sabato 27 novembre 2010

MINUETTO

domenica 14 novembre 2010

CORNELIA - UNA STORIA VERA

Verso la fine dell'ottocento e i primi del novecento migliaia e migliaia di persone – uomini, donne e bambini – lasciavano i loro affetti, le loro case, i loro luoghi per emigrare dovunque, in ogni parte del mondo, alla ricerca di una vita migliore di quella che conducevano nei propri paesi d'origine.
Navi e treni trasportavano la loro speranza insieme ai loro corpi e alle loro menti.
Col trascorrere degli anni questa tremenda questione dell'emigrazione andò scemando per riprendere negli anni cinquanta e nei primi del sessanta, quelli del boom economico, quando migliaia di persone e intere famiglie emigrarono dal sud al nord d'Italia e non solo. Rammento i treni stracolmi e quelle valigie legate con lo spago.
Negli ultimi tempi la questione dell'emigrazione è tornata a galla ed in forma ancora più tragica.
Stavolta si tratta per la maggior parte di persone che emigrano dalle terre d'Africa e dai paesi dell'Europa dell'Est. Le ragioni sono molteplici, quelle della sopravvivenza soprattutto.
Tutto quanto sopra mi è tornato in mente ascoltando dalla viva voce della protagonista la sua storia personale.
Cornelia – non è il suo vero nome – è una giovane signora rumena di circa quarantatre anni, amica della signora, anche lei rumena, che assiste mia moglie di 82 anni, 24 ore su 24. Incuriositomi della sua vicenda appena accennatami ho chiesto se Cornelia poteva avere qualcosa in contrario ove io fossi riuscito a metterla per iscritto. Nulla da obiettare mi è stato risposto e allora lei è venuta a casa a raccontarmela portando con sé tre album di fotografie sue e della sua famiglia.
Sposatasi giovanissima, nel 2001, con due figli una di 16 anni ed uno di 9, divorzia dal marito che aveva allacciato una relazione con una ragazza molto più giovane di lui e di lei. I due figli rimangono con Cornelia la quale, per poter mandare avanti la baracca partecipa ad un corso di formazione terminato il quale riesce ad essere assunta presso l'Università della sua città come operaia addetta agli impianti termo-idraulici. Nel 2004, dopo tre anni di duro lavoro, subisce un incidente che le impedisce di poter continuare a fare quel mestiere. Ottiene una misera pensione e si mette alla ricerca di qualche altra opportunità lavorativa. Non ne trova. Dopo essersi consultata con alcune amiche, chiede un prestito bancario e ottenutolo ne lascia una parte ai figli che restano in Romania ed emigra a Roma ottenendo il visto per una "visita turistica" che rinnoverà dopo tre mesi. Gli ostacoli che le si presentano sono principalmente due: nessuna conoscenza della lingua italiana e la ricerca spasmodica di un posto dove passare le notti. Vaga frastornata nelle vie di questa città e finalmente, dopo due notti, fa la conoscenza di una rumena come lei che la indirizza verso tre località marine, a nord-ovest di Roma, dove abitano molti cittadini e cittadine rumene che lavorano soprattutto negli ospedali. Inizialmente lavora come assistente familiare presso persone anziane spostandosi continuamente perché priva di permesso di soggiorno e quindi clandestina. Trattandosi appunto di persone molto anziane ed in condizioni di salute piuttosto precarie, difficilmente riescono ad interloquire con Cornelia, ma lei testardamente si fa capire a gesti così' come cerca di interpretare i loro di gesti. Per la notte trova una casa dove deve adattarsi a dormire in un letto che le hanno sistemato nella cucina pagando mensilmente 265 euro più le spese, tutto in nero. Nel 2007 la Romania entra a far parte della Comunità Europea e pertanto Cornelia diventa cittadina comunitaria. Si mette quindi alla ricerca di una occupazione più stabile e la trova in una maniera un po' particolare. Salita su un autobus della linea che collega la località dove alloggia temporaneamente ad una più vicina a Roma, giunta alla fermata scende e parlando pochissimo l'italiano si guarda attorno e scorge due donne sedute su una panchina. Si rivolge ad una di loro usando la lingua rumena credendola tale, ma l'interpellata è un'italiana e le dice di non capire. L'altra vicina però è rumena e quindi fa da interprete. Cornelia racconta una parte della sua storia e dice che è alla ricerca di un posto di lavoro. Quando la signora italiana apprende tutto ciò, sempre tramite l'interprete rumena, le fornisce il recapito telefonico e l'indirizzo di una persona che sta cercando appunto una come lei.
Trovato il lavoro ha cercato la gentile signora italiana per dimostrarle la sua gratitudine ma non è più riuscita a trovarla e neppure a sentirla.
Conclusione ecco come stanno le cose attualmente: Cornelia, la cui figlia oggi venticinquenne si è sposata, è diventata nonna del suo bambino di tre anni e sta facendo studiare l'altro figlio diciottenne in Romania. In quasi tutte le foto che ho visto ho notato lo sguardo triste del ragazzo e Cornelia mi ha detto, con le lacrime agli occhi, che è molto attaccato a lei, è un "mammone" e la sua tristezza è dovuta alla lontananza. Quando può lo fa venire a Roma ospitandolo in un monocale che ha preso in affitto.
Adesso Cornelia parla bene l'italiano anche se ciò le è costato molta fatica.
Si occupa di un "vecchiotto" che vive da solo è autosufficiene, sa e vuole cucinare lui. E lo fa benissimo.
Ha ottant'anni, si chiama Aldo ed ha una folta capigliatura bianca.
Vabbè anch'io ho ottant'anni e mi chiamo Aldo, ma sono pelato e soprattutto non so cucinare.

PER UN PERIODO DI TEMPO SOSPENDO LA PUBBLICAZIONE DI POST MA CONTINUERO' A PASSARE DAGLI ALTRI BLOG, LEGGERLI E LASCIARE UN COMMENTO OVE IO SIA CAPACE DI FARLO.
UN SALUTO MOLTO CORDIALE.

mercoledì 10 novembre 2010

LA PRIMA VOLTA CHE VIDI PARIGI

Era l'estate del 1972 e capitò l'occasione buona per andare a vedere Parigi. Mai vista prima.
Ecco come andarono i fatti. Il fratello di mia moglie, mio cognato, era anche lui cognato del fratello di sua moglie. Il cognato di mio cognato, nato in Italia, viveva in Francia da oltre vent'anni, insieme alla sua famiglia, faceva il floricultore e aveva una bella casa nella campagna vicinissima a Parigi.
Da adesso in poi il "romano" sarà il mio di cognato e il "francese" sarà invece il suo di cognato così si potrà capire meglio la distinzione. Spero.
Il "francese" aveva invitato il "romano" a trascorrere una quindicina di giorni a casa sua appunto a Parigi estendendo l'invito anche a me in quanto eravamo quasi parenti. Lo eravamo? Credo di no.
Io e il romano tenemmo due o tre riunioni per pianificare il viaggio in tutti i minimi particolari.
Poichè a partire eravamo in sei e cioè io, mia moglie e mio figlio di tredici anni e lui, sua moglie e sua figlia di undici anni, decidemmo all'unanimità di andare con due autovetture: la mia 1100/R e la sua Renault. Consultando carte, cartine e mappe apprendemmo che la distanza da Roma a Parigi misurava 1500 chilometri circa e che, senza fermarsi mai – cosa sicuramente impossibile – ci avremmo impiegato non meno di 15 ore. L'unica soluzione era partire all'alba in maniera tale da arrivare a destinazione in un orario ragionevole.
Il romano abitava in un quartiere periferico mentre io invece in un rione del centro e allora pensammo di darci un appuntamento al primo distribuore di benzina presente all'inizio della via consolare che ci avrebbe consentito di accedere in autostrada verso Torino. Nessuno di noi sapeva
di quale società petrolifera fosse, ma doveva essere rigorosamente il primo. Le cinque del mattino
era l'ora fissata di comune accordo.
L'indomani mattina, prima dell'alba, dopo aver regolato i nostri orologi, ci mettemmo in marcia verso il primo obiettivo: un distributore di benzina qualsiasi. Miracolo dei miracoli, alle cinque in punto avvenne il rendez-vous esattamente davanti il primo distributore che, se ricordo bene, era quello del canone a sei zampe.
Verso le tredici – dopo otto ore di viaggio – ci fermammo per una brevissima sosta mangereccia e quindi proseguimmo a velocità sostenuta come se non si vedesse l'ora di arrivare alla meta.
Quando arrivammo a Lione era già pomeriggio inoltrato. Dovevamo ancora percorrere circa 500
chilometri per giungere a Parigi. Una breve sosta e di nuovo in marcia, ma ad un centinaio di chilometri da la Ville Lumiere decidemmo all'unamità di fermarci: eravamo stanchissimi. Cercammo un alberghetto per dormire ma l'unico che trovammo non era di gradimento delle nostre consorti. Parcheggiammo in un prato alberato quasi sul ciglio di un burrone in fondo al quale si vedevano dei binari ferroviari.
Avevamo sonno e allora, desiderando "ritirarci nei nostri alloggi", predisponemmo le nostre due auto per cercare di farle diventare qualcosa che somigliasse ad un posto dove dormire. Il romano aveva l'auto con i sedili anteriori adattabili e quindi lui e la moglie si misero discretamente comodi mentre la loro figlia si accomodò sul sedile posteriore. Mentre mio figlio prendeva possesso anche lui del sedile posteriore, si accinse a dormire con le gambe fuori dal finestrino. Io e mia moglie seduti sui due sedili anteriori. Natutralmente, meno i due ragazzi che dormirono placidamente, noi quattro non chiudemmo occhio anche perchè su quei binari ferroviari transitarono molti treni, sia in una direzione che in quella opposta. Riprendemmo il nostro viaggio e, finalmente, verso le undici di
mattina arrivammo a Parigi e quindi a casa del cognato francese. Io e i miei ci trattenemmo una settimana ma facemmo in tempo a visitare Champs Elysees, Notre Dame, Tour Eiffel, Tomba di Napoleone e altro ancora che non rammento. La sera prima di partire il figlio del francese c'invitò a noi maschietti di fare una capatina nella strada parigina dove si trovano le Folies Bergeres ed altro.
Per noi, quell'altro fu una capatina ad un locale notturno il buttafuori del quale ci aveva magnificato
lo spogliarello integrale al quale avremmo assistito. Non fu così, nulla era più casto di quello spettacolo. Meglio. Giusta punizione per dei turisti ingenui.
L'indomani di buon'ora io e i miei ci mettemmo in viaggio per Montpellier vicino Marsiglia dove eravamo stati invitati da una mia cugina figlia di un fratello di mio padre.
Rimanemmo lì circa sei giorni, facendo in tempo a farci alcuni bagni nel Mediterraneo e prendere atto che a quei tempi, anno 1972, topless e tanga andavano già di moda.
Ne ho una prova fotografica conservata con cura.

domenica 7 novembre 2010

LA RAGAZZA CON I CAPELLI COLOR FIAMMA

Ebbene sì, lo confesso, sono uno che s'incuriosisce specialmente quando fatti, persone e situazioni fanno aumentare il livello della mia innata curiosità.
Ieri mattina sono uscito di casa per recarmi alla vicinissima fermata del bus che dovevo prendere, ma il medesimo mi sfugge proprio sotto il naso. Pazienza. Tanto di tempo ne ho a volontà...Forse esagero.
Il bus successivo so benissimo che passerà non prima di quindici minuti, almeno.
Mi guardo intorno e noto che sono solo.
Dopo qualche minuto, lontana una ventina di metri, vedo avvicinarsi una figura femminile che, forse a causa del bel sole, sembra emanare bagliori di fuoco.
Cammina lentamente parlando attraverso un telefonino poggiato sull'orecchio destro. Noto alcuni particolari della sua silhouette anche perché viene a fermarsi proprio davanti a me. Evidentemente anche lei aspetta il bus.
È una figurina discretamente magra, indossa una giacchettina blu di velluto rasato che non arriva a coprirle il bacino. Le gambe snelle sono inguainate in jeans attillatissimi che terminano in un paio di stivali neri alti fin sotto le ginocchia. Le mani sono piccole con le dita affusolate e le unghie smaltate di un colore scuro, quasi nero, una delle quali stringe il telefonino tramite il quale parla sottovoce. I lineamenti del volto aggraziati e dolci sono circondati da una massa di capelli rossi, lisci e lunghi che le arrivano fino alle spalle. Sulla fronte una frangetta.
Vestita in una foggia diversa mi fa venire in mente una di quelle statuine applicate sui carillon.
Noto il colore rosso vivo dei suoi capelli e, appena interrompe la conversazione telefonica, non riesco a trattenermi e le dico
= Mi scusi, non pensi che voglia infastidirla però vorrei chiederle se quei capelli sono suoi o se è una parrucca. Sa, il motivo per cui glielo chiedo è...
= il colore vistoso, vero?
= ehm...ecco appunto...chiedo scusa ma...
= stia tranquillo, non è la prima persona che me lo chiede...
= lo credo bene, incuriosiscono molto
= certo, ma questi sono veramente i miei capelli, tinti è ovvio. Mi piace che si notino...
= mi scusi, ambisce forse a qualche ruolo in TV, al teatro o al cinema?
= nemmeno per sogno, io faccio la parrucchiera ed è un mestiere che mi piace e che faccio bene...
= peccato, ha tutti i requisiti adatti, mi permetta di dirglielo. È molto graziosa ed è giovane...
= ho trentacinque anni e la gioventù ormai...Ma non mi lamento, sto bene così
= le faccio i miei complimenti, sinceramente, mi creda, pensavo invece...
= che fossi più giovane, la ringrazio...Ecco l'autobus, buon giorno...
Non faccio in tempo a dire una sola parola che la "rossa" si avvia alla porta posteriore e sale.
Io, stupito – o stupido? - salgo da quella anteriore e dopo quattro fermate scendo.
Malgrado mi sia voltato più volte sbirciando tra i passeggeri del bus non sono riuscito a vederla.
Non mi domando il perché.

giovedì 4 novembre 2010

IL MOMENTO DEL FRESCONE

…può capitare a tutti, certo, a me è capitato nel 1950 e probabilmente anche altre volte.
Bei tempi quelli.
Nei primi giorni di settembre di quell’anno, io ne avevo venti di anni, partii da Roma per il servizio militare: destinazione Casale Monferrato (Alessandria).
Circa due mesi di Centro Addestramento Reclute e poi trasferimento al reggimento di fanteria di stanza ad Asti dove ebbi la fortuna di essere assegnato - o imboscato - in fureria come “graduato di contabilità”, praticamente scribacchino.
Del periodo della “naia” – dodici mesi – trascorso tra alti e bassi, più frequenti questi ultimi, ricordo un discreto numero di episodi più o meno piacevoli.
Ad esempio trovavo molto gradevole trascorrere alcune serate in compagnia degli amici presso un locale vicino la caserma ed assaporare bagna cauda e barbera che ci venivano servite da due belle ragazze figlie del proprietario.
Probabilmente era quella la ragione principale per cui andavamo lì quasi tutte le sere.
Ma adesso, per onorare il titolo di questo breve scritto, mi riporto alla memoria un episodio un po' particolare.
Verso la fine del mese di giugno del 1951 la nostra Compagnia insieme ad altre, venne autotrasportata vicino a Dronero, circa 20-25 Km. da Cuneo, nei pressi dei Monti S.Bernardo, Rocceré e Pelvo d’Elva dove, in un tratto di mezza montagna, all’aperto, ci accampammo per prendere parte ad una serie di manovre estive di addestramento.
Il primo giorno in cui arrivammo ricevemmo l’ordine di montare le tende e costruirci una sorta di letto per trascorrervi la notte. Il quale letto consisteva in una serie di rami d’albero ricoperti da uno strato di foglie tenuto alto dalla “nuda terra” per circa una decina di centimetri.
Eravamo stati suddivisi quattro militari per ogni tenda ed a noi sembrò di aver messo su un buon riparo e di aver costruito dei discreti giacigli.
Fummo subito smentiti perché la sera si scatenò un nubifragio così violento che, oltre a farci trascorrere la notte in bianco quasi ci sommerse per la quantità di pioggia caduta.
Il classico temporalone d’estate. Ma non poteva aspettare altri due mesi?
Quando la sera, in libera uscita scendevamo a Dronero, ci si poteva permettere qualche svago in più come ad esempio frequentare un chiosco-bar all’aperto con tavolini e sedie a volontà.
Con un gruppo di compagni eravamo riusciti a fare amicizia con alcune ragazze. Lì per fortuna, al contrario di Casale e Asti dove ci “schifavano”, non facevano differenza tra chi era in borghese e chi in divisa da militare. Una sera, tra queste ragazze nostre coetanee, riuscii ad allacciare, abbastanza rapidamente, un rapporto più amichevole del solito con una piccolina - di statura, non d’età - capelli ed occhi chiari ed un personalino niente male. Mentre si stava avvicinando la fine della serata mi chiese se potevo accompagnarla a casa. Non me lo lasciai dire due volte e, dopo un breve tragitto, con lei che indicava la strada, ci trovammo al buio in aperta campagna.
Mi assicurò che il muretto dove ci stavamo sedendo rappresentava il confine della proprietà della sua famiglia. Si parlò tra noi per un po’ e ad un certo punto io cominciai con la tattica del romantico, della luna, delle stelle e così via ma lei, dopo un breve istante mi fermò e mi fece, chiara e tonda, questa semplice domanda:
= Ma che stai aspettando? =
Lì per lì non compresi. Poi rimasi di stucco, capii che ero stato un allocco. In quel momento avrei preferito sprofondare sotto terra. Le chiesi scusa, la salutai e me ne tornai mogio mogio all’accampamento.
Avevo fatto la figura del “pirla” più grossa della mia vita!
Agli amici che mi stavano aspettando per sapere com'erano andate le cose raccontai una bella balla da bullo.

domenica 31 ottobre 2010

SCUSI LEI BALLA?

Ho capito che non sarei mai stato capace di ballare sin da quando, sedicenne o poco più, facevo parte di una comitiva di ragazze e ragazzi della mia età che, quasi ogni domenica pomeriggio, si riuniva in casa di qualcuno di noi per fare quattro salti - non in padella anche se per me lo era. Infatti cadevo nella "brace" quando tentavo di muovere i piedi al suono di qualsiasi ritmo musicale sia lento sia veloce. Ero di legno. Credo di aver pestato più piedi io che chissà chi. Nessuno riusciva a battermi in questo primato.
Un bel giorno, anzi una bella domenica, visto che non riuscivo a fare un passo di danza neppure sotto tortura, la comitiva decise all'unamità, io astenuto, che il mio compito in quei pomeriggi danzanti fosse quello di mettere e togliere sul grammofono i dischi a 78 giri de "La Voce del Padrone". Se non ricordo male forse un giradischi di quelli che funzionava con la manovella.
All'età di circa diciannove anni la mia ragazza, che sapeva ballare, decise di insegnarmi pena le "dimissioni". Un pomeriggio, complici anche le sue datrici di lavoro, venni invitato a casa loro attigua al laboratorio di sartoria dove appunto lei lavorava , ci chiudemmo in una stanza e lì venni iniziato al ballo.
Il fatto è che sì riuscii ad imparare qualche passo di danza ma soltanto al suono di quella famosa canzone che credo si chiamasse "Beguine to beguine". Non ho mai capito se era un tango, una rumba o qualsiasi altro ritmo. Provarono persino a farmi ballare al suono di un valzer magari lento ma non ci fu verso che io riuscissi a muovermi. Ero negato totalmente.
Dopo un paio d'ore di "Beguine", stremati, decidemmo per quel giorno di smettere.
Col trascorrere degli anni ci furono altri tentativi, la maggior parte andati a vuoto, ma ormai s'era capito che era inutile cercare di farmi imparare a ballare.
Avevo compiuto cinquantacinque anni, ancora lo ricordo, e un mio amico che festeggiava il suo di compleanno, m'invitò a casa sua. Era un sabato pomeriggio d'autunno e il suo appartamento, veramente grande e piuttosto di lusso, pullulava di persone d'ambo i sessi sia nostri coetanei sia qualcuno anche più anziano. La maggior parte erano donne.
Ad un certo punto ci fu chi mise in funzione uno stereo ad alto volume e parecchi degli invitati si gettarono nel vortice delle danze. Io, prudentemente, mi sedetti su di una poltrona e cominciai ad ammirarli. Qualche minuto dopo si avvicinò una signora, di almeno cinque o sei anni più grande di me, la quale mi disse
= Scusi lei balla?
= Ehm... veramente io...le confesso che non so ballare
= Ma questo che sta ascoltando è un tango ed è facile da ballare
= La ringrazio ma non farei altro che pestarle i piedi
= Non si preoccupi, venga, la porto io
= Dove?
= Qui, a ballare, venga su, si faccia coraggio
= Non c'è una Beguine, mi sentirei più sicuro?
= Poi la cercheremo, adesso prenda il mio braccio e mi segua.
Dopo quel giorno la seguii anche altre volte.

mercoledì 27 ottobre 2010

CASO A COSE

Prima di parlare di cose cui sto facendo caso da un po’ di tempo, capitano molto spesso davanti la vista cose alle quali, magari involontariamente ci si fa più caso.
Credo di aver incasinato l’inizio .
A questo proposito mi torna in mente una breve e innocente barzelletta che l’indimenticabile Aldo Fabrizi amava raccontare. Prima in teatro, quando faceva avanspettacolo, poi al cinema e quindi in TV. A me sembra di ricordarla così: “Ahò…ci avete fatto caso che quanno annate ar cesso pe’ lavavve le mano, pjate ‘na saponetta, ve insaponate ma ve casca guasi sempre ner lavannino?…Quanno la riccojete ce trovate sempre un capello appiccicato…però si ve casca un capello cor cavolo che ce trovate appiccicata ‘na saponetta.”
Io ad esempio, quando tutte le mattine o quasi, prima passeggio per circa un’ora, poi vado al mercato a comprare qualcosa, o viceversa a seconda della temperatura, nel rientrare a casa mi accorgo che cammino con la stessa andatura e faccio le stesse mosse di un mio caro amico, più anziano di me, reduce dalla seconda guerra mondiale che non ha alcun impedimento fisico nella deambulazione.
Quindi niente a che vedere con il proverbio “chi pratica lo zoppo impara a zoppicare”.
Per di più non facciamo lo stesso percorso né si conciliano i nostri orari, lui esce da casa all’alba io invece un poco più tardi e, pur abitando a poca distanza l’uno dall’altro, c’incontriamo raramente, almeno in strada.
Come si spiega?
Da dove nasce questa sorta di emulazione?
Ho cercato di darmi una spiegazione e sono arrivato ad una semplice conclusione: è l’età, cari noi due, 88 anni lui e 80 io.
E’ perfettamente naturale che noi si viaggi a scartamento ridotto e un po’ penzolanti.
Altre cose a cui faccio caso - ricomincio? - sono gli abbigliamenti delle persone che incrocio per le strade del rione.
Per esempio quelli di noi maschietti-vecchiottii - incluso anch’io - che alla nostra veneranda età andiamo in giro con: scarpe da basket, blue-jeans da cowboy, camiciola ampia - adatta a nascondere la pancia abbondante, come la mia tanto per non fare nomi - cappello da baseball.
Così d’estate. Quando fa più fresco cambia poco, salvo l’aggiunta di un giubbotto dal colore indecifrabile imbottito da non so cosa che ti fa sembrare l’uomo michelin.
Io ricordo che, a qualunque età, direi a cominciare dalla nascita, non si usciva da casa se non con tanto di giacca, cravatta, pantaloni, scarpe normali, tutto o quasi della stessa tonalità e poi con i capelli luminescenti - brillantina oppure olio di cucina.
Incontro spesso un signore, anziano, che in una qualsiasi delle quattro stagioni - credo siano rimaste lo stesso numero soltanto quelle musicate da Antonio Vivaldi - indossa questo completo: scarpe lucidissime, pantaloni, camicia, cravatta, giacca con tanto di fazzoletto nel taschino, il tutto dai colori intonatissimi, senza mai il cappello. E sì che non ha capelli.
Ovviamente esamino anche fanciulle, ragazze e signore anche di una certa età.
Di loro faccio caso ad ogni cosa - non è ora di smetterla?- specialmente quando, indossando blue-jeans o micro-gonne a vita molto bassa espongono all’aria aperta anche indumenti particolarmente sfiziosi oltre alle loro parti inferiori del corpo comprese tra il torace e il bacino. Molte indossano pantaloncini microscopici.
Ognuno è libero di abbigliarsi come meglio crede.
Soltanto un suggerimento a chi fa parte dell’altra metà del cielo: per le più giovani se debordano maniglie dell’amore e quant’altro è meglio che non seguano la moda; per le attempate ci andrei un pochino più cauto.
Perché a questo punto mi viene in mente la favola della volpe che non potendo arrivare all'uva troppo in alto diceva che era acerba?

domenica 24 ottobre 2010

IL TAVOLO DEI LAVORI

Ieri 23 ottobre 2010 si sono finalmente riunite, quasi al completo, le parti interessate all'accordo
sul programma.
L'intesa è stata raggiunta all'unanimità dopo vari contatti sia telefonici sia tramite posta elettronica.
Anche l'oculata scelta della sede dell'incontro ha avuto il plauso degli intervenuti i quali, al termine della riunione di lavoro, iniziata alle 13:30 e terminata alle 16:30, hanno lasciato la sede medesima visibilmente soddisfatti.
Quattordici le personalità presenti.
Uno, io, in qualità di:
padre
suocero
nonno
fratello, quale rappresentante degli altri tre assenti
cognato
zio
il più vecchiotto
il più acciaccato.
mio figlio
sua moglie
due loro figlie
due cognate
sette nipoti, maschi e femmine, dei quali due venuti da Vienna.
Questo lo svolgimento dei lavori sul tavolo rettangolare:
primo, a scelta, spaghetti alla pescatora o spaghetti alla gricia;
secondo, sempre a scelta, spigola gamberoni e mazzancolle il tutto alla griglia o abbacchio pollo e maialino arrosto;
contorni, ancora a scelta, patate al forno o finocchi e carote crude a cazzimpero;
frutta, dolce, caffé e ammazzacaffé.
Naturalmente c'è stato chi ha voluto approfondire più degli altri gli argomenti all'ordine del giorno da lui maggiormente graditi ma, terminata la riunione, tutti si sono scambiate reciproche congratulazioni per il conseguimento dello scopo prefissato.

giovedì 21 ottobre 2010

LA VERA STORIA DER VARECCHINARO

Avevo dimenticato Flavio però mi tornò in mente quando un comune amico mi informò della sua scomparsa. Lui era appunto un "varecchinaro" il quale, tanti anni fa, vendeva la varechina - oggi candeggina - che a quei tempi era contenuta in fiaschi e fornita a casa di chi voleva servirsene.

Questo mio amico recentemente scomparso, più giovane di me di qualche anno, abitava con i genitori ed un fratello più grande, al piano mezzanino del fabbricato dove abitavo anch'io, in Via della Polveriera. Aveva una passione per il calcio, tifosissimo di una delle due squadre della Capitale, ma anche una gran voglia di studiare.

La sua famiglia non poteva permettergli gli studi ed allora per pagarseli lui faceva appunto "er varecchinaro". Caricava cioè una certa quantità di fiaschi di varechina in una sorta di riksciò al contrario nel senso cioè che la ruota per pedalare il " triciclo" era quella posteriore e poi andava in giro per il nostro Rione Monti e quelli confinanti. Una grande faticaccia tutti i pomeriggi di tutti i giorni feriali. Al mattino invece frequentava la scuola.

Si diplomò al liceo classico con ottimi voti, poi all'Università dove si laureò in giurisprudenza con 110 e lode sempre senza far pesare sulla propria famiglia l'onere delle spese necessarie per gli scopi da lui raggiunti.

All'inizio degli anni sessanta diventò avvocato civilista occupandosi inoltre di compravendite immobiliari.

Non c'incontravamo spesso perché entrambi impegnati ma quando succedeva allora stavamo volentieri insieme a raccontarci qualcosa delle nostre rispettive attività e famiglie.

Lui non aveva nessuna voglia di sposarsi e di mettere su famiglia, aveva altro per la testa.

Sul finire degli anni sessanta un importante e facoltoso cliente dello studio professionale dove ero impiegato doveva procedere all'acquisto di una villa situata in una località marina distante da Roma una cinquantina di chilometri. Prima di dare un acconto e firmare una scrittura privata il cliente dello studio chiese al mio capo di fare un accertamento all'ufficio competente per quella zona al fine di accertare se sull'immobile gravasse o meno qualche impedimento che ne impedise la libera disponibilità e la sua libertà da oneri, pesi o vincoli di qualsiasi tipo. Una richiesta logica.

Il proprietario dell'immobile oggetto della compravendita era rappresentato con regolare mandato proprio dal mio caro amico "er varecchinaro".

Per quest'operazione di compravendita d'immobile venni incaricato dal mio capo di andare ad eseguire l'accertamento di cui sopra presso un Ufficio pubblico poco distante da Roma. Il mio amico non più varecchinaro ma avvocato mi disse che mi avrebbe accompagnato lui, venendomi a prelevare a casa l'indomani mattina del giorno fissato per l'accertamento. Ed infatti puntualmente alle sette del mattino mi citofonò a casa e tutti allegri partimmo alla volta di quell'Ufficio. Lì giunti mi feci consegnare dall'impiegato addetto i registri che m'interessavano e purtroppo notai che sulla villa gravava un provvedimento di una certa importanza che ne impediva la vendita. Il mio amico avvocato ex varecchinaro che era accanto a me disse

= vabbe' Aldi' nun te preoccupa' ce penso io a sistema' la quistione

= a Flavie' qui nun ce sta solo da sistema' abbisogna cancella' quela rogna prima de firma' quarsiasi scrittura privata

= e perché?

= come perché, sei pure avvocato e ce lo sai er perché

= ma si tte dico che poi ce penso io

= poi quanno, l'anno der mai?

= no, io prenno la capara confirmatoria in conto prezzo, porto li sordi a chi ha messo 'sta rogna der cacchio e quello pjia e cancella

= no Flavie', nun funziona così, io ar capo io da di' le cose come stanno. Vedi: er cliente se fida der capo, er capo se fida de me e...

= e te fidete de me...

= te saluto Flavie'. Però dimme ' na cosa, ce fai o ce sei?

= che?

= ne parlamo la prossima vorta, pe' oggi è mejio ritornassene a Roma.

In macchina al ritorno lui continuava a ripetermi che non era necessario dire tutto al capo e al cliente ma io, pure se dispiaciuto, riferii puntualmente come stavano le cose. A quel punto l'"affare" non andò in porto, il mio amico se la prese con me malgrado l'evidenza dei fatti e da allora non ci vedemmo più.

Alcuni anni dopo lessi su un quotidiano di Roma che era stato arrestato per una truffa e si trovava detenuto in carcere a Regina Coeli.

Doveva aver combinato quacosa di grosso perché la notizia apparisse sui giornali.

Mi venne la tentazione di andarlo a trovare ma lasciai perdere.

Si poteva riaprire una ferita della quale ancora portavamo i segni.



lunedì 18 ottobre 2010

A CASA DAI MIEI

.......in Via della Polveriera ci sono rimasto dalla nascita fino a ventisei anni – 1956 – e la ricordo fin qusi in tutti i minimi particolari. Il piccolo ingresso, l'inizio del lungo corridoio che, dopo aver costeggiato una piccola cameretta – da noi chiamato camerino -, una camera da pranzo e attraversato un altro piccolo corridoio che consentiva l'accesso alla camera da letto e al gabinetto, arrivava fino in cucina. Praticamente quest'ultima era il centro dell'universo per tutti noi. Appena si entrava sulla destra c'era, fissato nel muro, il lavello di pietra, credo in travertino - noi lo chiamavamo lavandino - di colore avana a pallini bianchi, senza sotto lavello. Subito dopo un mobile da cucina – da noi chiamato credenza – con tre sportelli inferiori, tre cassetti e tre sportelli superiori. A sinistra un lungo tavolo da sei posti con sopra una lastra di marmo bianco che nostra madre usava per preparare la pasta fatta in casa, i dolci, etc. Poi una finestra a due sportelli senza persiane e accanto il fornello a carbone che, quando entrava in funzione , noi a turno dovevamo attizzarne il fuoco con una grossa ventola munita di belle e grandi piume non so di che animale. Se non ricordo male l'erogazione del gas iniziò alla fine della seconda guerra mondiale. Sotto il tavolo era posteggiata una grossa tinozza di zinco che fungeva da vasca da bagno in quanto il gabinetto era fornito soltanto di water e lavello. Noi quattro fratelli adoperammo quella specie di vasca fino ad almeno i quindici anni dopo di che andavamo a farci una doccia da quelli che all'epoca si chiamavano alberghi diurni: da Cobianchi all'inizio di Via del Corso – allora Corso Umberto – oppure alla Casa del Passeggero vicino la Stazione Termini. Naturalmente a pagamento. In casa non c'era riscaldamento di nessun tipo fino a che un giorno nostra madre, incuriosita, domandò al proprietario – siamo stati sempre in affitto – che cosa fosse quella forma muraria dall'apparente aspetto di un caminetto collocata sulla parete a metà del lungo corridoio. Il proprietario disse di non saperne nulla, ma acconsentì, dietro richiesta di nostra madre, che se voleva poteva abbattere quella piccola parte di muro per vedere di cosa si trattava. In poche parole era un vero e proprio caminetto che funzionava benissimo e da allora anche noi avemmo la nostra casa un po' meno fredda.
Nel 1976, sei anni dopo la scomparsa di mio padre, anche nostra madre a sessantasei anni ci lasciò sia noi sia la casa. Lei già da qualche anno viveva lì da sola in quanto noi quattro fratelli avevamo tutti la nostra famiglia, ma ci vedevamo spesso.
Nostro fratello più grande tentò di andarci ad abitare, ma per tanti motivi non riuscì a vedere esaudito il suo desiderio pertanto decidemmo insieme di lasciare libera la casa da persone e cose.
Il proprietario trovò prestissimo un nuovo inquilino il quale prima di occuparlo iniziò a fare grossi lavori di restauro.
Ricordo che appena qualche giorno dopo andai a vedere se nel frattempo fosse arrivata posta per nostra madre, salii le scale, giunsi al pianerottolo, vidi la porta aperta di quella che era stata la nostra casa per oltre quarantasei anni, entrai e, vedendo un paio d'operai che stavano picconando un po' dovunque, mi vennero i brividi perchè sentii risuonarmi nelle orecchie le parole di una nota canzone romana. ...fa piano a murato' co' quer piccone, ma nun lo vedi che mamma mia sta lì...
E piansi.