mercoledì 23 settembre 2009

quinta puntata de L'ANNIVERSARIO

Luciana, magrissima, bianca in volto, quasi irriconoscibile, con numerosi tubicini attaccati al suo corpo emaciato, gli fece cenno di avvicinarsi e con un filo di voce gli disse:

“Come stai? Scusa se non ti posso abbracciare…ho giurato a mio padre che se mi avesse lasciato la possibilità di poterti rivedere ancora una volta ti avrei fatto promettere di non voler conoscere la nostra bambina e di dimenticarti di lei…I miei si occuperanno di Antonella e lo faranno bene, ne sono certa…Non interrompermi, ti prego, sono allo stremo, da parte sua lui mi ha giurato che ti lascerà in pace ma soltanto se tu farai quello che ti ho appena detto. Sono stata felice con te, ti ho amato molto, ricordatene e ricordami… Ti prego!”

Armando piangendo e singhiozzando era lì che stava quasi per cadere in ginocchio quando entrò un medico, seguito da Mimma e dai genitori di Luciana che lo costrinse subito ad uscire. Ormai non c’era più nulla da fare.

Il giorno dopo il suo rientro a casa, il tredici settembre, Roberto riuscì a fargli sapere che quella stessa mattina Luciana si era spenta serenamente.

Anche se la notizia non poteva sorprenderlo per Armando fu un colpo tremendo.

Per parecchio tempo stentò a riprendersi ma poi le necessità della vita lo indussero a continuare a

vivere per sé e, ancora più doverosamente, per sua moglie Gabriella.

Dovette passare quasi un’eternità prima che Armando lasciasse perdere di pensare a Luciana ed alla loro figlia Antonella.

Intanto gli avvenimenti sconvolgenti di quegli anni unitamente al peggioramento delle condizioni di salute di sua moglie Gabriella se da una parte lo distraevano dal ricordare più spesso le due persone che avevano costituito una parte così determinante di quel breve periodo della sua vita, dall’altra parte lo occupavano e lo preoccupavano sempre di più.

Il referendum sul divorzio, l’epilogo del movimento di Lotta Continua, i vari atti di terrorismo,

il mancato sorpasso del PCI sulla DC nelle elezioni del 1976, l’assassinio del Professor Bachelet all’Università, il rapimento e l’uccisione di Moro nel’78 oltre la morte per consunzione della propria moglie Gabriella - anche se prevista - lo indussero a prendere una drastica decisione.

Contattò con non poche difficoltà il suo amico Roberto che era inoltre il padrino di battesimo di sua figlia Antonella e lo coinvolse in un’ultima richiesta di favore prima di partire per l’estero dopo aver lasciato per sempre l’Università.

Gli disse di chiamare Mimma e di pregarla di farsi trovare soltanto lei con la piccola Antonella, l’indomani pomeriggio alle sedici dinanzi l’ingresso principale del cimitero del Verano, spiegandole i motivi: desiderava conoscere la bambina e salutarla perché poi non si sarebbe più fatto vedere. Con la promessa che non avrebbe detto nulla riguardo al fatto di essere suo padre e del suo rapporto con sua madre Luciana.

L’indomani poco prima delle sedici, celandosi dietro uno dei banchi di fiori lì numerosi, attese pieno di speranza l’arrivo di Mimma ed Antonella.

Dopo circa venti minuti vide avvicinarsi al cancello la nota figura della cara Mimma che teneva per mano la copia in miniatura di Luciana: sua figlia Antonella!

Fingendo di incontrarle per caso le avvicinò, salutò cordialmente Mimma facendole capire che

tutto sarebbe andato secondo quanto promesso e si rivolse alla piccola:

“Ciao, tu devi essere la nipote di questa signora”

“No, lei è la tata”

“Ah già, mi sono confuso, scusami. Tu come ti chiami?”

“Antonella e tu?”

“Ehm io Federico e sono un amico di Roberto, lo conosci vero?”

“Sì, sì, è il mio padrino. Adesso io e tata andiamo a mettere i fiori dove sta la mia mamma”

“E posso venire anch’io? L’ho conosciuta la tua mamma, sai?”

“Tata può venire anche lui con noi?”

“Certo, però questo è un segreto come quelli che abbiamo io e te: nessuno deve sapere che abbiamo visto questo signore”

“Sì, devo parlarne solo con te”

“Brava, mi raccomando”

“Dimmi Antonella, posso sapere quanti anni hai?”

“Quasi sei e tra poco andrò a scuola, alla prima elementare”

“Perbacco, stai diventando grande, complimenti. Adesso vogliamo andare? Così mi fai vedere

dove sta la tua mamma “

“Vieni, vieni, sta qui vicino: ecco questo posto si chiama il pincietto e qui è dove sta mamma”

“E’ vero, quella è proprio la tua mamma, me la ricordo sai?”

“Però sta sola sola qui, papà sta in un altro posto, lontano; lui pure non c’è più, così mi hanno detto i nonni”

“Quando sarai più grande andrai a portare i fiori anche a lui”

“Adesso Antonella dobbiamo sbrigarci: dì una preghiera alla mamma e poi andiamo”

“Ciao mamma, stai tranquilla: quando sarò più grande andrò anche da papà”

Si salutarono. Armando e Mimma, trattenendo a stento le lacrime, fecero del tutto per non far capire alla piccola quello che entrambi stavano provando in quei momenti.

Con una infinita tristezza nel cuore Armando partì quella sera stessa per Parigi dove aveva trovato una prima sistemazione presso alcuni amici d’Università.

Circa dieci anni dopo questo doloroso incontro morì il nonno di Antonella e, appena trascorsi due anni anche la nonna. Mimma e Antonella - che nel frattempo aveva raggiunto la maggiore età e si era diplomata al liceo classico - rimasero sole in quella grande casa. Poiché non mancavano loro le possibilità economiche avendo Antonella ricevuto dai nonni una discreta eredità, decisero di comune accordo di continuare a vivere in quella casa anche perché Mimma da molto tempo aveva assunto le vere e proprie funzioni di una seconda madre.

Antonella aveva preso varie lezioni di pianoforte ma aveva anche dimostrato di non avere alcuna predisposizione per quello strumento, al contrario di sua madre Luciana come le avevano ripetuto spesso i suoi nonni e allora si iscrisse alla facoltà di Filosofia.

Sembrava destino, avevano commentato Roberto e Mimma che spesso si sentivano e si vedevano, la stessa Università del padre.

Invece successe una cosa particolare: dato che Mimma un giorno decise di mettere al corrente Antonella dicendole la verità sui suoi genitori lei ne rimase molto colpita, stentava quasi a credere che per tutto quel tempo l’avessero tenuta all’oscuro di un episodio così importante della sua vita.

Dopo averci pensato per una notte intera, l’indomani si recò all’Università e cambiò facoltà

iscrivendosi a Giurisprudenza: le era balenata in mente una certa idea.

Intanto cominciò a fare ricerche su suo padre contattando prima l’Ambasciata d’Italia in Francia, poi vari altri Consolati ed Ambasciate d’Italia praticamente in tutto il mondo, ostinatamente, quasi con un feroce accanimento.

Le era mancata una parte importante della sua vita ed intendeva ritrovarla a tutti i costi.

Continuò a cercare di avere notizie del padre per molti anni; mantenne sempre i contatti con il suo padrino Roberto benché lui si fosse trasferito in Danimarca con il suo Federico col quale si era anche sposato civilmente, nella speranza poi rivelatasi inutile che lui sapesse qualcosa di più, ma Armando sembrava sparito nel nulla.

Nel frattempo si era brillantemente laureata rendendo felicissima la dolce tata Mimma e dopo poco tempo partecipò, con notevole successo, ad un concorso per far parte della Polizia di Stato. L’entrata in servizio le consentì, contattando le persone giuste, di proseguire le ricerche su suo padre in maniera più accurata usando tutte le tecnologie possibili ed esaminando

centinaia di dati e di siti informatici ma si dovette arrendere: doveva abbandonare ogni speranza.

Per dimenticare si era buttata a capofitto nel proprio lavoro ottenendo ottimi risultati: divenne

Ispettore di Polizia e le furono affidati soprattutto casi di furto, rapine e truffe; aveva superato i trent’anni e, con grande cruccio di Mimma, non si era ancora “sistemata” così come le ripeteva spesso la sua ormai vecchia tata.

Ogni anno, il tredici settembre, si recava al cimitero per portare dei fiori a sua madre.

Recandosi lì si accorse che ai piedi della lapide era stato sistemato un bellissimo mazzo di fiori.

(fine della quinta puntata)

lunedì 21 settembre 2009

quarta puntata de L'ANNIVERSARIO

“Ti capisco, anch’io quando l’ho saputo ho tentennato un po’ poi però ho pensato alla felicità
che può dare la nascita di una creatura ed ho gioito ma non per molto”
“Che vuoi dire?”
“Da questi accertamenti è venuto fuori anche un altro risultato, non lo definirei buono, anzi”
“Luciana, guardami, non mi tenere così in ansia”
“Il fatto è che…ho anche un tumore abbastanza diffuso”
“Non può essere, una persona come te non può…”
“Sono una persona come tante altre alle quali è arrivato questo stesso regalo”
“Come puoi usare dell’ironia anche in questi frangenti? Ma ti rendi conto? No, no, dobbiamo subito risolvere il tuo problema che è il più importante, trovare al più presto una qualsiasi cura realmente efficace che possa…”
“La cura in realtà ci sarebbe ma le conseguenze e gli effetti collaterali che ne derivano nonché l’incertezza di un risultato favorevole mi hanno fatto prendere una decisione irrevocabile: non intendo sottopormi ad alcun tipo di cura, chemioterapia o altro”
“Ma come fai a ragionare così, ti rendi conto a quale rischio vai incontro?”
“E tu hai idea di quale rischio corre chi deve nascere? Anzi questo sì che non è incerto perché la cura che dovrei fare farebbe solo danni al nascituro”
“Allora per quest’altro problema ricorreremo a…”
“Non lo devi neppure pensare: io sono l’unica proprietaria del mio corpo ed anche di quanto,
sì, anche di quanto esso contiene”
“Non sei un recipiente, sei la mia Luciana, l’unica persona che non posso permettermi di perdere”
“Potrebbe non accadere”
“Ascoltami Luciana, tu non puoi decidere da sola: piuttosto dimmi chi è al corrente di questa tua
condizione?”
“Nessuno: ho preferito parlarne prima con te ma sembra che non sei d’accordo su quanto io ho già deciso”
“E’ vero ed è impossibile per me accettare una tale decisione. Perché non ne parli con Mimma ma anche con i tuoi genitori?”
“Te li raccomando i miei genitori: vedrai come reagiranno quando sapranno di noi e della nostra
bambina”
“Sai già che è una bambina?”
“Sì, e gode ottima salute”
“Ma perché mi hai tenuto all’oscuro per tutto questo tempo?”
“Volevo essere più che certa su entrambe le “novità”: sia sulla bambina sia sul seguito”
La discussione tra i due si protrasse a lungo ma Luciana era irremovibile ed Armando in preda alla disperazione; la implorò a lungo ma lei non volle dargli retta. Alla fine promise però che ne avrebbe parlato sia con Mimma che con i propri genitori ma disse ad Armando di stare molto in guardia perchè il padre avrebbe reagito molto male. Si lasciarono salutandosi tre le lacrime ma promisero a se stessi che comunque avrebbero continuato a lottare per loro e per la bambina.
Appena una settimana dopo quella triste serata Armando - che non aveva avuto più notizie né dagli amici Roberto e Mimma né tanto meno da Luciana - si trovava nella sua aula all’Università ed era in procinto di iniziare la lezione quando si presentarono alla porta due ufficiali dei carabinieri che gli chiesero di unirsi a loro per un colloquio al Viminale: lui intuì subito di cosa si trattava.
I suoi studenti, numerosi come al solito, cominciarono a rumoreggiare e stavano lasciando i loro posti ma Armando lì fermò perentoriamente dicendo loro di tranquillizzarsi perché questa volta si trattava di una faccenda personale e che le questioni politiche non c’entravano nulla.
Impiegarono poco meno di trenta minuti per arrivare a destinazione; venne introdotto nello studio del Capo dell’Ufficio Politico che era per l’appunto il padre di Luciana il quale, fissandolo negli occhi con uno sguardo feroce si rivolse ad Armando dicendogli:
“Come vede, egregio professore, stiamo parlando a quattr’occhi solo noi due ma si rende conto di avere sputtanato me e la mia famiglia? Lo capisce questo vero? Perché si dovrà anche rendere conto che io cercherò di rovinare la sua vita per sempre!”
“Io e Luciana ci amiamo e…”
“Tu, lurido bastardo, non ti permettere di nominare mia figlia! Per te non esiste, capito? Non devi neppure cercare di avvicinarti a lei e sai benissimo il perché: l’hai abbindolata, l’hai plagiata così come hai fatto e continui a fare con gli studenti che credono a tutte le panzane che tu cerchi di fargli entrare nelle loro zucche vuote”
“Lei non si può permettere con me questo suo modo di agire!”
“Io ti rovino, pezzo d’imbecille, lo vuoi capire si o no?”
“Io non ho commesso alcun reato”
“Il fatto che sei sposato, tra l’altro con una che non sta a posto con la testa, non ti dice nulla?”
“Lei non può parlare così di mia moglie”
“Ah già tua moglie…E tu e la tua mogliettina lo sapete cos’è l’adulterio? Lo sapete?”
“Lei cerca solo vendetta invece di cercare di salvare sua figlia e la bambina”
“Tu non puoi dirmi quello che devo o non devo fare: non ti è permesso neppure di pensare a loro perché da oggi tu avrai ben altro a cui pensare. Capisci quello che ti dico? Parolaio dei miei…”
“Sì ed è inutile che aggiunga altro: prenderò le mie decisioni”
“Tu puoi decidere soltanto di sparire dalla faccia della terra, questa sì che è una saggia decisione! Per adesso devi sparire dalla mia presenza! Capitano? Venga, ecco lo accompagni pure fuori dal Ministero l’illustre professore può rientrare al lavoro perché deve stare molto attento alle sue attività. Lo ha capito benissimo, vero professore? Stia molto attento!”
Finalmente terminato quel colloquio infernale Armando ritornò all’Università perché temeva che ai suoi studenti potesse essere venuta qualche balzana idea e non voleva in nessun
modo che altri fossero coinvolti e far prendere una brutta piega alla sua attuale situazione.
Passarono settimane, persino qualche mese ma lui non riuscì ad avere nessun tipo di informazione. Si era accorto peraltro di avere il telefono sotto controllo e di essere sorvegliato.
Voleva sapere dove si trovava Luciana e soprattutto come stava perché, secondo i calcoli che lei aveva fatto, doveva essere già arrivato il momento del parto.
Dopo una decina di giorni di settembre, una mattina mentre stava andando verso l’Università
venne avvicinato da uno studente del suo corso il quale, fingendo di parlare della imminente nuova lezione, gli disse sussurrando che doveva entrare nella vicina cabina telefonica, fingere di dover fare una telefonata e attendere invece lo squillo di chiamata.
Armando comprese subito che doveva trattarsi di Luciana; con tono scherzoso invitò lo studente ad avviarsi in aula ed entrò subito nella cabina poco distante. Finse di cercare un numero telefonico nella propria agendina ma appena suonò il telefono prese il ricevitore e se lo portò all’orecchio… Era Roberto!
“Ascoltami, non parlare: la nostra amica mi ha detto che è meglio tornare subito a casa!”
Il telefono venne riattaccato e lui, ritenendo di aver ben recepito il messaggio, invece di andare all’Università, tornò indietro nel suo appartamento.
Aperta la porta vide Giovanna, sua suocera, venirgli incontro con una busta in mano, l’aprì e vi trovò un foglio, lo lesse e sentì che il mondo gli stava crollando addosso.
Senza firma, scritto a macchina, il contenuto di quel foglio lo informava dove era ricoverata
Luciana che - ormai era in fin di vita - comunque aveva dato alla luce una bambina alla quale aveva dato il nome Antonella e desiderava rivederlo un’ultima volta.
Armando informò Giovanna che doveva assentarsi per un paio di giorni, la pregò di badare bene a Gabriella e di non farle mancare nulla, chiamò un taxi e si fece portare dove sperava di arrivare in tempo per rivedere Luciana.
Giunto a destinazione, davanti la camera dove presumibilmente era ricoverata, c’erano i genitori e Mimma la quale - senza dire una parola - gli aprì la porta e lo fece entrare.
(fine della quarta puntata)

venerdì 18 settembre 2009

terza puntata de L'ANNIVERSARIO

“Sei un’ottima pianista”

“Sono soltanto un’insegnante di pianoforte del Conservatorio”

Armando era affascinato dalle bellissime dita affusolate di…

“A proposito, tu sei Luciana?”

“Certo e tu sei Armando”

“Ci siamo visti venerdì sera all’Auditorium vero?”

“Io sì che ti ho visto ma tu forse neppure mi hai notato: ero in compagnia di Roberto, quel tuo collega di Università che ti ha accennato un breve saluto e tu hai risposto appena”

“Ho i miei motivi”

“Io potrei diventare uno di quei motivi”

“Che cosa c’entri tu?”

“Il tuo amico e collega Roberto dopo le mie ostinate domande mi ha raccontato di quello che ti è capitato e che ti sta capitando”

“Avrei preferito che non lo facesse ma tu che cosa c’entri?”

“Sono la figlia di quell’alto funzionario dell’Ufficio politico del Ministero Interni…”

“…Che mi assilla e cerca di impaurirmi con il suo atteggiamento e quello dei suoi uomini”

“Appunto!”

“Vuoi sottopormi ad interrogatorio anche tu?”

“Non ho nessuna intenzione del genere anche perché so pochissimo del lavoro di mio padre e quel poco che so non mi piace: ma è mio padre ed è bene che tu lo sappia, anche mia madre lavora nello stesso Ufficio”

“ La cosa mi lascia completamente indifferente perché io proseguirò ugualmente nelle mie attività che non sono affatto sovversive come tuo padre e quelli come lui vorrebbero far credere: non uso violenza, non faccio del male a nessuno ma sono tenacemente contro chi e come ci governa attualmente. Ed uso soltanto parole.”

“Che sono macigni”

“E’ una tua personale opinione ma non mi fa cambiare le mie idee”

“Vorrei cambiare discorso, sei d’accordo?”

“Come vuoi ma spiegami: cosa sono venuto a fare qui?”

“Una semplice conversazione. Intanto gradisci qualcosa? Bibita, caffè, the?”

“Preferirei un caffè se non è avvelenato!”

Luciana sbottò in una fragorosa risata e mentre seguitava a ridere si avviò verso la porta del salone per ricomparire, ancora sorridente, dopo qualche secondo.

“Il caffè è finito?”

“Sta arrivando”

Infatti, subito dopo entrò una donna sulla cinquantina di gradevole aspetto che portava un vassoio con due tazzine da caffè, un bricco ed una zuccheriera…

“Armando ti presento Mimma, la mia…”

“…Tata. Luciana dillo tranquillamente perché ti ho vista nascere, crescere e…”

“…Ed invecchiare. Sì, perché a trentadue anni mi sto avvicinando alla terza età”

“Non le dia retta! Oh scusi, lei è il professor Armando?”

“Niente professore, prego”

“Va bene, allora signor Armando: il mio nome è Domenica e come ha sentito questa birbante mi chiama e mi ha sempre chiamato Mimma ma a me fa piacere così come me ne ha fatto molto di più quando l’ho sentita e vista ridere. Che cosa le ha detto di tanto buffo da farle fare finalmente, quelle belle risate?”

“Perché, non ride mai?”

“Così come poco fa, mai! Deve averle detto qualcosa davvero divertente”

“Probabilmente”

“Beh adesso io debbo lasciarvi perché ho alcune commissioni da sbrigare: ci rivedremo signor Armando?”

“Mimma ti prego, puoi anche andare se vuoi: comunque penso che lo rivedremo ancora”

“Bene Luciana, allora vado. Ciao a voi due”

“Ho proprio l’impressione che tu gli vada a genio perché di solito non si comporta così quando vede altri ospiti.”

“Ne vede molti o uno in particolare?”

“Attualmente sono completamente libera e sola. Ci sono state in precedenza altre situazioni simili ma con risultati non proprio soddisfacenti e d’altra parte Roberto,il nostro comune amico,

lo sai come la pensa al riguardo.”

“E questo cosa c’entra? Io non mi sono mai permesso di escluderlo dal novero delle mie amicizie soltanto perché lui è…”

“Lo so benissimo perché ti tieni lontano da lui ma volevo solo farti capire che l’unica persona con la quale avrei potuto intrecciare una seria relazione sarebbe stato soltanto con Roberto ed invece non è proprio possibile…Però come unico fraterno amico non me lo lascio scappare!”

La loro conversazione andò avanti per più di un paio d’ore con argomenti tra i più vari ma sempre interessanti sotto numerosi punti di vista. Si rendevano conto che man mano che procedevano nella loro reciproca conoscenza si stava materializzando tra loro qualcosa di insolitamente particolare, speciale e piacevole.

Dovettero però interrompere quel loro incontro poiché entrambi avevano degli impegni: Luciana con due allievi che prendevano lezioni di piano privatamente, Armando atteso a casa da esigenze piuttosto onerose.

Decisero di rivedersi ancora ma di comune accordo stabilirono di prendere alcune precauzioni coinvolgendo le sole persone sulle quali potevano contare: Roberto che non si sarebbe mai tirato indietro ed anzi avrebbe sicuramente fornito loro ogni possibile appoggio e Mimma con la quale Luciana aveva uno straordinario rapporto di affettuosa complicità.

Come avevano previsto, grazie al prezioso aiuto di quelle due persone a loro così care, ebbero la

possibilità di incontrarsi sempre più spesso. A volte veniva loro da ridere pensando a come avevano organizzato il sistema degli appuntamenti: robe da cospiratori.

Con il passare del tempo però avvenne quello che avevano sperato e temuto. L’intensità e la

passionalità della loro relazione raggiunse vette elevate. Roberto, nei periodi in cui era occupato con il lavoro, metteva a loro disposizione il proprio appartamento mentre Mimma copriva Luciana, per le assenze prolungate da casa, inventandosi le scuse più fantasiose.

Armando era quello che accusava non pochi sensi di colpa ma poi, aiutato e confortato sia da Luciana sia da Roberto e Mimma, si rendeva conto della realtà, molto amara per lui e se ne faceva una ragione: ormai Gabriella era come se vivesse in un’altra dimensione e nessun’altro esisteva per lei.

Dopo qualche mese, una sera Armando venne contattato nella solita segreta maniera e gli venne riferito che Luciana doveva parlargli urgentemente. Fu predisposto il tutto e fu possibile fissare l’incontro quella sera stessa a casa di Roberto.

Quando Armando entrò Luciana era già in casa, seduta in poltrona: si alzò e gli andò incontro

come era solita fare, abbracciandolo con forza ma questa volta tremava. Perché? Lui si rese conto che c’era qualcosa che non andava e le chiese

“Come mai stai tremando?”

“Forse avrò un principio d’influenza”

“Ed è per questo che hai chiesto ai nostri amici di farci incontrare così in fretta e furia?”

“In realtà il motivo è un altro”

“Non tenermi col fiato sospeso. Qual è? C’entrano i tuoi genitori?”

“No, ma non voglio tirarla troppo per le lunghe: in questi ultimi tempi non mi sentivo molto bene e siccome il malessere non aveva alcuna intenzione di lasciarmi in pace sono andata a fare alcuni accertamenti. Oggi ho conosciuto il risultato: sono incinta!”

“Beh di solito questa è una bella notizia però non mi rendo conto se devo esserne contento oppure no”

(fine della terza puntata)

mercoledì 16 settembre 2009

seconda puntata de L'ANNIVERSARIO

Improvvisamente Luciana prese una decisione: si fece dare dal barman un salviettino di carta, prese una penna dalla borsa e scrisse qualcosa; poi piegò più volte quel salviettino e, dopo aver bevuto un caffè, fece per avviarsi ma ritornò subito indietro per avvicinarsi ad Armando al quale disse:

“Scusi, le è caduto questo biglietto, era qui sul pavimento accanto a lei”

“Grazie ma…”

Luciana senza voltarsi aveva già lasciato il bar incamminandosi verso il suo posto mentre Armando, distrattamente e preso alla sprovvista, dette una rapida occhiata al biglietto e senza neppure aprirlo se lo mise in tasca e ritornò anche lui al suo posto in sala.

Il concerto si concluse con la sinfonia N.41 in Do Maggiore K.551 Jupiter e fu un vero trionfo.

Quando il pubblico, dopo numerosi applausi, cominciò a defluire, i primi ad uscire furono Roberto e Luciana che sollecitò il suo accompagnatore ed amico a fare in fretta: non voleva essere vista da Armando né essere fermata dai suoi allievi che probabilmente di lì a qualche minuto avrebbe potuto incontrare.

Il suo intento era quello di evitare qualsiasi contatto visivo con quel professore.

Nel frattempo Armando stava aiutando molto delicatamente sua moglie Gabriella la quale, con evidente sforzo, si alzò dalla poltrona e appoggiandosi al marito uscirono insieme dalla sala e dall’Auditorium.

Giunti a casa c’era ad attenderli Giovanna, la mamma di Gabriella, rimasta vedova da qualche anno e che si era dedicata completamente alla figlia sin dal giorno di quel tremendo incidente.

Per loro era stata una salvezza soprattutto in quella circostanza e in considerazione delle condizioni di salute di Gabriella poiché Armando, che da un bel po’di tempo aveva interrotto ogni contatto con i suoi a causa di divergenze politiche, non avrebbe saputo come affrontare quella difficilissima situazione.

Dopo una frugale cena insieme alla suocera - che nel frattempo aveva provveduto ad occuparsi della figlia - Armando iniziò a cambiarsi per la notte e nel farlo si ricordò del biglietto che aveva in tasca e consegnatole da quella giovane donna.

Lui era certo di non aver mai avuto in tasca quel biglietto e quindi non poteva essergli caduto ma decise comunque di dargli uno sguardo.

Il contenuto, scritto a stampatello, era il seguente

CHIAMA 735974 LUNEDI ORE 16.00

DA TELEFONO PUBBLICO

Che cosa significava? E perché poi telefonare lunedi e non quella sera stessa, venerdi, oppure l’indomani sabato o l’indomani ancora, domenica? Si stava arrovellando il cervello per cercare di capire chi era quella giovane donna e che cosa voleva ma l’aveva vista così di sfuggita che non gli riusciva persino di rammentarne le sembianze.

Dopo il non felice esito dell’esperimento che aveva pensato di provare conducendo Gabriella ad assistere al concerto di quella sera, accantonò quel nuovo problema ripromettendosi di affrontarlo l’indomani.

Invece per naturali e più importanti impegni lasciò trascorrere sia il sabato che la domenica tanto

che soltanto il lunedì tenendo la solita lezione all’Università si ricordò del biglietto ed allora si mise a scrutare i volti delle studentesse presenti pensando che forse la giovane donna misteriosa potesse celarsi tra di loro. Niente! Fece anche un giro per le aule universitarie: poteva trattarsi di una delle colleghe e non trascurò neppure il personale amministrativo femminile ma senza alcun risultato.

Ci rinunciò e decise di attendere l’ora fissata nel biglietto e scoprire così di cosa si trattava: l’incuriosiva e l’insospettiva la perentorietà della frase che aveva letto.

Alle sedici in punto telefonò al 735974 e dopo il terzo squillo rispose una voce femminile:

“Pronto?”

“Pronto, sono Armando, con chi parlo?”

“Non sai chi sono?”

“No, come faccio a saperlo?”

“Non hai raccolto nessuna informazione? Avendo il numero telefonico non sarebbe stato difficile”

“Avevo altro da pensare che fare l’investigatore”

“Io ritengo invece che la tua sia stata una mossa molto intelligente avendo ricevuto un biglietto in una maniera così particolare e di quel contenuto, che ne dici?”

“Senti, ascoltami bene: non so chi tu sia né mi interessa saperlo”

“Non inquietarti adesso: so chi sei e che cosa stai passando in questo periodo anzi, non solo attualmente ma da qualche tempo”

“Eh no accidenti, adesso esigo una spiegazione! E poi cosa significa il fatto che ho dovuto chiamare da un telefono pubblico? Se lo facevo da uno privato avevo qualcosa da temere?”

“Te l’ho chiesto nel reciproco interesse”

“Ma insomma chi sei tu? Che cosa vuoi?”

“Mi chiamo Luciana, prendi nota del mio indirizzo di casa”

“Perché?”

“Vorrei parlarti, non temere, non è una trappola o qualcosa di pericoloso per te”

“Voglio crederti, anche perché non ho nulla di che preoccuparmi: dettami pure il tuo indirizzo”

“Scritto?”

“Si, vuoi che venga io da te? Quando?”

“Anche subito”

“Ma di cosa si tratta?”

“Ne parliamo quando arrivi: adesso ascoltami bene perché ti suggerisco alcune precauzioni che dovrai prendere”

“Se è uno scherzo sappi che non me lo posso permettere”

“A destra del portone chiuso del mio fabbricato c’è un citofono per trentadue numeri d’interno, sedici per scala: tu suona tranquillamente all’interno dodici della scala B, tanto nessuno ti ascolta e nessuno ti può aprire ma - nello stesso tempo - cercando di non darlo a vedere e per non far capire che stai venendo a casa mia, suona all’interno tre della scala A…Io so che sei tu e quindi il portone ti sarà aperto: basta che sali cinque gradini, ti dirigi verso sinistra e troverai la porta dell’interno tre della scala A”

“Vuoi lasciarmi parlare, per favore? Ti rendi conto di quanto è ridicola questa situazione?”

“A tra poco, spero proprio di non fartela sembrare tale. Ciao!”

Con la cornetta del telefono tra le mani Armando si rese conto soltanto che suonava libero: aveva

riattaccato! Ma che accidenti stava succedendo? Non riusciva a prendere una decisione qualsiasi.

Stare al gioco oppure ignorare completamente tutto l’accaduto? Ci pensò sopra per un po’ e poi si disse “Sarà una sciocchezza , ne sono certo ma voglio proprio vedere di che entità” e si incamminò verso quello strano appuntamento.

Giunto al portone che gli era stato indicato non ebbe difficoltà ad effettuare simultaneamente le due chiamate al citofono e, atteso qualche secondo, al suono della seconda si aprì lentamente una

delle due parti per l’accesso ed entrò nell’androne seguendo poi le indicazioni ricevute.

L’interno tre della scala A aveva la porta aperta dalla quale proveniva il suono di un pianoforte: riconobbe il brano musicale, era la Polacca N.6 in La Bemolle Maggiore Op.53 – Eroica – di Chopin ed anche eseguito magistralmente. Era una riproduzione? Oppure? Restò di stucco e soltanto quando si accorse che il brano era quasi terminato suonò il campanello per far capire che

c’era qualcuno alla porta.

“Avanti, puoi pure entrare e chiuderti la porta alle spalle”

Riconobbe la stessa voce femminile che aveva sentito al telefono un’ora prima ed attraversato il

lungo corridoio entrò in uno splendido salone, ad un angolo del quale proprio vicino alla finestra c’era un pianoforte a coda e seduta davanti una giovane donna: lunghi capelli corvini, un pallido viso ovale, una bellezza delicata…La giovane donna del bar dell’Auditorium!

“Eri tu che suonavi?”

“Sì!”

(fine della seconda puntata)

lunedì 14 settembre 2009

L'ANNIVERSARIO - Prima puntata

Mancavano circa venti minuti all’inizio del concerto ma la sala dell’Auditorium era già quasi esaurita in ogni ordine di posti. Soltanto alcuni ritardatari si accingevano ad occupare il proprio posto.

I biglietti d’ingresso erano stati letteralmente presi d’assalto dagli appassionati già da parecchi giorni e d’altra parte l’avvenimento lo meritava: l’indiscusso valore della più che nota Orchestra di Santa Cecilia, la famosa bravura del suo Direttore, il programma della serata che era tra i più allettanti poiché prevedeva notissimi brani del grande compositore Wolfgang Amadeus Mozart quali, ad esempio, i vari concerti per pianoforte ed orchestra, per clarinetto ed orchestra, per flauto ed orchestra ma soprattutto quello che interessava di più ad Armando, il “Concerto per violino ed orchestra N.3 in Sol Maggiore K. 216”.

C’era un motivo ed era molto importante per lui e per sua moglie Gabriella che gli era seduta accanto: desiderava suscitare in lei l’interesse di una volta ma non era affatto sicuro che questo ennesimo tentativo avrebbe avuto l’esito che si augurava.

Frattanto Roberto entrando in sala sollecitava a più riprese Luciana che si era soffermata a parlare con dei giovani che l’avevano incontrata nel foyer.

“Vieni, Luciana, troviamo i nostri posti che tra poco inizia il concerto”

“Eccomi, eccomi, non siamo in ritardo, c’è ancora qualche minuto prima che…”

“ Se io non ti metto un po’ di fretta tu saresti capace di continuare a chiacchierare con quei ragazzi chissà fino a quando”

“Quelli sono i miei allievi e sono arcicontenta che mi abbiano dato ascolto e siano venuti qui anche se lassù dove hanno preso posto l’acustica non è delle migliori”

“Considerate le loro possibilità economiche c’è comunque da ammirarli”

“Certamente. Vieni, ecco questi sono i nostri posti. Ma chi stai salutando? Perbacco! Chi è quell’uomo così affascinante? Un tuo amico o…di più?”

“Sss Luciana, ti prego, innanzi tutto abbassa la voce, e poi non potresti smetterla una volta tanto di punzecchiarmi perché sono, insomma, perché sono quello che sono?”

“Ma si, stai tranquillo, so benissimo che tu ed il tuo Federico formate la coppia più fedele che esista, la mia era soltanto una battuta: lo sai che ti considero sempre come il mio fratello maggiore”

“E allora portami un po’ di rispetto; comunque quella persona così interessante per te e non per me è un mio collega d’Università: lui è docente di filosofia ed è anche laureato in sociologia. Se ti interessa si chiama Armando e siamo coetanei, avendo entrambi superato la quarantina.

E’ stimato, anzi quasi adorato dai suoi studenti”

“Specialmente dalle studentesse, ne sono certa”

“Questo è sicuro ma lui - oltre che essere un docente molto serio e preparato - è anche sposato…Vedi quella bella donna seduta accanto a lui? E’ la moglie, una bravissima violinista diplomatasi al Conservatorio proprio come te, solo che tu sei diplomata in pianoforte ed insegni mentre lei - a suo tempo - dopo aver vinto brillantemente un difficile concorso è entrata a far parte proprio di questa orchestra di Santa Cecilia come violinista di seconda fila”

“Sai qualche altra cosa su di loro?”

“Su di lui potrebbe esserti più preciso tuo padre”

“Mio padre? Ma…E che cosa c’entra ?”

“Non è il più alto funzionario in grado all’Ufficio Politico - o come si chiama - lì al Viminale, al Ministero dell’Interno?”

“Sì, so che lui è il Capo o qualcosa del genere, almeno per quel poco che so io poiché non sono per nulla interessata all’attività di mio padre”

“Adesso sta iniziando il concerto: al primo intervallo cercherò di informarti meglio”

“Dovrai farlo per forza!”

Durante la prima parte del concerto Luciana più che prestare ascolto ripensava a quello che le aveva appena detto Roberto e, cercando di non farsi notare, ogni tanto volgeva il proprio sguardo dove erano seduti Armando e Gabriella.

Le appariva stranissimo l’atteggiamento dei due: lui che sussurrava qualcosa all’orecchio di lei accarezzandole nel frattempo le mani, lei che fissava il suo sguardo avanti a sé immobile come una statua e non perché attenta alla melodia ma come se la sua mente, i suoi sensi, si trovassero altrove.

Al termine della sinfonia n.40 in sol minore K.550 venne effettuato il primo intervallo durante il quale Roberto cercò di rispondere, per quel poco che era di sua conoscenza, alle insistenti domande di Luciana e la informò che Armando era considerato da molti uno dei più convinti sessantottini dell’epoca, antifascista, assiduo partecipante a tutte le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, convinto pacifista, gandhiano, antirazzista, sostenitore di Nelson Mandela, di Martin Luther King e del nobile insegnamento di Aldo Capitini il quale affermava, tra l’altro, che la non violenza è apertura all’esistenza, alla libertà e allo sviluppo di tutti gli esseri e perciò interviene anche nel campo sociale e politico, orientandolo .

Però Luciana gli domandò che senso aveva collegare il docente a suo padre ed al suo lavoro.

Roberto le spiegò allora che lo avevano etichettato – sbagliando - becero comunista, rivoluzionario e addirittura terrorista sia perché fondatore insieme ad altri di “Lotta Continua” un movimento di estrema sinistra - in realtà anti PCI dell’epoca - ed in seguito editore dell’omonimo giornale, sia perché le sue lezioni universitarie - affollatissime e seguitissime da una gran massa di studenti - erano temute da tutti: governo, partiti politici, sindacalisti, forze dell’ordine che lo accusavano di sedizione, di incitamento alla rivolta , di tentato rovesciamento delle istituzioni dello Stato e via dicendo.

La realtà era che lui faceva di tutto perché studenti e lavoratori uniti lottassero contro l’attuale

sistema usando parole che all’orecchio di qualcuno erano da considerare più che bombe dirompenti, quasi da anarchia assoluta.

Perciò schedato, sorvegliato, molte volte prelevato e condotto presso le competenti autorità per accertamenti e interrogatori, però sempre ed in brevissimo tempo rilasciato libero per l’inconsistenza delle accuse che gli venivano rivolte

Ma Luciana voleva anche sapere qualcosa sulla moglie di Armando la quale, sin dall’inizio del concerto ed anche durante, era rimasta sempre immobile, senza nessun tipo di reazione né cenni di approvazione o meno, completamente assente,

Roberto le dovette quindi raccontare del terribile trauma subìto soprattutto da Gabriella quando a causa di un incidente d’auto morì il loro bambino di appena due anni mentre lei subì alcune ferite piuttosto serie che le impedirono in seguito di poter continuare ad essere la bravissima violinista di una volta.

Armando, che quella mattina non si trovava con loro, aveva reagito all’accaduto lasciandosi coinvolgere ancora di più nella lotta politica senza concedersi alcuna tregua mentre Gabriella, letteralmente sconvolta anche perché fu soltanto sua la causa dell’incidente, si rinchiuse in se stessa e da più di tre anni si era ridotta come un automa, come se la vita non le interessasse più. Spiegò a Luciana che lui era al corrente di tutte queste cose in quanto amico molto intimo di Armando il quale però quando si accorse che le cose - per via della politica - stavano prendendo una brutta piega lo pregò, nel suo interesse, di interrompere questa loro amicizia.

Roberto ci rimase molto male ma comprese benissimo il perché: Armando non desiderava che restasse coinvolto anche lui nella lotta che aveva intrapreso.

Intendiamoci, spiegò a Luciana, lui non voleva essere identificato come un Ciceruacchio, un Masaniello o un capopopolo ma era fermo nelle sue convinzioni.

Stava iniziando la seconda parte del concerto e Roberto e Luciana si zittirono.

Terminato il concerto per flauto e orchestra n.1 in Sol Maggiore K.313 ebbe luogo il secondo ed ultimo intervallo: molte persone si alzarono e tra queste anche Armando.

Luciana, che non lo aveva perso di vista, si alzò anche lei e senza accennare nulla a Roberto lo seguì: si fermarono entrambi al bancone del bar, leggermente discosti l’uno dall’altra, e fecero le loro rispettive ordinazioni.

(fine della prima puntata)

venerdì 11 settembre 2009

ANCH' IO SONO STATO BAMBINO

Per quello che ricordo lo sono stato dai cinque ai dodici anni, più precisamente dal 1935 al 1942; poi gli eventi successivi mi hanno fatto crescere molto rapidamente per vari motivi.

Penso che al giorno d’oggi i dodicenni sanno molto ma molto più di quando io avevo la loro età.

Dal ’42 al ’48 sono diventato un’altra cosa. La guerra, i bombardamenti, la fame, l’occupazione nazi-fascista, quella successiva degli “alleati”, la disoccupazione e chi più ne ha più ne metta hanno inciso sul mio mutamento. Non solo il mio, penso.

All’età di cinque anni presi la laurea in medicina e due schiaffoni, più un ulteriore supplemento.

A quell’epoca abitavo al terzo piano di un fabbricato piuttosto vetusto e casa mia, l’interno 11, confinava a sinistra con l’interno 12 e a destra con l’interno 10 che a sua volta confinava con l’interno 9: due camere e mezzo, un lungo corridoio ed un cesso – né bidet, né vasca e neppure doccia - talmente piccolo che anziché all’interno si trovata all’esterno dell’appartamento nell’angolo di una piccola loggetta che dava sul cortile interiore.

Prima quella era stata casa mia e della mia famiglia, poi ci trasferimmo all’interno 11, leggermente più grande ma con il cesso in casa. In questo appartamento nacque il mio quarto fratello oggi settantaduenne.

L’interno 9 fu affittato ad una famiglia composta di cinque persone: padre, madre e tre figlie femmine che avevano all’incirca l’età di noi quattro fratelli.. Una di loro, la più piccola, aveva la mia stessa età, 5 anni, e quindi eravamo diventati amici per la pelle e giocavamo tutti i giorni sul pianerottolo davanti le nostre rispettive dimore. Questo perché, essendo ancora troppo piccoli, non potevamo andare a giocare nel cortile e neppure in strada.

Accadde che un giorno, mentre io e la mia coetanea eravamo seduti sui gradini della scala comune che conduceva a tutte le abitazioni, rigorosamente davanti i nostri appartamenti, le proposi di fare un gioco che andava molto di moda: il dottore e l’ammalata. Lei mi disse che le faceva male qua, là, sopra, sotto e io allora la visitai scrupolosamente, forse anche troppo, tanto che, entrambi presi dal gioco, non ci accorgemmo dell’arrivo della sua mamma che ritornava dal mercato. Si scatenò il finimondo. I primi due schiaffoni li ricevetti io a titolo probabilmente del pagamento del mio onorario, gli altri però non raggiunsero la destinazione voluta in quanto l’ammalata si era andata a nascondere chissà dove. Mentre io mi disperavo le due mamme, la mia e l’altra, erano lì che discutevano per sapere a chi andava attribuita la colpa di quanto era accaduto. Alla fine decisero entrambe che c’era un solo colpevole: il dottore. Cioè io! Dopo di che ricevetti un supplemento d’onorario per la visita medica effettuata. Non vidi l’ammalata per parecchio tempo, evidentemente era guarita.

Trascorsero i giorni, i mesi e gli anni. Noi tutti crescevamo, ma frequentavamo comitive diverse. Circa tredici anni dopo quel giorno fatidico la famiglia dell’interno 9 traslocò altrove.

Negli ani successivi, dopo sposato, io mia moglie e nostro figlio si andava tutte le domeniche al mare, Lido di Ostia, sempre nello stesso stabilimento balneare dove rimanevamo fino il pomeriggio inoltrato, pranzando nel ristorante del medesimo stabilimento. Fu così che una domenica dell’estate del 1967, non ricordo giorno e mese ma l’anno sì, ero appena uscito dalla cabina dove ero andato ad indossare il costume da bagno, quando vidi uscire dalla cabina accanto alla nostra una bagnante, alta poco più di me e, credo, della mia stessa età. Abbronzata fino all’inverosimile indossava un bikini microscopico. La seguivano un paio di bambine e un uomo, forse il marito. Mi passò accanto, non mi degnò di uno sguardo e neppure mi riconobbe: io invece sì! Era l’ammalata, la mia paziente di troppi anni prima.

Dottore e ammalata? Capitolo chiuso, purtroppo.

Torno indietro negli anni bambineschi nel corso dei quali mia madre m’insignì di un titolo, non nobiliare. In pratica un nomignolo: “lisceo”, dato che ogni volta che suonava qualcuno e veniva a trovarci gente io correvo in gabinetto e cercavo disperatamente di lisciare sulla nuca un ciuffo ribelle. Non ci sono mai riuscito. Un altro nomignolo me l’affibbiò una mia zia, sorella di mia madre, la quale, ancora signorina, venne a stare da noi. Eravamo già in sei, con lei sette, per poi diventare otto, quando si sposò e nove quando le nacque il primo figlio. Tutti felicemente abitanti in quel piccolo appartamento! Alla zìetta, così la chiamavano noi, prima di sposarsi, le piaceva portarmi con sé a passeggiare e mi chiamava “ciciornia” perché a ma piaceva fare il cicio, diceva lei. Coccolavo e mi facevo coccolare volentieri.

Entrambi i due nomignoli, lisceo e ciciornia, mi rimasero incollati addosso perloméno fino ai 15-16 anni se non di più.

In qualche occasione particolare, quando era possibile, mia madre cucinava l’abbacchio, vale a dire l’agnello, ma quando questo accadeva, prima di sedersi a tavola io andavo da mia madre intenta a predisporre le porzioni per tutti e le dicevo, piagnucolando, che non volevo mangiarlo perché l’agnello era troppo piccolo.

Sempre nel corso di quel periodo 1935-1942 divenni protagonista d’altre vicende. Ne ricordo perfettamente almeno due.

1^) Durante le feste natalizie mia madre, siciliana di non so quante generazioni, prima di sposarsi non ancora diciottenne, aveva lavorato in un laboratorio di pasticceria assai rinomato in buona parte della Sicilia. La sua specialità erano i famosi cannoli siciliani. Lei se ne stava ore e ore in cucina dove per prima cosa preparava la crema a base di ricotta, zucchero, scaglie di cioccolato, pezzettini di canditi e non so più che altra leccornia, la metteva in una zuppièra di ceramica e la riponeva nella parte inferiore di un credenzone in cucina. Poi si accingeva a preparare il cannolo vero e proprio, operazione molto delicata e difficile, ma non per lei. Io, non appena sentivo venire dalla cucina quell’odorino molto speciale, mi appostavo nei pressi con fare indifferente e, approfittando di un momento d’assenza o di distrazione di mia madre, mi avvicinavo al credenzone, aprivo uno degli sportelli inferiori, infilavo una mano e mi appropriavo di una bella manciata di crema senza curarmi delle tracce che lasciavo. Le reazioni di mia madre quando si accorgeva del furto erano tremende.

2^) La guerra e i primi tempi del dopoguerra erano difficili per quanto riguarda la reperibilità di molti alimenti e tra questi lo zucchero. Avevamo in cucina due piccoli vasi rettangolari di fine porcellana di Baviera, bianchissimi con tanto di disegnino azzurro dipinto sul davanti e le scritte Caffé in uno e Zucchero nell’altro. Ma erano entrambi spesso semivuoti. Un giorno ero seduto al tavolo di cucina per fare colazione e, mentre mia madre si era allontanata per fare qualcosa, io presi il vaso dello zucchero, letteralmente vuoto, e con un cucchiaio raschiai con una certa forza il fondo del vaso stesso tanto che lo bucai. Apriti cielo. Ricordo le corse dentro casa con mia madre che cercava di prendermi, ma non ci riuscì. Forse voleva abbracciarmi? Chissà?

Ad ogni modo il cimèlio è tuttora conservato in casa di mio fratello più grande. Entrerà a far parte di una mostra in un museo. Almeno credo.

Sì, sono stato anch’io bambino ma forse anche un po’ pestifero.

martedì 8 settembre 2009

L'ERRORE

Lavoravo da circa due mesi presso una società finanziaria, in un ufficio piuttosto elegante, ampio e suddiviso in varie stanze ancora semivuote poiché l’attività aveva avuto inizio da poco. Noi dipendenti eravamo in tre, delle quali una la maggiore aveva le funzioni di segretaria particolare del capo. Fu lei che c’informò del fatto che l’indomani mattina avrebbe iniziato a lavorare con noi un altro dipendente, già pratico del nostro lavoro, ma con mansioni uguali alle nostre: semplice impiegato. Ci disse anche che il nuovo collega si chiamava Riccardo, aveva circa 55 anni, sposato e due figlie grandi. Quasi la stessa età di Silvana, la segretaria, poco più che cinquantenne, sposata anche lei e tre figli, mentre l’altra collega più giovane, Nicoletta era una ventenne e soltanto fidanzata. Io, Stefania, venticinquenne, ero sposata da appena due anni ed avevo un bel maschietto di un anno affidato alle cure dei nonni, miei genitori, dato che anche mio marito lavorava dalle 8 del mattino alle 20 di sera mentre, pur facendo orario unico, io iniziavo alle 9 e terminavo alle 16, con un’ora di pausa pranzo. E’ il banale inizio di una storia che per me non fu per niente banale. Il capo molto soddisfatto di come andavano gli affari, decise di assumere altre due persone e ne diede l’incarico a Riccardo il quale fece venire a lavorare con noi un suo amico trentenne, già pratico in quel campo e un giovane di 18 anni, molto svelto, che era alle prese col suo primo impiego. Ci sentivamo tutti freneticamente rivolti verso il raggiungimento di uno scopo comune, quello di migliorare e sviluppare sempre di più l’attività con reciproca soddisfazione, nostra e del capo. Non avevamo quasi mai il tempo di scambiare fra di noi colleghi alcun commento di natura personale, presi com’eravamo dal nostro lavoro. Io, però, iniziai a notare che Riccardo, cercando di non farsene accorgere, ogni tanto mi guardava di sottecchi e, se per caso incrociavo il suo sguardo, mi sembrava di vederlo arrossire e, in ogni caso, volgeva subito gli occhi verso un’altra direzione. Ciò accadeva anche quando, per ragioni d’ufficio, doveva rivolgersi a me per l’espletamento di una pratica, cosa che avveniva spesso e allora percepivo in lui una lieve trepidazione. Le due cose non è che m’infastidissero però sembrava che mi ponessero in una situazione che non riuscivo a controllare, come se, involontariamente, mi fosse trasmessa la stessa trepidazione. Trascorsi tre mesi fui informata da Silvana, la segretaria del capo, che a partire dal giorno dopo io avrei dovuto lavorare in stretta collaborazione con Riccardo dato che il settore di cui lui si occupava era in netta crescita e c’era la necessità di continuare ad affidargli tale incarico con l’ausilio di un’altra persona. Mi venne da chiedere a Silvana se la richiesta era partita da Riccardo stesso ma lei, forse un po’ stupita, mi assicurò che la decisione era stata presa direttamente dal capo senza suggerimenti né suoi né di nessun altro. Sulle prime rimasi un po’ perplessa, ma poi compresi che probabilmente si era tenuto conto della mia esperienza rispetto all’altra collega, Nicoletta, il che comportava un implicito riconoscimento del mio personale apporto all’ottimo andamento dell’ufficio. In poco tempo Riccardo cominciò a farsi notare: amichevole con chi poteva esserlo, cortese, discreto e educato con chiunque, molto disponibile specialmente verso di noi, sue colleghe. Con il suo arrivo, l’attività dell’ufficio diventò quasi frenetica; i clienti aumentavano giorno per giorno e tra questi molti erano conoscenti di Riccardo poiché lo erano già stati nel suo precedente posto di lavoro. L’indomani mattina mi presentai nell’ufficio di Riccardo e gli chiesi se fosse stato informato che da quel giorno dovevo collaborare con lui ed aiutarlo nel settore di cui si occupava da qualche tempo, così come era stato deciso dal capo. Da come mi accolse compresi subito che non sapeva nulla circa questa decisione e mi fece capire che ne era lietissimo. Un giorno, era il suo compleanno, io, Silvana e Nicoletta decidemmo, di comune accordo, di fargli un regalo accompagnato da un biglietto, dove scrivemmo una frase molto affettuosa. Facemmo un brindisi molto sbrigativo e ci scambiammo vari reciproci apprezzamenti. Ricordo che io fui particolarmente cordiale con Riccardo e lui altrettanto. A distanza di tanto tempo devo convenire con me stessa che quello fu il giorno del mio primo passo verso l’errore. Una ventina di giorni dopo il suo compleanno, nelle prime ore di un pomeriggio, Riccardo mi disse che doveva dettarmi una lettera, mi chiese di sedermi alla macchina per scrivere e di inserire un foglio non intestato dell’ufficio poiché per il momento si trattava di una sorta di bozza. Feci quello che mi chiese ed attesi, ma lui iniziò a passeggiare avanti e indietro lungo tutta la stanza: evidentemente stava riflettendo su quello che doveva dettarmi. Senza dirmi a chi andava indirizzata, iniziò a dettarmi il contenuto della lettera che ancora conservo, non so neppure io il perché. In pratica mi dettò una vera e propria dichiarazione d’amore, di poche righe ma molto intensa. Al termine mi disse di aggiungere la data e le parole “Per te Stefania”. La cosa che mi meravigliò molto fu che io non ebbi alcuna reazione. Mi sembrava di vivere quei momenti in un’altra realtà, Non ero io lì, mi sentivo una persona diversa da me. Che cosa mi era successo? Non lo seppi e non volli spiegarmelo. Ero come sotto ipnosi. Presi quel foglio, lo piegai e uscii dalla stanza, Entrambi non dicemmo una parola. Così facendo mi resi conto in seguito che continuavo a commettere errori.

(segue qui sotto)

(seguito del post superiore)

Per due o tre giorni non accadde nulla. Mi sentivo frastornata e nello stesso tempo euforica per quella lettera indirizzata a me. Mostravamo entrambi indifferenza, ma dentro di noi ci ponevamo molti interrogativi. Una settimana dopo Riccardo iniziò anche lui a non lasciare l’ufficio all’ora di pranzo e quindi rimanevamo noi due soli per tutta la durata della pausa-pranzo. Lentamente e con tenerezza cominciammo a sentirci sempre più vicini l’una all’altro. Ci sembrava quasi di essere trascinati in qualcosa che temevamo ma che ci affascinava, E così, seduti in un divano, cominciammo ad abbracciarci e a baciarsi dolcemente, come volessimo assaporare quei momenti lentamente. Non andammo mai oltre, ci bastava così. Solo una volta mi capitò di abbracciarlo e baciarlo con tale voluttà che andai su di giri ed esplosi in un grido quasi strozzato al sopraggiungere della massima eccitazione. Poi, come una bambina, piansi. Per quale ragione? Quali erano i motivi o forse perché erano troppi? Riccardo cercò di consolarmi riuscendovi con molta fatica. La sera tornando a casa chiesi a mio marito che desideravo un altro figlio e facemmo l’amore. Da parte mia con molto impegno, quasi con violenza, sentivo il bisogno di sfogarmi. Ma anche in quei momenti la mia mente era occupata da Riccardo.

Quella particolare relazione tra me e lui durò per parecchio tempo. Una volta era andato in una clinica vicino a Roma per seguire una terapia per l’artrosi della durata di circa un mese. Dopo sette od otto giorni che non lo vedevo chiesi ad un collega, quel suo amico, di accompagnarmi in macchina da Riccardo. Non gli spiegai il perché, ma il collega lo aveva capito benissimo Con molto tatto non mi fece nessuna domanda. Ci vollero una trentina di chilometri per arrivare in quel luogo, ci fermammo, scesi di corsa e andai a cercare Riccardo. Lo trovai nell’ampio giardino che circondava la clinica e, appena mi vide, ci gettammo l’uno nelle braccia dell’altro incuranti della presenza del collega che, per discrezione, si era allontanato. Terminato quel periodo riprendemmo i nostri incontri segreti. Capitò più di una volta che dovevo fare degli straordinari in ufficio e allora Riccardo mi accompagnava lui con la sua macchina a casa ma lo pregavo di fermarsi un po’ più lontano da dove abitavo. Erano momenti stupendi eppure ci limitavamo ad abbracciarci e a baciarci.

Entrambi senza nemmeno dircelo come per un tacito accordo, non intendevamo superare quella soglia, almeno per il momento. Un giorno, avvicinandosi le 16, stavo preparandomi per rientrare a casa quando vidi Riccardo uscire precipitosamente dalla sua stanza e andarsene dall’ufficio. Non potevo corrergli dietro per chiedergli spiegazioni e allora domandai a Silvana, la segretaria particolare del capo, che cosa era accaduto. Lei fu molto sincera e mi affermò che aveva fatto un’osservazione inopportuna verso Riccardo che lui - mi confessò - non meritava in maniera

assoluta. Era pentita sinceramente e anzi era preoccupata giacché, vista la giusta reazione di lui non sapeva cosa dire al capo. Io non sapevo che dirle, imbarazzata la salutai e andai a prendere l’autobus per tornare a casa. Alla prima fermata, subito dopo di quella in cui ero salita, attraverso un finestrino, vidi Riccardo che passeggiava nervosamente sul marciapiede. Scesi di corsa, gli andai vicino e lo abbracciai. Non volle dirmi nulla sull’episodio di poco prima e mi disse se potevo andare un po’ con lui da qualche parte. Telefonai a casa ai miei per avvisarli che tardavo e ci recammo insieme in un quartiere un po’ fuori mano, nei pressi di una giostra. Mi chiese se mi andava di salire con lui in una di quelle ruote giganti che tanto piacciono. Data l’ora e la stagione praticamente eravamo solo noi due ma l’addetto ci disse ugualmente di sederci e fece partire la ruota. Ci abbracciammo felici e dopo due giri la ruota fu fermata proprio sulla sommità. Riccardo guardò verso il basso e vide l’addetto che con un ampio sorriso lo salutò. Prendeva parte alla nostra felicità regalandoci quei momenti quasi tra le nuvole basse.

Poi accadde qualcosa che frantumò l’incantesimo. A seguito di alcuni accertamenti sanitari venni a sapere con certezza che ero incinta. Quella sera che dissi a mio marito che volevo un figlio e facemmo l’amore così intensamente ottenni quello che volevo quasi con disperazione. La notizia mi risuonò nelle orecchie più volte e funzionò come un elettroshock. In breve mi resi conto che avevo fatto un grosso errore a comportarmi in quel modo instaurando con Riccardo qualcosa di non definito. Dovevo porvi rimedio subito. La sera del giorno successivo a quello in cui avevo appreso la notizia della nascita di un figlio, chiesi a Riccardo se mi poteva accompagnare verso casa, ma lui mi disse che la sua macchina l’aveva dovuta portare dal meccanico per una riparazione urgente. Prendemmo l’autobus insieme e senza alcun indugio gli dissi che aspettavo un bambino e che per questo amavo ancora mio marito. Lui non batté ciglio, si comportò con molta cortesia, mi assicurò che comprendeva benissimo la situazione che s’era venuta a creare e mi ringraziò freddamente per avergli concesso la mia amicizia. Un paio di fermate dopo mi salutò e scese dall’autobus. Dopo appena una settimana diede le dimissioni dal lavoro che furono accettate dal capo con molto rammarico. Tre giorni dopo la nascita del mio secondo maschietto, ricevetti una telefonata. Era Riccardo che aveva saputo del nuovo arrivato e mi fece gli auguri. Lo ringraziai e gli confidai che l’avevo registrato chiamandolo con il suo nome: Riccardo. Un lungo silenzio, poi sentii un lieve clic e compresi che aveva attaccato il telefono. Senza dire una parola.

Avevo fatto un altro grossissimo errore.

sabato 5 settembre 2009

IL SAGGIO DI FINE ANNO A SCUOLA

L’episodio, del tutto vero, apparirà fin troppo minuzioso ma è stata avvertita l’esigenza di farlo.
*******
A maggio del 1981, circa due mesi prima della fine dell’anno scolastico, mia cognata – moglie del terzo di noi quattro fratelli, insegnante elementare – mi telefonò chiedendomi se potevo andare alla scuola privata dove lei insegnava a dare una mano ai ragazzi della quinta elementare la cui insegnante, oltre che essere sua collega, era anche sua amica. L’intera classe desiderava presentare, come saggio di fine anno, un piccolo spettacolo teatrale.
Naturalmente mia cognata sapeva che tanto in gioventù quanto in seguito, fino ad almeno dieci anni dopo il 1981, io avevo fatto teatro - benintéso a livello amatoriale – e quindi avrei potuto aiutare quei ragazzi. Mi precisò che potevo farlo nelle ore pomeridiane, in quanto tutti loro si trattenevano a scuola fino alle 16.30, e quindi anche per me non c’erano problemi, dato che in quel periodo lavoravo part time. Accettai di buon grado e assicurai che l’indomani mi sarei recato in questa sua scuola. Così, alle 14.00 del giorno successivo, avvenne il primo incontro con gli aspiranti attori. L’insegnante, una giovane graziosa signora, mi accolse molto cordialmente e mi presentò uno ad uno tutti i suoi alunni, ventidue tra maschi e femmine. M’informò che i ragazzi, per il saggio di fine anno, avevano già iniziato a preparare qualcosa e mi chiese, quando mi fu precisato quello che volevano rappresentare, quale fosse la mia opinione. Li chiamai a raccolta intorno a me per farmi raccontare qualche dettaglio in più. Tutti si precipitarono a dirmi qualcosa, ma notai che uno se ne stava tutto solo e taciturno seduto in un angolo dell’aula. Gli domandai perché se ne stava seduto in disparte, lui alzò le spalle e mormorò qualcosa che non compresi. L’insegnante mi informò che era un tipo un po’ scontroso e timido e che preferiva non partecipare a questa iniziativa. Quello che avevano cominciato ad abbozzare era una specie di favola con tanto di re, principessa, principe azzurro ed altri personaggi ma che si limitava - come numero di partecipanti - a dodici o tredici interpreti. E gli altri, chiesi loro? Mah, c’era chi voleva fare una parte e chi un’altra, chi preferiva stare a guardare e chi invece avrebbe preferito fare qualsiasi altra cosa. Intanto l’insegnante, seduta accanto a me, mi esponeva sottovoce quali erano i tratti caratteriali di ciascuno di loro e, facendoci reciprocamente un cenno d’intesa, con il suo permesso, concessomi quasi con entusiasmo, presi in mano la situazione. Consigliai a tutti di cercare qualche altra storia da rappresentare giacché quella favola poteva andare bene per i bambini dell’asilo o della prima elementare e non per dei ragazzi ormai grandi come loro. Tentavo in questo modo di spronarli a pensare a qualcosa di più attuale e il più realistico possibile, anche perché mi stava frullando in testa un’idea e volevo pian piano portarli alla mia stessa conclusione. Furono fatte delle proposte troppo vaghe e neppure tanto semplici da realizzare, che furono subito accantonate anche da loro stessi. Pian piano, gettando nella discussione in atto qualche frase che potesse avvicinarli a quello che m’era venuto in mente, all’unanimità fu deciso di “mettere in scena” un processo come quelli visti al cinema o in TV, italianizzando il modello americano. Sembrava quasi si fosse scatenato in loro chissà cosa perché piovvero idee, proposte e suggerimenti d’ogni genere. Io, e l’insegnante con me, li lasciammo sbizzarrire nel loro crescente interesse per lo spettacolo che si stava delineando, proponendo anche noi qualche piccolo consiglio. Dopo più di due ore buttammo giù, tutti insieme, l’intera trama e la suddivisione dei personaggi. C’era un Vostro Onore, un cancelliere, un assistente che annunciava l’ingresso della Corte, la giuria composta di dodici membri, un avvocato difensore e uno della pubblica accusa, tre testimoni, l’imputato e la vittima. Si doveva quindi passare a chi poteva interpretare l’uno o l’altro dei vari personaggi. Nel frattempo avevo notato che anche il ragazzo taciturno, timido e scontroso s’era unito al gruppo e mostrava interesse anche lui per quello che si stava preparando. Nonostante l’avvicinarsi dell’ora d’uscita dalla scuola, nessuno dei ragazzi voleva smettere. L’insegnante ed io dicemmo loro che era opportuno fare una pausa di riflessione, tanto ci saremmo rivisti il giorno dopo e tutti i giorni a venire fino a quello ultimo del loro anno scolastico.
Il pomeriggio dell’indomani, quando entrai nella classe dei futuri “attori” sembrava fosse scoppiato il finimondo. Tutti che volevano interpretare chi un personaggio chi un altro. Oltre che commediografi si erano auto proclamati anche registi. Imponemmo un po’ di calma e di silenzio e ci accingemmo a quel difficile compito. Feci una premessa dicendo loro che ero io a dover decidere chi poteva interpretare uno qualunque dei personaggi, che le prove che dovevamo fare servivano anche a questo: accertare chi poteva essere il tale o il talaltro e che loro dovevano limitarsi soltanto a suggerire eventuali battute da inserire nel testo che stavamo scrivendo insieme. Qualcuno assicurò che, pur non svelando la trama, ne avevano parlato con i genitori e addirittura ottenuto, da chi era figlio di avvocato o di magistrato, il prestito delle loro toghe. Insomma man mano che passavano i giorni, il lavoro si faceva sempre più intenso e tutti parevano elettrizzati. Per la verità anche l’insegnante ed io ci stavamo facendo trascinare dall’entusiasmo di quei ragazzi. Lo spettacolo si sarebbe svolto nel cortile della scuola, all’aperto, considerato l’avvicinarsi del caldo estivo. Per questo motivo parlai con un mio amico dirigente del centro per anziani da me frequentato e mi feci prestare, sia per la prova generale sia per il giorno fatidico, quattro microfoni, altrettante potenti casse acustiche e l’apparecchiatura necessaria per l’amplificazione delle voci. Usammo le cattedre di tre classi della scuola per il Vostro Onore e per gli avvocati d’accusa e difesa. I banchi scolastici furono usati per la giuria, la sedia dell’insegnante per l’imputato, più altre sedie per i testimoni. Per la scenografia non avevamo bisogno d’altro. Non c’erano strumenti musicali nonostante fosse stato deciso d’alternare le battute con alcuni ritornelli di canzoni in voga cantati dai soli giurati, come se facessero parte di un coro greco, ma non importava, ci pensava la giuria a cantare a squarciagola. In sintesi la trama consisteva nel processo ad una moglie che era stata accusata di aver fatto sparire il marito con l’aiuto di qualcuno per riscuotere un sostanzioso premio assicurativo. C’era soltanto una cosa che mi preoccupava ed era che l’interprete che avevo scelto per il personaggio di Vostro Onore aveva il perfetto fisico del ruolo, ma, purtroppo, continuava sempre a dirmi che non se la sentiva di fare in pubblico quello che faceva durante le prove. Si vergognava e aveva paura d’impappinarsi e di rovinare tutto. Un paio di giorni prima del debutto, sentendo il parere degli attori e dell’insegnante, li informai che avrei interpretato io il Vostro Onore, mentre al ragazzo che avrebbe dovuto farlo lo nominai Giudice a latere. La prova generale non andò troppo bene, i ragazzi erano troppo nervosi. Il giorno del debutto notammo che la platea, chiamiamola così, era stracolma di genitori, parenti, amici, alunni e insegnanti della scuola. Dissi ai ragazzi qualche parola d’incitamento e loro mi dissero, quasi in coro, che io sarei stato molto d’aiuto stando sul proscenio insieme con loro: avevano una guida. Nei fui molto contento. Lo spettacolo andò abbastanza bene, la gente in “sala” applaudiva spesso e noi nel finale ringraziammo il pubblico cantando un motivetto del quale ricordo ancora le parole, una parodia di una canzone di molti anni prima “Maria de Bahia”:
Carissime signore gentili spettatori
Or la buonasera a voi porgono gli attori
La rivista terminiam ed a casa ce ne andiam ora noi vi salutiam
Un saluto è questo arrivederci presto
Esci a cuor contento e non essere più mesto
Ciao ciao spettator ti salutano gli attor viva ognora il varietà
(ripetuta una seconda volta sottovoce) e, per finire
Il… va…rie…(bum!)…tàaaa ( quasi urlando).
Gli applausi scrosciarono. Noi tutti, ragazzi, l’insegnante e io ci abbracciammo commossi, più volte. Loro sapevano che avrebbero lasciato quella scuola e la loro insegnante per proseguire gli studi presso altre scuole. Fui persino avvicinato da uno del pubblico, parente non so di chi, il quale con una telecamera sulle spalle mi disse di aver ripreso tutto lo spettacolo e voleva sapere se poteva mandare in onda quella cassetta in una TV locale di cui lui era uno dei dirigenti. Lo dissuasi e lo pregai di non farlo per vari motivi. Al momento dei saluti i ragazzi, con l’insegnante in testa mi fecero commuovere ancora di più per la loro gratitudine. Chissà se ci saremmo rivisti e quando. Dimenticavo: il processo terminò con l’assoluzione dell’imputata in quanto al momento della sentenza riapparve la vittima, vale a dire il marito, il quale soffrendo di sonnambulismo si era perso per le vie, i vicoli e le piazze della sua città ed era stato ritrovato addirittura in un’altra.
Ventotto anni dopo partecipavo ad un matrimonio di una nipote, figlia di mia cognata, l’insegnante che mi chiese di aiutare la sua collega ed i ragazzi-attori della quinta elementare. Ero seduto ad un tavolo con altri due miei nipoti e ad un’altra maestra sempre, di quella stessa scuola. C’eravamo conosciuti nell’occasione del saggio e ci siamo ritrovati dopo tanto tempo in occasione di quel matrimonio. Un’ora dopo il pranzo, sempre lì seduti a parlottare, si avvicinarono al nostro tavolo due signori molto alti, di circa quaranta anni. Abbracciarono la maestra chiamandola mamma e mi dissero “Aldo come stai, non ci riconosci?”. Erano due di quegli alunni-attori di ventotto anni prima! Ci abbracciammo felici.

mercoledì 2 settembre 2009

UOMINI CHE SI VOLTANO A RIMIRAR LE DONNE

Il mese d’agosto di quest’anno qui a Roma è stato formidabile. Un vero spettacolo fantasmagorico. Per gli occhi e per la fantasia. Io abito in una zona del Rione Esquilino a strettissimo contatto col Rione Monti e quindi sono circondato da un’infinità di quanto di meglio si può desiderare, da ogni punto di vista. Non c’è che l’imbarazzo della scelta.Tre Basiliche: Santa Maria Maggiore, San Giovanni, Santa Croce in Gerusalemme; quattro parchi: Colle Oppio, Piazza Dante, Piazza Vittorio e Piazza San Giovanni. Le antichità: Colosseo, casa di Nerone, Foro Romano e Colle Palatino a poche centinaia di metri. Due grandi ospedali: quello di San Giovanni-Addolorata e quello militare del Celio. Cinque fermate della metropolitana: quattro della linea A e una della B. La stazione centrale Termini per i treni a lunga percorrenza, quella per le linee extra-urbane e quella per le linee periferiche. Quattro supermercati e centinaia di negozi, alcuni italiani altri di varia umanità soprattutto cinese. Ah! Dimenticavo: alberghi, pensioni, B&B, ristoranti, pizzerie, rosticcerie, gelaterie, yogurterie, kebaberie, bar. Credo di non aver dimenticato altro d’interessante. Perbacco si dirà: quanta grazia! Vero. C’è ancora altra grazia da ammirare osservando - anche se distrattamente - il passaggio-passeggio d’italiani d’ogni regione, di comunitari e di extra-comunitari d’ogni parte del mondo. Dovevo mettere la “e”finale anziché soltanto la “i” ma si è capito bene l’involontario (?) errore. Assisto a numerosi volgere di sguardi da parte di uomini dopo che gli transitano davanti gli occhi donne che meritano ogni tipo d’attenzione.Già sento le alte grida: “Ecco, il solito maschilismo bieco e volgare. Dove sono le pari opportunità?” Va chiesto alla ministra, ma lasciamo andare. Per il momento è occupata. D’altra parte nessuno vieta alle donne di voltarsi anche loro a rimirar chi a loro aggrada.
A tal proposito un fatterello personale la dice tutta sul fatto che sto vivendo un periodo piuttosto fortunato in quanto ad incontri ravvicinati di un certo tipo.
Fa caldissimo e io sto camminando sotto i portici di Piazza Vittorio quando ho una visione. Sogno o son desto? Altrochè se sono desto. Una sventola talmente alta che deve essere una modella…No, è troppo rotonda. Calzoncini alla moda così corti che occorrerebbe accertarsi se li indossa oppure no. Meglio evitarlo e io evito. Qualcosa che somiglia a mezza maglietta senza bretelle (ma come si regge?) e ai piedi un paio d’infradito invisibili. Ho appena il tempo di ammirare il Lato A nel quale spiccano due amene colline. Subito sotto una vallata forse il punto G? Sorvolo. Mi scivola accanto proseguendo il suo cammino ed io mi volto per ammirare il lato B. Perbacco! Eccolo: “Il mandolino del capitano Corelli” poggiato sopra due alberelli alti, slanciati che però, verso l’alto, rotondeggiano! Sto per seguitare il mio percorso ma, chissà come mai, ricordo che devo acquistare una cosa (quale?) in un negozio che mi sono lasciato alle spalle. Torno indietro e mi trovo a seguire le tracce della visione. E’ lì davanti a me che cammina indifferente agli sguardi che passanti d’ogni sesso le rivolgono. Giunta ad un semaforo: è rosso per i pedoni quindi si ferma. Io, dietro, poco distante, faccio altrettanto. Lei si volta e mi domanda
- Ha gradito?
- Eeee?
- Lo spettacolo è stato di suo gradimento?
- Bè, credo proprio di sì.
- E’ verde. Traversiamo?
- Al plurale?
- Sì. Preferisco che lei mi cammini accanto, sono quasi arrivata a destinazione
- E’ un’attrice?
- No.
- Una modella?
- No, sono un’hostess di una compagnia aerea e devo prendere il bus-navetta per l’aeroporto
- Peccato
- Perché?
- Non ho mai viaggiato in aereo né mai lo farò, quindi…
- Quindi io sono arrivata e la saluto.
- Buon viaggio tra le nuvole.
E me ne torno a rimirar le donne d’ogni luogo e d’ogni età.