sabato 25 aprile 2015
LA MIA PRIMA GATTA
Mucci il nome semplice con il quale noi quattro fratelli “battezzammo” la piccola gattina
tigrata che nel ’48-’49 introdussi in casa nostra. Questa dolcissima felina me la ritrovai tra le gambe mentre una sera, seduto in tram, stavo rientrando a casa verso le 22. Pur immaginando la reazione negativa di mia madre, speravo invece nella “benevola fratellanza” dei miei germani…e così fu. Quella stessa sera Mucci fece il suo primo “dovere”. Era già da qualche tempo che un topolino, intrufolatosi attraverso il caminetto situato nel corridoio, gironzolava per casa. Ebbene visto che c’era il “topo” poteva mancare il “gatto”? O meglio la gatta?E allora occorreva preparare la “trappola”. La nostra camera da pranzo era arredata in quegli anni oltre che da un mobile dove erano riposti stoviglie e altre cose, anche da due letti ad una piazza, alcune sedie ed un tavolo quadrato abbastanza robusto, di quelli che si potevano allungare mediante alcune assi in esso contenute (ancora “vivente”, con nostra grande gioia, in casa del terzo fratello). Con quale espediente riuscimmo ad attirare the young mouse sotto il tavolo non lo ricordo proprio, ricordo soltanto che, appena entrato lui, recintammo immediatamente i quattro lati dello stesso tavolo poggiando le assi sulle sue gambe, in modo da creare una sorta di arena nella quale poi introducemmo la Mucci accingendoci quindi ad assistere al ludo gladiatorio. D’altronde casa nostra faceva parte di un fabbricato distante pochi metri dal Colosseo e perciò l’emulazione era più che giustificata. La battaglia, anzi la corsa, iniziò immediatamente ad una folle velocità ma Mucci ebbe presto la meglio. Quello che allora non compresi fu che anziché farlo fuori subito, prima lo stordì con una zampata, poi ci cominciò a giocherellare, ma non fece altro,lo lasciò lì, immobile rivolgendogli un’occhiata ogni tanto. Chissà, forse aspettava da noi spettatori lo storico segnale con la mano ed il pollice rivolto all’ingiù. Resta il fatto che da quel giorno topi in casa non ne girarono più. E’ stata una gatta bonacciona e socievole anche se un poco birichina. Quando le riusciva rubacchiava volentieri qualche bocconcino prelibato. Nostra madre, ogni volta che si recava al vicino mercato a fare la spesa, portava sempre per lei qualcosa che si procurava al banco dell’”abbacchiara” che tra l’altro abitava sul nostro stesso pianerottolo, noi all’interno 11, lei al 12.
Sulle doti di bontà e socievolezza di Mucci ricordo quando, in inverno, la infilavo nel mio letto sotto le coperte e poi, per riscaldarmi, le piazzavo i miei piedi gelidi sulla sua calda e morbida pancia. Nessun segnale di ostilità da parte sua. E così pure quando cercavo di mascherarla infilandole un mio calzino sulla testa come cappello. L’unica sua reazione era quella di guardarmi come per chiedermi se fossi stato soddisfatto di come l’avevo combinata.Ricordo che un giorno, sempre d’inverno, evidentemente pire lei sentiva freddo,andò tranquilla nella piccola camera che un nostro zio, fratello di nostra madre, aveva adibito anche a laboratorio di sartoria. Le piaceva andare lì perché sul tavolo da lavoro di nostro zio c’era poggiato, tra le altre cose, anche un grosso ferro da stiro a carbone e quindi, se acceso, una bella fonte di calore, ma quella volta, confortata dal dolce tepore si addormentò finendo dritta sul ferro bollente. Un miagolio disperato che non aveva nulla di felino e subito una fuga precipitosa verso un posto più fresco. A volte, quando nostro padre si sedeva al tavolo in camera da pranzo per scrivere o leggere qualcosa, gli saliva sulla schiena e gli si accoccolava intorno al collo avvolta come una sciarpa. Papà e Mucci fermi e tranquilli come se fosse la situazione più normale di questo mondo. Quando invece rubacchiava qualcosa di commestibile non si riusciva a vederla girare per casa, andava a nascondersi sotto uno dei letti in camera da pranzo perché sapeva benissimo che le sarebbe spettata quanto meno una sgridata e, allorché io o qualcun altro riusciva a trovarla e cercava di farla uscire da lì, lei si ribellava miagolando come per dire che aveva avuto fame e quindi. Aveva anche l’abitudine, specialmente d’estate, di accucciarsi sul davanzale della finestra in camera da pranzo e di sbirciare, tra le persiane socchiuse, giù nella strada. Appena si accorgeva di nostra madre che faceva il suo rientro a casa dopo aver fatto la spesa al mercato, andava di corsa ad attenderla alla porta d’ingresso. Stava per arrivare il vitto. La sua vista doveva essere ottima perché noi abitavamo, in quel fabbricato, al secondo piano sul rialzato, praticamente al terzo.Tra una sbirciatina e l’altra aveva anche trovato il modo di amoreggiare con un gatto, piuttosto grosso, pelo di vari colori con prevalenza del “roscio”, enorme “capoccia” sulla quale spiccava un orecchio mozzato: il risultato di violente zuffe con gli altri gatti della nostra via e del circondario, i quali si erano come volatilizzati. Peppone, questo era il nome autentico che gli aveva appioppato la sua famiglia composta anche da tre nostri coetanei abitante al n. 41 in una casa posta al livello strada facente parte dello stesso nostro fabbricato. Praticamente viveva come un sultano nell’harem. Non si vedevano gatti maschi in giro. Perciò Mucci quando qualcuno di noi dimenticava di chiudere la porta di casa lei riusciva a fuggire senza farsene accorgere, era solita andare a trovare il suo “lui” e trascorrere così i suoi momenti d’intimità. Nei suoi anni di vita, circa nove, si verificarono troppi di questi “momenti” tanto che nostro fratello più grande dovette più volte recarsi nel giardino di Piazza Vittorio per depositarvi le cucciolate dei due nostri “giulietta e romeo”. Certamente Mucci e Peppone erano talmente innamorati l’uno dell’altra che una volta lei, forse per il troppo amore, ebbe il coraggio di gettarsi da casa nostra (quasi terzo piano) nelle braccia, pardon, nelle zampotte del suo adorato. Le andò bene perché non le si ruppe niente, almeno a noi non disse nulla. Ma, purtroppo, l’ultimo suo parto le fu fatale. Senza una ragione, quella volta uscì da casa nostra e salì al piano superiore, si accucciò vicino la porta di non so quale abitazione ed evidentemente, per le doglie, si lamentò in modo così straziante che gli abitanti, ignorando come stavano le cose, si affrettarono a chiamare il personale dell’ Ente Nazionale Protezione Animali. Non vedemmo più la nostra Mucci.
lunedì 20 aprile 2015
lunedì 30 marzo 2015
LA PATENTE A 36 ANNI, UNA 600 USATA e poco altro ancora
È l'anno 1966 e, sposati
da circa 10 anni, io e mia moglie abbiamo un figlio che ha 7 anni.
Lui ha preso da me e, come si usa dire, “tale padre, tale figlio”.
Mi somiglia infatti per quanto riguarda le fughe. Io ne feci tre
intorno ai 14 e i 15 anni, lui invece è stato più precoce.
Fortunatamente le sue mini-fughe si sono interrotte all’età di 9
anni. La prima mini-fuga la esegue a poco più di 4 anni. Un giorno
mia moglie va a prenderlo all’uscita dalla scuola materna quando
lui, improvvisamente, si divincola dalla sua mano e corre
velocemente incontro a chissà quali avventure. La scena è questa:
mamma urlante a perdifiato cerca d’inseguire il pargolo ormai
distante. Un brav’uomo, captato il SOS, blocca il fuggitivo mentre
lo stesso sta scendendo dal lungo marciapiede diretto verso il
traffico cittadino. Madre disperata, brav’uomo consolante, bimbetto
sghignazzante. Rientrano a casa e che fa la madre? Informa subito il
figlio che telefonerà al genitore in ufficio per informarlo di tutto
l’accaduto e gli dice queste precise parole: “adesso telefono a
papà così viene a casa e vedrai quello che ti succede”. Questa
frase, scolpita a chiare lettere sia nella mente della mamma, sia in
quella del pargolo, sia infine negli annali della storia, verrà
ripetuta credo fino alla maggiore età del bimbo. In definitiva io
sono il bau-bau, l’orco nero, il mangiabambini e invece lei che
cosa è se non la mammina adorata che non ha mai rimproverato o
sgridato la sua creatura?. All’età di 7 anni il pargolo frequenta
la II^ elementare di una scuola distante oltre un chilometro da casa.
Andata e ritorno, all’entrata (ore 8) e all’uscita (ore 16), lui
e un suo compagno di scuola abitante nella nostra stessa via - amici
per la pelle - vengono accompagnati dalle rispettive mammine. Un
giorno alle 15.10 circa ricevo una telefonata in ufficio. E’ la
mammina la quale, quasi piangendo, mi dice - “sai che ha fatto TUO
FIGLIO?” - A questo proposito io ho sempre saputo che: “la madre
è certa, il padre non si sa”. Perché allora in certi casi è mio
figlio ed in altri è nostro ed in altri ancora è suo? Misteri della
psiche. Comunque il misfatto compiuto dai due amiconi è stato quello
di fuggire dalla scuola alle 15 anzichè attendere l’arrivo delle
mamme alle 16, di prendere armi e bagagli e, saltellando
allegramente, di tornarsene ognuno a casa propria. Anzi no - mio,
tuo, suo, insomma nostro figlio ci ha messo il carico da undici. Se
ne va a casa dall’amico, fanno prendere anche alla di lui mamma un
grosso spavento e, giocando con la sorellina dell’amico, vedendole
sul visetto due guanciotte rosse e molto paffute, esclama: “la
pesca”! E le dà un morso sulla guancia. Eccolo chi è il
mangiabambini! Fortuna che padre e madre sono nostri amici e, bontà
loro, perdonano. Quindi l’ultima mini-fuga. La mammina e il
pargoletto sono soliti trascorrere i pomeriggi all’aria aperta,
tempo permettendo, nei parchi che distano poco da casa. Questa volta
tocca al Parco del Colle Oppio sovrastante la Domus Aurea – Casa
di Nerone di fronte al Colosseo. Camminano entrambi, mano nella mano,
lungo il vialone che arriva fino al Largo della Polveriera, mia
moglie distraendosi nell’ammirare il panorama, mio figlio rovinando
le scarpe per prendere a calci i sassolini della ghiàia che copre i
vialetti del giardino. Improvvisamente uno di questi sassolini,
calciato in aria dal pargolo, nel ricadere va a colpire esattamente
un puntino qualsiasi del parabrezza di un’auto che passa proprio
nello stesso istante e, scheggiandolo, lo fa diventare una ragnatela.
In quest’ulteriore scena, descrittami in seguito, i personaggi si
muovono così: l’automobilista infuriato frena bruscamente e scende
dall’auto, si avvia verso la mammina che con le mani nei capelli
sta quasi per piangere mentre del pargolo-colpevole non c’è
traccia alcuna. I due si mettono alla ricerca del fuggitivo, lo
scovano nascosto chissà dove – forse a casa Nerone – parlano del
fatto che il danno va riparato (e pagato), decidono prima di passare
da un meccanico per conoscerne l’entità e poi, dato che la mammina
esce da casa sempre con poche lire, di venire da me in ufficio poco
distante dal luogo del misfatto. Durante il tragitto il pargolo
assilla l’automobilista con la descrizione che fa del proprio
genitore, forse gli avrà anche detto che se mi girano posso anche
uccidere, chi lo sa. Quello che io vedo quando mi appaiono in ufficio
i tre…beh diciamo i due e qualcosa perché il pargolo è
completamente nascosto dalla gonna della madre, è una scena da film
lacrimevole. Compunti e quasi silènti riescono a stento a dirmi
dell’accaduto. Prendo atto, dico poche parole e mollo le lire. I
conti con l’automobilista li ho regolati, quelli con i demolitori
di macchine altrui lo farò a casa.
***Questi furono
alcuni degli episodi che mi indùssero a prendere la patente d’auto
e fanno parte del “prima” in quanto ogni volta che il bimbo
fuggiva, la mamma chiamava e io con la macchina accorrevo. Dovevo
dire e fare qualcosa e invece lo guardavo soltanto. L’episodio
però più convincente quello cioè della goccia che fece traboccare
il vaso fu il seguente:
È il 10 luglio 1966 una
caldissima giornata d’estate ed io, il pargolo e la mammina
dovremmo iniziare a pranzare ma lei è ancora indaffarata con
qualcosa che improvvisamente le cade di mano e si va ad infrangere
sulla parte superiore del suo piede destro. Una caraffa di vetro
colma d’acqua le produce un brutto taglio. Perde sangue. Non so
perché non mi viene in testa di chiamare l’ambulanza. Cerco
qualcuno nel palazzo che ha la macchina e che ci possa portare me e
mia moglie al più vicino pronto soccorso. Non trovo nessuno. Mi
ricordo di quel nostro amico, il padre della “pesca”. Di corsa
vado su, loro pure stanno mangiando ma lui smette subito ed esce con
me. Lascio lì mio figlio sperando che non si mangi la “pesca”.
Di corsa all’ospedale ed in poco tempo tutto sistemato. Prendo
l’estrema decisione. L’indomani mi iscrivo ad una vicinissima
scuola guida e seguo tutte le lezioni teoriche con molta attenzione.
Un istruttore mi fa fare anche ore di pratica e arriva il giorno
dell’esame alla presenza, nella macchina da me guidata, di un
funzionario credo della Prefettura. Accanto a me siede l’istruttore.
Via, si parte, magari a singhiozzo ma si parte. Dopo una buona
mezz’ora di varie grattate nel cambiare le marce, di fanali e
marciapiedi evitati per puro miracolo, di inutili tentativi di
parcheggio - avanti e indrè non ricordo per quante volte – il
funzionario, lui sudatissimo, noi pure, esplode e mi ordina di
fermarmi. Tre giorni dopo mi telefona l’istruttore e m’informa
che posso andare a ritirare il foglio rosa, anteprima della patente.
Ancora oggi mi chiedo: se le patenti vengono concesse ad un incapace
come me chissà se è meglio non girare tanto per le strade. Il
giorno stesso del “rosa” parlo con un cliente dello studio dove
lavoro, proprietario di una società di vendita d’auto usate e a
rate. Prendo appuntamento per l’indomani e ci vado accompagnato da
mio fratello più piccolo (di 7 anni) lui sì patentato doc. Col
“rosa” si può guidare col patentato accanto. Acquisto una 600
che sembra abbastanza in forma e mio fratello mi dice che devo
guidare io. Da lì a casa sono circa 10 chilometri e, quando
finalmente arriviamo, lui scende mi augura buona fortuna e se ne va
credo maledicendo il giorno in cui m’ha detto che m’avrebbe
accompagnato. La giornata fatidica arriva. Precisamente il 19 agosto
1966 mi viene consegnata dalla Prefettura di Roma la Patente con la P
maiuscola, quella vera.. Domenica prossima si va ai pranzare ad uno
dei Castelli Romani. Partiamo verso le 10 a.m., non si sa mai.
Allegri come una Pasqua, mammina e il rampollo, tetro come il 2
novembre io. Sto attentissimo a non superare i 20 Km.l’ora benchè
i cartelli indichino un numero maggiore, ma non mi riguarda.
Riguarda però chi si azzarda a starmi dietro. Tre ore di viaggio
senza alcun incidente. Per un percorso di un’ora e non di più
credo sia un record, negativo forse. Tutti felici e contenti, meno io
che già sto pensando al ritorno.
***Negli anni a
seguire non è che la mia guida cambiò di molto. Certo camminavo
molto più veloce ma osservavo scrupolosamente il codice della strada
come, ad esempio, cedere il passo ai pedoni sulle loro strisce,
fermarsi ai semafori quando inizia il giallo e attendere
scrupolosamente il riapparire del rosso, non investire animali di
qualsiasi tipo e cose del genere. Solo che io frenavo bruscamente
tanto che colui o colei che mi seguiva inevitabilmente mi tamponava.
Sono stato per un lungo periodo l’incubo degli automobilisti, delle
loro case assicuratrici, ma il più apprezzato dai carrozzieri.
Almeno una volta ogni 15 giorni ero da loro a rifarmi il paraurti
posteriore nuovo o un’altra riparazione qualsiasi. Prima che
mandassi la mia cara 600 in pensione, dopo tre anni, nel 1969 ebbi
anch’io il mio momento di celebrità tamponando una macchina. Solo
che era quella di mio fratello più grande che guidava la sua davanti
a me in una strada provinciale. Ci mettemmo tutti a ridere per la
stranezza del caso. Lui si era diligentemente fermato allo stop. E
gli agenti delle due nostre rispettive società assicuratrici si
resero conto della nostra assoluta buona fede e ci rimborsarono il
costo delle riparazioni. Sorridendo: chissà perché? Ne avrei
altre da raccontare sulle mie doti da automobilista, ma non le
rammento più così dettagliatamente come quelle sopradescritte.***
TRANQUILLI,
DA 20 ANNI NON HO PIU' RINNOVATO LA PATENTE E NON HO AUTO.
lunedì 23 marzo 2015
IMPROVVISAMENTE UN RICORDO
Se
devo dire la verità non so spiegare neppure il motivo per cui mi sia
tornato in mente l'episodio che sto per tentare di scrivere. ma è
successo come se, d'un botto, si fosse accesa una piccola lampadina
nella mia mente. Perchè poi, ad essere sinceri, non è niente di
clamoroso. O forse sì dato che risale ai tempi che furono, circa 66
anni fa.
Una
calda sera di primavera romana del 1949 ero andato dove lavorava la
mia fidanzata, attuale mia consorte, per accompagnarla a casa facendo
prima una breve sosta e così trascorrere un po' di tempo insieme. Ma
quella sera, anzichè al Lungotevere, dove ci recavamo tutte le
sere, chiesi io a lei di venire dalle mie parti, più precisamente al
Parco del Colle Oppio, vicino Via della Polveriera dove abitavo a
quell'epoca.
Entrambi
adolescenti naturalmente non vedevamo l'ora di starsene
tranquillamente da soli, anche se soltanto per poco tempo.
Data
l'ora, era sceso il buio ed il Parco era quasi deserto. Ci sedemmo su
una panchina e, da cosa nasce cosa, c'eravamo abbracciati per
scambiarci le più innocenti delle effusioni.
Trascorso
qualche minuto sento che qualcuno mi bussa sulle spalle, alzo la
testa e, a stento, vedo il sorriso beffardo sul volto di un vigile
urbano il quale mi/ci chiede i documenti di riconoscimento, annota
qualcosa su un foglio di carta, saluta e se ne va.
Piuttosto
dispiaciuti fummo costretti ad interrompere la nostra serata.
Circa
una settimana dopo, rientrando a casa, mi aprì la porta mia madre (a
me e ai miei fratelli le chiavi di casa ci vennero date molto tardi)
la quale, sogghignando, mi sventolò dinanzi gli occhi un foglio di
carta. Era il verbale della contravvenzione che il vigile mi aveva
fatto al Parco con sopra citata l'ammenda da pagare e la causale:
"...sorpresi nel Parco del Colle Oppio mentre erano intenti a
BAGIARSI (testuale)".
Altri
tempi quelli.
Se
le forze dell'ordine dovessero usare attualmente lo stesso metodo,
con le ammende pagate si risanerebbero i conti dello Stato.
SENZA
INVIDIA, INTENDIAMOCI.
giovedì 19 marzo 2015
TRE DOMANDE
La
prima domanda che mi faccio quando esco per una breve passeggiata
mattutina, è semplice semplice. La mia uscita da casa varia secondo
la situazione meteorologica, non quella mia perché non sempre tende
al bello, parlo del tempo che fa.
Ecco
quindi la prima domanda che rivolgo a chi fa le previsioni: ma è
possibile che ogni canale televisivo dice la sua che poi è sempre
diversa l’una dall’altra? Mettiamo da parte, per carità di
patria le previsioni a lungo termine, il fatto è che non azzeccano
nemmeno quelle del giorno dopo. Lo so è una storia vecchia detta e
ridetta ma per carità astenetevi dal farle ‘ste previsioni. Mi
complicano la vita poiché la sera mi preparo un certo abbigliamento
per l’indomani ed è molto facile che non sia quello adatto.
La
seconda domanda concerne i quadrupedi amici degli esseri umani. A
questo proposito mi capita spesso di assistere a degli episodi veri.
Cito il più recente. Molto spesso incrocio una signora non più
giovane, ben vestita, dal fare distinto, quasi aristocratico, che
esce dal portone del fabbricato dove abita, a poche centinaia di
metri da quello dove abito io, sempre alla stessa ora del mattino.
La particolarità di quest’incontro da cui la domanda, è la
seguente. La gentildonna in questione porta con sé, al guinzaglio,
tre cani differenti l’uno dall’altro, e non sto parlando se
maschi o femmine ma solo delle loro diverse proporzioni, minuscola,
media, grossa e della varietà dei loro antenati. Ieri si è
verificato qualcosa che mi ha incuriosito e che non ho potuto fare a
meno di notare. Insieme a questa signora, lei davanti io leggermente
più indietro, abbiamo fatto lo stesso percorso fino al cancello del
parco di Piazza Vittorio. Proprio al centro dell’accesso al parco
era tranquillamente disteso sulle sue quattro zampe un felino (gatto
o gatta?) di mia vecchia conoscenza: il protagonista principale di
una simpatica scena alla quale ebbi modo di assistere nel febbraio di
quest’anno, sempre in questo parco. Ho avuto la netta impressione
che il gatto/a (?) stava come in attesa dell’arrivo di quei tre
cani giacché non appena varcato il cancello del parco la signora ha
tolto loro il guinzaglio e, tutti insieme in compagnia del micio/a
(?), calmi e tranquilli se ne sono andati passeggiando nell’ampio
spazio erboso loro riservato. Credo si siano persino scambiati un
loro reciproco saluto di buongiorno. Quando però la gentildonna ha
iniziato a tirar fuori da una busta di plastica qualcosa avviandosi
quindi verso un lato dello spazio erboso dove era accoccolato un
altro felino/a (?) il “compare” (o “la comare”) dei tre cani
ha lasciato la loro compagnia ed ha pensato bene di accodarsi alla
signora. Era arrivata la colazione! Be’…ma allora l’attesa era
per l’”accoglienza” o per il cibo in arrivo?
L’ultima
domanda per quel giorno l’avrei voluta rivolgere ad una persona,
una giovane donna, molto probabilmente dell’Europa dell’Est, una
ragazzona alta, piuttosto formosa, priva di trucco, capelli biondi,
occhi azzurri ma arrossati per via che mentre camminava, da sola,
senza nessuno accanto, piangeva senza alcun ritegno. L’ho
incrociata, insieme con altre persone, lei camminando in un senso io
invece al contrario. Non le ho chiesto il perché del suo pianto ma
ho pensato di non farlo per non intromettermi in una situazione molto
privata. Ho agito bene?
lunedì 16 marzo 2015
LA CROCIERA
Sin da
ragazzo ho cercato di far diventare realtà un sogno e, dopo aver
chiesto qua e là per Roma, ci sono riuscito. Ho avuto fortuna, non
posso negarlo.
Sono
le 12:20 e mi sto avviando con passo veloce all'agenzia di crociere
di una famosa Società di navigazione che le organizza per il
Mediterraneo con partenze anche da Civitavecchia in provincia di
Roma. Quindici giorni da trascorrere sull'Autostrada del Mare e a
bordo di una nave bellissima munita di tutti i comfort. Una coppia
di coniugi, miei conoscenti con i quali mi sono confidato mi ha
"raccomandato" alla loro unica figlia dipendente di quella
Società di navigazione. Mi sono informato a dovere presso l'agenzia
ed anzi la gentilissima nonché affascinante figlia della coppia dei
miei conoscenti - Milena, questo il suo nome – proprio stamane mi
ha telefonato e mi ha messo al corrente di qualcosa di meraviglioso.
Lei, quale dipendente della Società, ha diritto ogni anno ad un
premio di produzione che consiste in una crociera al costo ridotto
del 50%, senza alcun altro esborso. Per l'intera durata della
crociera - quindici giorni – usufruisce gratuitamente di tutte le
comodità e i servizi offerti. C'è un piccolo problema però, quello
cioè che la cabina di prima classe messa a sua disposizione è per
due persone che devono occuparla. Milena, quando mi ha telefonato
questa mattina, mi ha messo al corrente di un suo piano riguardo
questo viaggio e me ne ha riferito tutti i particolari. Entrambi i
suoi genitori sono partiti per altri lidi e lei avrebbe dovuto
occuparsi della nonna materna durante la loro assenza. La nonna, che
ha sempre desiderato fare un viaggio in mare, è una vedova
perfettamente autosufficiente ed in buona salute, per carità, ma ha
comunque una certa età e Milena e i suoi genitori non vogliono
lasciarla sola. Milena inoltre ha tutto un altro programma di
vacanze da trascorrere con il suo ragazzo in giro per l'Europa.
Quindi come si fa a rinunciare ad una tale occasione? Allora mi ha
fatto una proposta. Me la sarei sentita di fare quel viaggio da me
tanto sognato facendo compagnia a sua nonna al costo del prezzo
vantaggiosissimo e cioè metà di quello reale complessivo? Dopo
alcuni chiarimenti chiesti a Milena e dalla stessa ottenuti ho
detto sì. Mi ha fornito ulteriori dettagli e adesso sono in Agenzia
a perfezionare la "scenetta" , già tra noi concordata, a
voce alta, a beneficio dell'intero uditorio:
=
buongiorno signorina, sono passato per sapere se ci sono novità per
la crociera Mediterranea
=
buongiorno anche a lei, aspetti che controllo perché forse c'è
qualcosa che le può interessare (e inizia a spiegarmi tutti i
dettagli della faccenda) =
benissimo, d'accordo su tutto. Dove posso accomodarmi per attendere
l'altro passeggero? = è una passeggera ed è già lì seduta su quel
divano, se vuole andare a parlarle = certo, con permesso allora...
(mi dirigo verso il divano, lì giunto faccio un mezzo
inchino e chiedo alla signora seduta che so essere la nonna di
Milena) posso sedermi?
=
er posto c'è = grazie. (nel frattempo la osservo: è
piuttosto in carne, capelli bianchissimi, neppure un filo di trucco,
due occhi vispi di un colore incerto, senza occhiali, vestita molto
sobriamente) =Sento
dall'accento che lei è romana = da na marea de generazzioni =
anch'io sono nato a Roma ma da antenati siciliani. Mi chiamo
Calogero, il nome del mio nonno materno = io me chiamo Nanda e nun è
er nome de nessuno de' li parenti =grazioso nome. È il diminutivo di
Fernanda vero? =macché me chiamo proprio Nanda = sono un
pensionato e... = te credo che voleva ancora lavora'? = no, certo.
Lei invece lavora?= all'età mia? No, no, sto in pensione, prima
facevo la fruttarola, c'avevo er banco a Campo de' Fiori. Puro mi
padre prima de me e mi nonno prima de lui,tutti fruttaroli armeno da
cent'anni...= a proposito di anni io ne ho 67 = e io 63. In due famo
più de 'n secolo pensa un po' = cambiamo argomento... = sì, si è
mejo= quella bellissima impiegata che vede lì a quel bancone... =
chi quella? È mi nipote, la fja de mi fja = benissimo...= mica
tanto. Pensi che noi tre c'avemo tutte lo stesso carattere e nun
riuscimo a anna' d'accordo. Però se volemo bene e sa perché? Mica
perché vivemo nella stessa casa, ma pe' er fatto che io so' vedova
da sette anni e mi' genero c'è e nun c'è, nu' lo vedi e nu' lo
senti, quinni...= quindi ecco spiegato perchè vi volete bene = già.
Senti un po', m'hai fatto parlà solo a me ma de te nun hai detto
gnente = ti ringrazio per essere passata ad un tono un po' più
confidenziale, ma di me c'è poco da dire: sono vedovo anch'io, ho
due figli, sposati, che hanno le loro famiglie però quest'anno ho
deciso di fare una crociera senza di loro = e puro io. So' anni che
me la sto a sogna'. Siccome mi nipote m'ha dato la cabbina sua che
però è pe du' persone sto aspetta' che quarcheduno...ma dimme un
po', ma che gnente gnente annamo su la stessa nave? = non solo, anche
nella stessa cabina così in due risparmiamo= e vabbe' ho capito però
famo a capisse pure noiartri due. Te rendi conto che dovemo da passa'
quinnici giorni drento la stessa cabina? = certo, soltanto la notte
però = e lo so però nun te mette gnente in testa che... = non porto
cappelli = nun fa' la spiritoso, sai che voijo di'= tranquilla so
benissimo come comportarmi = ecco bravo, comportate da ragazzo
educato. Adesso annamo da mi nipote a sistemà l'urtime cose = sì,
vedrai che sarò un perfetto gentiluomo= e sinnò 'na ciavattata su
li denti nun te la leva nissuno = grazie, ti ringrazio per la tua
bontà.=
Tre
giorni dopo, di domenica, alle 9:00 a.m. in punto io e Nanda dalla
nave salutiamo la cara Milena diretti verso la meta agognata,
l'inizo della realizzazione del nostro sogno.Siamo sulla nave
e guardando Nanda che saluta la nipote col fazzoletto in mano mi
accorgo che le sta spuntando qualche lacrima e allora
=
Nanda, che fai piangi? = ma chi piagne, chi piagne me
dev'esse' entrato quarche bruscolino nell'occhi...= fammi vedere, te
lo tolgo io...= ma che te faccio vede, lassa perde. Piuttosto annamo
a vede' sta cabbina.=
Rimaniamo veramente estasiati nel visitare la cabina che ci è stata
assegnata: ampia, arieggiata, ammobiliata ottimamente, un
bagno-doccia completo di tutti gli accessori, due eleganti comodini e
due ampi letti singoli.
= a Calo'... ammazza che robba...sembra de sta' ar grandhotel = Nanda
qui siamo in prima classe quindi...= e vabbè però tutto sto gran
lusso... = non preoccuparti. Dimmi piuttosto quale letto preferisci
tu, quello più vicino al bagno o l'altro sotto l'oblò?= er seconno
che hai detto = bene. Io suggerirei di sistemare le nostre cose
nell'armadio e poi di andare a fare un giro,che ne pensi?= sì, famo
così.=
Dopo una trentina di minuti usciamo dalla cabina e visitiamo gran
parte della nave .Giunta l'ora di pranzo ci indirizzano verso un bel
salone e ci accompagnano al tavolo che sarà riservato a noi per
l'intera durata della crociera. Pensavo che ci avrebbero fatto
accomodare in un tavolo con più persone ed invece il nostro è
soltanto per noi due.Finito il pranzo facciamo una breve passeggiata
in coperta parlando del più e del meno, poi ci sistemiano su due
comode sedie a sdraio, ammiriamo il panorama marino e scambiamo
qualche parola con i vicini.
= Calo', ho sentito di' che stasera dopo cena se balla = se vuoi
possiamo partecipare anche noi però ti avverto che non so muovere un
piede = sei de coccio allora...vabbe' te ne stai seduto su quarche
cosa e te metti a chiacchierà co' quarche vecchietta. Hai visto
quante ce ne so' in giro? = Nanda, scusa la domanda impertinente, ma
tu sei forse una giovanetta? = ma che vor di', io so' regazza
drento. Sapessi quanno c'avevo diciotto-vent'anni come spirolavo e
quanti spiroloni me ronzavano intorno. Poi un giorno, uno de questi -
er mejo te l'assicuro - me comincio' a ronza' attorno più spesso
dell'artri e così siccome due più due fa sempre quattro è annata a
fini' che me lo so sposato
= e avete vissuto felici e contenti. Ne sono certo... = questo è
poco ma sicuro. Solo però fino a quanno quer brutto malaccio me l'ha
portato via.Era un pacioccone, 'n'omo bono, venneva er pesce accanto
ar banco mio. Calo' adesso però piantamola e vestimose pe' anna' a
cena' e poi se gettamo ner vortice de le danze...=
Siamo così riusciti a creare tra di noi un'atmosfera cordiale e
simpatica. La sera quando ci prepariamo per andare a dormire lascio
a Nanda la precedenza per il bagno e quella per mettersi a letto.
Quando a mia volta esco dal bagno vedo che già dorme e non sente
nulla degli eventuali rumori che faccio. Anche perché sin dalla
prima sera le ho detto che mentre dormo io russo e lei allora si è
premunita tappandosi le orecchie con dell'ovatta. Oggi è già il
quinto giorno di navigazione e siamo andati a dormire subito dopo
cena poiché abbiamo voluto partecipare a qualche attività
dell'animatrice di bordo e così ci siamo stancati. E' quasi
mezzanotte ma ancora non riesco ad addomentarmi. Ad un certo punto,
benché al buio, mi accorgo che Nanda accanto al mio letto sta
sollevando la mia coperta
= scusame Calo', nun dormo e sento freddo. Me metto drento al letto
co' te. Sta' tranquillo nun ammollo carci quanno che dormo = anch'io
non dormivo perciò non russavo e quindi non ti ho svegliata io= lo
so, lo so, nun è corpa tua, adesso dormi, conta le pecorelle= è un
metodo che non funziona = Calo'...ehm...se io t'abbraccio tu che fai?
= educatamente ricambio il tuo abbraccio
= sai che c'è Calo'? Famo l'educati e strignemose forte.
A quel punto il "fatto" è finito come speravamo entrambi
che finisse.
Il mattino successivo, quando mi sveglio, mi accorgo che Nanda,
sdraiata accanto a me, mi sta guardando con uno strano sguardo, un
incrocio tra il dolce e il tenero
=
Calò, me vergogno pure, ma te devo da confessa' 'na cosa. Stanotte,
quann'è successa quella cosa che m'ero scordata da un sacco de
tempo, me so' fatta li comprimenti da sola = grazie a te Nanda
anche per me è stato uguale. Non lo credevo proprio = e allora chi
ce impedisce de comprimentasse quarch'artra vorta? Armeno provamoce.=
La
nostra crociera è terminata, quindici giorni bellissimi trascorsi
felicemente. Scendiamo dalla nave e Milena è lì che ci attende. Ci
viene incontro, ci abbraccia e ci chiede com'é andata
= 'na
favola, bella de nonna tua, se semo pure fatti li comprimenti = cioé?
= cioé, cioé, quante cose voi sape'. Quanno cresci n'artro po' te
lo spiego. Anzi, datte da fa' perché io e Calo' fra un par de mesi
se sposamo, tanto er viaggio de nozze già l'avemo fatto. Annamo
Calo' =
Mi volto per guardare Milena che, attonita, ci fissa con gli occhi
completamente spalancati.
lunedì 9 marzo 2015
LA TERZA MANO
Non credo di aver avuto
più di 16 anni quando una volta io e tutta la mia famiglia, fummo
invitati a cena a casa di una zia, sorella di nostra madre, la quale
abitava con il marito e due figli nel quartiere Appio-Tuscolano di
Roma. L’abitazione consisteva in un minuscolo ingresso che dava
direttamente nel piccolo soggiorno, poi una camera da letto, avente
funzione anche da sala da pranzo per le occasioni in cui erano
presenti degli ospiti, un bagno e una cucina. l motivo per l’invito
di quel giorno non lo ricordo proprio e comunque le nostre visite
erano piuttosto ricorrenti. Ricordo però che in quelle occasioni, lo
zio era solito approntare personalmente qualcosa di gustoso della sua
terra natia: la Puglia. Infatti anche quel giorno aveva preparato un
particolare dessert da consumare al termine della cena. Noi tutti, ed
io fra questi, ignoravamo di cosa si sarebbe trattato perché lui
voleva farci sempre una sorpresa ma intravidi il “piatto speciale”
per pura combinazione. Ero stato incaricato dalla zia di aiutare ad
apparecchiare la tavola e, mentre mi accingevo a prendere i piatti da
portare in tavola che si trovavano nel piano inferiore della credenza
in cucina, non mi feci sfuggire l’occasione di dare una sbirciatina
alla “specialità”…ma soltanto un’occhiata, niente di più.
Accosciato verso il basso stavo appunto prendendo le stoviglie
necessarie per tutti quando vidi quello che avrebbe allietato la
nostra cena. Mi venne l’acquolina in bocca.
Mentre ero intento a
compiere questo innocente compitino vidi alla mia sinistra un braccio
la cui mano ad esso “attaccata” s’infilava nel “piatto
speciale” e prelevava una piccola parte di ciò che esso conteneva.
Il movimento fu talmente rapido che non ebbi la possibilità di
vedere il proprietario di quella mano: la “terza” oltre
naturalmente le mie due che tenevano i piatti.
La cena iniziò
regolarmente: primo, pietanza, contorno, bevande, il tutto in
un’atmosfera abbastanza gradevole. Arrivò il momento del “piatto
speciale” e lo zio si alzò dal suo posto a tavola è andò tutto
allegro in cucina per prenderlo: lui non volle delegare questa
mansione ad altri. Improvvisamente dalla cucina arrivò
un’imprecazione piuttosto irata. Affacciandosi nella stanza dove
eravamo seduti tutti lui mi indicò con una mano e mi urlò un ordine
imperioso:
=Tu
vieni qui= Lo zio, marescisllo P.S, in cucina con il
“piatto speciale” tra le mani, m’indicava l’evidente parte
mancante del suo contenuto. =Chi ti ha dato l’autorizzazione di
mettere le mani qui dentro e prendere quello che non dovevi prendere
prima degli altri?=
Io, anche un po’
terrorizzato poiché conoscevo il suo carattere autoritario e
vessatorio sia nei confronti dei propri figli sia verso noi quattro
nipoti, arrossii di vergogna e cominciai a farfugliare frasi
sconnesse tra le quali tentavo di dire che avevo preso solo
piatti e introducevo parole come “terza mano”
che ripetei numerose volte suscitando naturalmente ancora più
collera nello zio. Quando qualcuno s’intromise per cercare di
calmarlo, lo zio ritornò infuriato a tavola insieme con gli altri ma
io, invece, rimasi nel soggiorno, al buio, furibondo, quasi con le
lacrime agli occhi sia per l’umiliazione subita sia per la rabbia
giacché chi aveva commesso il “reato” non ero io. Dopo una
ventina di minuti mi chiamarono mia madre e la zia dicendomi che
avevo ragione e che era stato accertato che non ero io il “colpevole”
del “misfatto” ma il mio cuginetto di sette anni il quale, molto
candidamente ma prudentemente e sottovoce, aveva confessato alla
propria madre di essere stato lui a compiere la “prodezza”.
Il despota non mi
disse ne “a” ne “b”. Gli altri mi confortarono consolandomi
ma l’episodio è stato ricordato per molti anni, ridendoci
sopra…Soltanto io ridevo un po’ meno.
Come potevo
dimenticarmi della “terza mano”?
lunedì 2 marzo 2015
UN AMICO CHE NON SAPEVO DI AVERE
Almeno
fino a ieri mattina.
Il tempo me
lo permette e allora alle 10.00 esco di casa e inizio il mio
quotidiano giro per il Rione dove abito, non interamente certo
sarebbe troppo, però abbastanza per completare il tempo della mia
"libera uscita". Benché non abbia con me orologi né da
polso e neppure da tasca – ho preso questa decisione a dir poco
circa trent'anni fa. Perché? non lo so e non me lo domando, alle
11.00 sto già rientrando alla base. Attraverso la strada passando
sulle strisce pedonali senza problemi grazie a tre auto che si
fermano cortesemente tanto che io, come al solito, ringrazio
togliendomi la coppola. Ho il timore che qualche volta ci sarà
un/una automobilista che magari mi prenderà pure in giro, ma non
importa. Per arrivare al portone di casa mancano ormai non più di
cinquanta metri quando m'imbatto in uno stormo di piccioni che, sul
marciapiede, stanno banchettando con numerose briciole forse di pane
o di chissà cosa. Dal gruppo se ne stacca uno che, per nulla
impaurito, si mette a zampettare accanto a me come un cucciolo.
Mentre cammino lo osservo per un po' ma lui imperterrito continua a
camminarmi a fianco. Penso fra me e me - adesso se ne andrà - ma lui
niente, ogni tanto volge lo sguardo a destra e a sinistra sempre
proseguendo la sua passeggiata in mia compagnia. Giunto sotto casa,
mi fermo, si ferma anche lui e allora, rischiando di essere preso
per scemo da chi transita facendo il mio stesso percorso, gli dico:
"amico mio, cerchiamo di capirci, io non sono San Francesco e,
per quanto ami gli animali – i bipedi no, mi dispiace, soltanto i
quattro zampe - passeggiare con un piccione accanto non è che mi
faccia molto piacere". Lui, l'amico piccione, resta fermo lì,
ovviamente non parla però tuba e, forse sarà perchè inizio a dare
i numeri, mi sembra che lo faccia dandomi l'impressione che si sia
persino incavolato. Questa è la volta che mi rinchiudono perché gli
rivolgo ancora la parola usando un tono di voce il più amichevole
possibile e sottovoce gli dico: "facciamo così, io domattina
alla stessa ora passerò su questa stessa strada, se non hai altri
impegni ci vediamo domani va bene? Ciao caro". Senza voltarmi,
raggiungo il mio portone, apro e volo – per modo di dire – a
prendere l'ascensore. L'amico-piccione avrà capito? Spero di sì.
E se fosse
la reincarnazione di qualche amico che non c'è più?
PERCHE' HO
L'IMPRESSIONE CHE STO INIZIANDO A DARE I NUMERI?
mercoledì 18 febbraio 2015
HO SOGNATO MIO PADRE E MI SONO RICORDATO...
...molto di lui ma alcuni
episodi mi sono rimasti più impressi. Forse sarà per questi episodi
che l'ho sognato. E pensare che non mi era mai accaduto.
Lui ci ha lasciato nel
1970, a settant'anni e, quando accadde, era ricoverato in un ospedale
pubblico per essere operato ma il chirurgo incaricato dell'operazione
non arrivò in tempo. Proprio il pomeriggio del giorno della sua
scomparsa io e uno o due dei miei fratelli eravamo da lui per la
visita quotidiana. Per andare e tornare dal bagno lo dovemmo
sostenere in due. Ho ancora davanti agli occhi quella scena
straziante quando lo riaccompagnammo per rimetterlo a letto. La sera
stessa sul tardi ci telefonarono dal reparto e ci dissero che papà
se ne stava andando. Ci precipitammo ma l'infermiere notturno in
servizio non voleva farci entrare in corsia e si può facilmente
immaginare quale fu la nostra reazione. Assistemmo al suo ultimo
respiro. Il difficile fu stabilire quando dovevamo informare nostra
madre dal momento che lei non era presente quella triste sera. Ci
recammo la mattina dopo alla nostra casa in via della Polveriera ma,
prima di salire da lei, ci fermanno per consultarci e per decidere
chi se la sentiva di darle quel dolore. Se non ricordo male fu il più
grande di noi quattro fratelli a farlo e io appresso a lui. Mi è
difficile descrivere come dolorosamente reagì perciò evito di
farlo. Mio padre era un uomo buono e capisco che questo si dice
quando le persone vengono a mancare però la realtà è questa.
Iniziando da quando aveva intorno ai diciotto anni, fece una infinità
di mestieri anche perché aveva frequentato soltanto le scuole
elementari. Apprendista orologiaio, idem calzolaio, guardiano in una
fabbrica, venditore porta a porta di romanzi a puntate e di prodotti
di profumeria, macchinista di teatro, maschera in un cinema e chissà
che altro. Non occupò mai un posto "pubblico". Durante la
seconda guerra mondiale poteva entrare come fattorino nel servizio
pubblico di trasporto comunale quì a Roma ma doveva avere la tessera
del fascio. Lui non volle iscriversi a quel partito. Il comico fu
apprendere che il portiere del nostro fabbricato, pur essendo
antifascista, si iscrisse al partito e venne assunto regolarmente.
Ricordo che alla fine del fascismo e della guerra quasi beffeggiava
mio padre per non essersi piegato a fare quell'iscrizione ma lui non
se lo filò per niente. Non si era mai ammalato, non conosceva
ospedali se non quelli dove eravamo nati noi quattro suoi figli. Però
soffriva molto ai piedi per aver tanto camminato specialmente negli
ultini trent'anni della sua vita. Era magro come un chiodo ed era non
più alto di un metro e sessantacinque. Aveva un album dove
conservava le foto di molti attori di varietà degli anni quaranta e
cinquanta, tutti con dedica autografa. La sua passione era anche
ascoltare prima alla radio e poi vedere in TV tutti i festival di San
Remo dai primi anni cinquanta in poi. Quando se lo poteva permettere
acquistava qualche disco 45 giri che sono poi diventati l'eredità
per me e che ancora conservo unitamente ai 33 giri e qualcuno
addiritturas a 78 giri. In uno di questi c'è incisa, chissà in
quale anno, una romanza cantata dal famoso tenore Enrico Caruso.
Quando mi sposai durante il modesto pranzo di nozze lui scoppiò a
piangere perchè sapeva che io e mia moglie lavoravamo in nero e con
basse retribuzioni, pertanto pensava che noi non avessimo in vista un
futuro molto radioso. Per fortuna le cose andarono meglio e quando
tre anni dopo il matrimonio nacque il mio unico figlio per mio padre
fu una gioia immensa. Ogni tanto passava a trovarci per vedere il
pupo crescere e portava sempre dei dolcetti. Un ultimo episodio che
ricordo di lui è quando si metteva seduto in camera da pranzo per
scrivere qualcosa su delle carte relative al suo mestiere di
venditore porta a porta. Quello era il momento adatto per la nostra
gatta Mucci, che avevamo in casa, per potersi arrotolare attorno al
collo di mio padre. Nessuno dei due intendeva muoversi dalle
posizioni che occupavano. La nostra casa di via della Polveriera non
aveva riscaldamento perciò quello era il sistema migliore per
entrambi di sentire meno freddo.
Quando combinavo
qualche marachella e purtroppo ne ho combinate anche di grosse, lui
si sedeva, mi chiamava in separata sede, mi faceva bonariamente la
paternale senza mai sfiorarmi con un dito e mi sottraeva dalle
altre "cure" che voleva mollarmi mia madre.
Ciao papà io ti
ricordo sempre lo sai e, mi raccomando, abbraccia mamma, Giorgetto e
Pinuccio per me.
lunedì 16 febbraio 2015
IO CONTRO GIOVE PLUVIO
Vorrei spiegare il
perché se ci riesco.
Ho letto da qualche
parte, non ricordo dove, che lui è il dio dell’acqua, del fiume,
del mare e della pioggia dalla quale derivano appunto il suo nome
Giove e il suo cognome Pluvio. Il mio disaccordo con lui nasce dal
fatto che non rispetta mai le previsioni meteo dei mass-media che
sono fatte sia sulla carta stampata sia in TV, ed anche sul pc.
Questo significa mancare di rispetto a chi si prodiga per fornire
notizie “certe” ai cittadini. E che diamine, un po’ di serietà
perbacco. Quando è previsto bel tempo così ha da essere. Anche per
il contrario certo. Io abito a Roma, vicino le coste tirreniche –
circa 25-30 km – e quando desidero conoscere cosa prevede il tempo
per l’odierna giornata o per l’indomani m’informo leggendo le
previsioni. Più di una volta mi è capitato di sapere che per il
giorno successivo, nell’Italia centrale, quindi comprese le coste
tirreniche, il tempo previsto variava dal parzialmente al molto
nuvoloso, da leggera pioggia a temporale, dal maremoto allo tsunami
per arrivare al diluvio universale. Unica assente giustificata la
nebbia in Val Padana.
Lo
ribadisco, la colpa non è dei meteorologi. Affermo convinto che
Giove Pluvio ce l’ha con me, giacché qui non si tratta della
nuvoletta fantozziana, c’è ben altro.Per quello che ricordo fin
dalla mia tenera età lui è stato molto dispettoso. A riprova di
ciò basta citare soltanto alcuni esempi. Quando piove a dirotto, io
non esco da casa. Naturalmente lo posso fare dato che lo “stipendio”
mi arriva dall’INPS il quale mi restituisce i contributi da me
versati durante la mia vita lavorativa. Con la pioggerellina provo ad
uscire, lo faccio portandomi regolarmente l’ombrello, ma fatti
pochi passi Giove Pluvio decide di allontanarsi portandosi appresso
la nuvolaglia. Continuo a camminare con l’inutile ombrello che mi
penzola dalle braccia. Non sto qui a contare le numerosissime volte
che questo è accaduto.A Roma e non solo, circola una specie di
motto: “cielo a pecorelle, acqua a catinelle”. Allora guardo il
cielo, lo vedo a pecorelle e mi aspetto il seguito, ma sembra che nel
Rione dove io circolo le pecorelle si siano allontanate forse per
andare a cercare qualche presépe in altri rioni o quartieri di
questa città. Succede infatti che mentre dalle mie parti non piove,
a pochissimi chilometri di distanza le catinelle decidono di
liberarsi dell’acqua in esse contenuta e la scaricano giù in
terra. Qualche mese fa son dovuto uscire per un impegno
improrogabile. Le previsioni della sera prima avvisavano pioggia in
arrivo e bassa temperatura. Alle 11.00 di pioggia neppure l’ombra e
assenza della stessa giacché mi trovavo all’aperto in una zona
senza alcun riparo di qualsiasi genere e con un sole bollente da
fare invidia all’estate. Naturalmente più trascorreva il tempo e
più mi toglievo indumenti di dosso. Ma quello che mi è capitato un
giorno ha dell’incredibile. Dalla sera prima un furioso temporale
aveva allagato tutti i rioni e i quartieri dell’intera città
incluso il circondario agricolo. Vento fortissimo, trombe d’aria,
lampi, saette, tuoni come cannonate, caduta d’alberi, insomma Giove
Pluvio stava proprio incavolato nero. Fatti suoi, ma purtroppo anche
nostri. Tutto ciò fino alle 9.00 del giorno dopo. Pian pianino
l’infuriare si stava placando ed era rimasta soltanto una
pioggerellina tipo quelle d’aprile. Aspetto ancora un po’, mentre
guardo dalla finestra mi viene in mente una canzoncina del secolo
scorso “le gocce cadono ma che fa se ci bagniamo un po’” per
quanto le medesime sono piccole e quindi decido di uscire con tanto
d’ombrello per sicurezza. Scendo i pochi gradini di casa, sorpasso
l’androne, apro l’ombrello ed esco dal portone e…neanche una
microscopica goccia d’acqua cade più! Avanti e indietro camminano
passanti, ombrelli debitamente chiusi io, invece, con l’ombrello
che non intende richiudersi – si tratta di uno di quelli corti a
scatto e sfido chiunque a riuscirci – m’incammino verso non
ricordo più dove, giacché ad ogni passo alzo gli occhi e impreco
contro Giove Pluvio e la sua combriccola di guastatempo.
Iscriviti a:
Post (Atom)

