelligente che noi abbiamo apprezzato.Mi si avvicina anche la moglie - ma perché a me?- e mi dice =a volte non si ricorda manco di noi e ripete sempre le stesse cose. Ha 74 anni ma fino a pochi anni fa stava bene. Lui è un buon napoletano, era un sarto prima di ammalarsi, ci vedeva bene una volta, adesso sembra che ci riconosce solo dalla voce. Si chiama Federico. Gli dia un’occhiata ogni tanto. Ah, ecco, è un fan di Mario Merola, delle sue canzoni, dei suoi film e delle sue sceneggiate a teatro e in TV. Conosce tutto di lui ma adesso non si ricorda più niente. Solo di nostro nipote Marco si ricorda.= Lancio uno sguardo al Colosso e allargo le braccia. Federico, cioé Merola, chiede l’orologio e le scarpe perché tra poco, lui dice, che deve andare a prendere Marco a scuola. Merola ha un fisico asciutto, piccolo di statura, capelli e sopraccigli folti candidi come neve, occhi nerissimi e attentissimi non so a che cosa perché volge lo sguardo a destra ed a manca. Prima della cena la moglie, Antonietta, settant'anni, mi ha raccontato una buona parte della loro vita. Fino a sera domande e risposte si sono ripetute varie volte: lui a chiedere i perché e le due donne a cercare di convincerlo e tranquillizzarlo. Terminato l’orario delle visite io, Colosso e Merola siamo rimasti soli ad aspettare il sonno.
Mercoledì 12 marzo 2008 – ore 1,30 (prima dell’alba) Le voci alterate di Merola e di un’infermiera del turno di notte mi svegliano di soprassalto. E’ in corso una discussione tra loro due perché lui chiede con insistenza vestiti e scarpe in quanto dice che deve andare a casa. Da parte sua lei cerca di farlo ragionare ma non c’è verso di fargli cambiare idea anzi più vanno avanti nella discussione più i loro atteggiamenti e le loro voci si alterano. Io e il Colosso stiamo a guardare ma non credo che possiamo fare nulla. Ad un certo punto l’infermiera esausta prende vestiti e scarpe di Merola e glieli mette con forza sul letto. Poi va a chiedere delucidazioni al medico di guardia. Trascorsi alcuni minuti torna con una siringa in mano e dice a Merola che gli deve fare un’iniezione. Peggio che andar di notte. Prima che tutto degeneri lui si convince in cambio della promessa che poi si potrà vestire. Quando l’infermiera se ne torna in medicheria mi alzo dal mio letto, mi avvicino e con la voce più calma e suadènte di questo mondo riesco, non so come, a calmarlo, a farlo ritornare nel suo letto, a dirgli che l’indomani sarebbe tornato da suo nipote Marco e rimetto i suoi vestiti e le sue scarpe nel suo armadietto. Manca poco che io gli sussurri una ninna nanna. Sembra però che, grazie all’iniezione, la cosa funzioni. Dopo un po’ l’infermiera, giustamente ancora incavolata, si affaccia nel piccolo ingresso della nostra stanza. Io le faccio cenno di non farsi vedere e le faccio capire di stare tranquilla. Lei si ritrae e mi guarda con un sorriso che non riesco a decifrare e che somiglia molto a quello affascinante ed enigmatico della Gioconda-Monna Lisa di Leonardo da Vinci. Avrò sbagliato? Non ho notizie al riguardo. All'ora d’inizio per l’ingresso dei parenti attendo in corridoio la moglie e la figlia di Merola e le metto al corrente della situazione invitandole a prendere provvedimenti in proposito dato che Merola dovrebbe avere vicino qualcuno 24 ore su 24, almeno secondo me. Entrambe si dichiarano completamente d’accordo e si recano a parlare con la caposala. Ottengono il permesso e la moglie decide di rimanere anche per la notte facendosi prestare una sdraia da una delle operatrici sanitarie. Quando la figlia di Merola se ne va mi abbraccia ringraziandomi! Perché? Apprendo con piacere dai cardiochirurghi in visita che l’indomani posso tornarmene a casa e seguitare per quindici giorni una potentissima cura antibiotica. Evviva! La giornata prosegue fino a tarda serata quando ad uno ad uno ci addormentiamo. Il primo è stato naturalmente Colosso seguito da Merola tranquillizzato dalla presenza della moglie, poi lei ed infine io, per ultimo, giacchè mi metto un po’a leggere. Alle 23:00 mi accorgo, aprendo gli occhi, che Merola, senza che la moglie profondamente addormentata se ne sia accorta, si è alzato dal letto e sta recandosi verso la porta per uscire. Sottovoce gli chiedo dove va e lui, volgendo lo sguardo verso un orologio che non ha, mi dice che vuole fare colazione poiché deve andare a prendere suo nipote Marco a scuola. Sveglio la moglie la quale appena si rende conto della situazione si precipita a prendersi cura del marito, lo calma, riesce a farlo ritornare a letto dopo un bel po’ di discussione.
Giovedì 13 marzo 2008 – ore 9,00 a.m. Dopo la bella nottata gli inquilini di questa stanza 156 si addormentano placidi tutti quanti. Veniamo svegliati dalle solite incombenze quotidiane. Fatte le medicazioni mi viene rilasciato il foglio di dimissioni dall’ospedale ed attendo l’arrivo della mia ombra celeste per ritornarmene a casa. La capo-sala – sempre la stessa dal 2007 - mi aveva chiesto se prima di andarmene potevo passare da lei per salutarla cosa che vado a fare ma, nel salutarmi, vedendo in lontananza uno dei cardiochirurghi gli chiede ad alta voce perché “dimette uno dei pazienti migliori sotto ogni aspetto?”. Io arrossisco e mi auguro che lo stia dicendo scherzando. Non ne sono molto lieto.Verso le 16:00 dopo aver fatto un po’ di conversazione tra me, il Colosso e la moglie di Merola mi accingo a riprendere a leggere quando mi accorgo che sul retro del segnalibro è stampata una ricetta culinaria per una zuppa di cipolle che mi fa un po’ sorridere. Chiedo ai due se gli va di conoscere tale brevissima ricetta e gliela leggo. Arrivato a metà alzo gli occhi e vedo che entrambi se la dormono placidi e tranquilli. Be' devo avere proprio una voce soporifera. Arriva mio figlio, mi aiuta a vestirmi e a riporre le mie cose nel borsone. In tutta fretta saluto quella parte del personale che riesco ad incontrare; abbraccio Colosso, Merola e la moglie. Non sono molto allegro.

29 commenti:

Paola ha detto...

Sei troppo forte!!!
Letto tutto d'un fiato tra sorrisi e risate per come riesci a definire e inquadrare tutti i personaggi che incontri... riuscendo a sdrammatizzare con solarità un ricovero!!!
Ciao carissimo Aldo ti lascio una dolce notte e un felice inizio settimana... bacioni!!!

la Volpe ha detto...

Buon inizio di settimana... E come sempre, grazie per questi racconti di vita vissuta che condividi con noi.

riri ha detto...

Che dirti caro Aldo? E' una parte di te che racconti in modo molto chiaro e bello. I ricordi di momenti difficili che si sono alternati ad incontri con persone che avevano problemi di solitudine e di comprensione umana e tu sei riuscito ad elargire a piene mani la tua umanità e toccante sensibilità. Posso solo dirti che è stato un piacere aver conosciuto sia pure in modo virtuale una bella persona come te.In questo mondo di egoismo cronico, credimi, tu sei una perla rara:-)

il giardino di enzo ha detto...

Ogni luogo è buono per incontrare persone e scambiare con queste un po' di solidarietà, una risata, una ricetta soporifera.
Basta poco per sentirsi umani, a volte un semplice sguardo può alleggerire le asperità della vita, basta incontrare una persona come te.
Ciao Aldo, buona settimana

Pupottina ha detto...

andare in ospedale è sembre preoccupante... di questi tempi, dico io, non si sa mai...
se posso evito...
tu però la prendi sempre per il verso giusto... eheheheheh... trovi il libro rilassante e pensi ad analizzare con occhio critico tutte le persone che incontri che grazie a te trovano l'immortalità in un post.....
eheheheheh
il più simpatico resti tu!!!
buon inizio settimana ^_________^

enrico ha detto...

Caro Aldo, l'ospedale è una schifezza di posto quando ci devi andare, ma se si riesce a tenersi un sorriso e una battuta ogni tanto, diventa anche quelloun logo vivibile oltre che purtroppo necessario.

Alberto ha detto...

Ecco Aldo, come da un non luogo che è l'ospedale riesci a tirare fuori con ironia l'umanità che temporaneamente ci vive. Ciao.

Sandra Maccaferri ha detto...

Mi sa che anche tu sei una "cara ombra celeste", caro Aldo!Paziente, gentile e comprensivo anche quando verrebbe forse voglia di far finta di nulla.
Buona settimana, carissimo.

Ellys...o meglio Martina ha detto...

Come fai a ricordarti tutti questi dettagli? Accienti mi hai incollato daavntia llo schermo per tutto il tempo della lettura!
Ma ora basta parlare di cose tristi, di operazioni, di ospedali e di persone che hanno bisogno di cure...voglio le storie d'amore che solo tu sai raccontare così bene!

Ernest ha detto...

Buona settimana Aldo
un saluto

Anna2 ha detto...

Ciao Aldo,
ora non devi fare altro che....
metterTi davanti al Tuo Pasquale
e solo pensare a NOI...scriverci tante belle storie vissute,
allegre,e spensierate,che fanno bene anche a Te,ed al tuo cuore.
E' un toccasana...
E,vedrai che starai molto meglio.
Ti auguro un buon inizio settimana,
Un grosso bacio ed un abbraccio.

cristiana ha detto...

Avevo già letto il tuo post questa mattina,ma solo ora ho trovato il tempo per commentare.
Un post interessante,come sempre, in cui s'intrecciano fatti commoventi,arguzia e la saggezza di chi sa prendere il destino con filosofia.
Quanto mi è piaciuto l'appellativo che dai a tuo figlio, 'OMBRA CELESTE'! C'è in questa parola tutto il vostro repripoco amore.
Dai un bacio a tuo figlio da parte mia,per cortesia.
Cristiana

luly ha detto...

Ciao Aldo, io ci sono :O)

Nounours ha detto...

Insuperabile, sotto ogni aspetto!
Ho letto con crescente interesse dall'inizio alla fine.
Bellissimo post, Aldo!
Ma ci sono così tante zanzare a Roma? Io non ne ricordo...
Ciao nounours

Ibadeth ha detto...

Perché non sei allegro? Ti dispiaceva lasciare l'ospedale?

Adriano Maini ha detto...

Certo che ne hai viste! E potevi proprio non essere allegro!

Il rospo dalla bocca larga ha detto...

Oramai è meglio che vedere le puntate di Dottor House o come si chiama lui... Da oggi abbiamo Dottor Aldo, anche se tu sei paziente e non medico... Ma un dottorato in narrazione ti spetta di diritto! :D

Clelia ha detto...

Ho letto le cronache ospedaliere, i tuoi occhi attenti, le caricature e le sfumature catturate dai tuoi occhi attenti.

Se non fosse un blog autobiografico potrebbe sembrare un libro.

Clelia

DIANA. BRUNA ha detto...

Aldo, sei proprio un Grande!!!!
Sei capace di sdrammatizzare anche quello che per altri sarebbe un continuo lamento!!!
Ma lo sai che a volte mi ricordi il mio babbo?
Anche lui che ha fatto avanti e indietro dall'ospedale per sei anni, spesso riusciva a fare diventare meno drammatiche le malattie sue e degli altri.
Durante le sue degenze faceva ridere tutti e molti volevano stare nella sua stessa stanza.
Quando arrivavo a trovarlo, trovavo sulla porta della stanza persone delle altre stanze che stavano lì per ridere delle sue trovate....era una specie di Totò perchè gli assomigliava anche fisicamente.
Povero babbo, amava così tanto la vita e mai aveva voluto arrendersi, fino al giorno prima...e io non lo dimenticherò mai mentre con gli occhi guardava lontano e disse di lasciarlo così, senza più cure...
Scusami Aldo per questo mio momento di tristezza.
Ciao Aldo
ti voglio bene
Bruna

giardigno65 ha detto...

strana bestia l'allegria ...

zefirina ha detto...

aldo meno male che ci sei

Angelo azzurro ha detto...

Hai chiuso dicendo " non sono molto allegro". Spero fosse solo il pensiero del rischio di tornare...
Ma noi, tutti i tuoi amici bloggers, faremo tutti il tifo, anzi tifissimo, per te in modo che la terza sia stata davvero l'ultima volta! Un bacio

Carlo ha detto...

Ciao Aldo e buona serata! Riesci a rendere gradevole una situazione che a me provocherebbe parecchia frustrazione!! Già ti ho confidato che l'ospedale, è un ambiente che mi mette "angoscia". Anche solamente varcare la soglia di uno di questi, come visitatore, mi procura uno stato di ansia che ancora oggi, nonostante l'età, non riesco a dominare. Semmai un giorno dovesse succedere (e faccio i debiti maschi scongiuri) ripenserò a questi tuoi magnifici racconti, per farmi forza!

Ripenserò alla vasta "umanità" che c'è in quei luoghi ed alla tua magnifica ironia nel raccontarla... ecco, credo che sia tutto da affrontare con ironia! Come fai tu!!!

In gamba Aldo!!!

Tina ha detto...

Vediamo...no...questa no...questa già detta...questa non basta... questa è superflua...no..gli ho già detto che è bravissiomo...ops
non ti ho detto che ti voglio un sacco di bene come a un fratello
;-))

Notte buona Aldo

Nicole ha detto...

Sei un acuto osservatore, e un ottimo scrittore...Perché focalizzi ogni personaggio e ne fai un' attenta descrizione. Sei fantastico!

Lu ha detto...

I tuoi personaggi sono sempre 'vivi' e le tue storie reali ed appassionanti. I tuoi scorci di vita vissuta sono una perla, caro Aldo.
Un grande abbraccio.

Galatea ha detto...

Aldo sei unico, ti seguo sempre con piacere, un abbraccio forte!

Pupottina ha detto...

buon mercoledì di pioggia (da me)
^______________^

Nicolanondoc ha detto...

Son passato e ripassato...ciao Aldo e buona serata :-)
Nicola